Cecilia Sala era lì a Teheran, senza alcuna costrizione, per sua volontà, per la passione di raccogliere, scrivere e raccontare. Nessun obbligo, era ben consapevole dei possibili rischi che si corrono in territori segnati da conflitti e regimi, ma era spinta dal senso del dovere e di responsabilità nei confronti di un mestiere antico che risponde a sensazioni, missione e emozioni. E quando è così il lavoro non conta e non stanca, si è giornalisti sempre, di giorno e di notte. Un impegno testimoniato da tanti altri giornalisti professionisti ancora oggi inviati all’estero e pronti a raccontare la verità in situazioni difficili e rischiose.
La liberazione di Cecilia Sala, oltre a portare ottimismo e consenso bipartisan nella politica italiana e un forte effetto mediatico nel nostro paese, ci offre spunti di riflessione sul mestiere del giornalista, considerato in molti casi schierato e non più libero, ormai scomparso e trasformato dall’ondata web e social, modernizzato e adeguato solo ai multitasking. E’ vero che la penna e il block notes sono strumenti superati, è vero che il mondo virtuale e digitale ci ha reso sempre più statici, seduti ad una scrivania e davanti ad un pc, ma è fondamentale riflettere sulle radici di questa professione e su come possano rimanere salde nonostante le trasformazioni che stiamo vivendo.
Nel giorno della liberazione di Cecilia Sala, al di là della vicenda umana e della notizia che ha fatto il giro del mondo, non sono mancate considerazioni anche sul ruolo del giornalista e sugli inviati all’estero.
Soddisfazione è stata espressa da Carlo Bartoli, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, che commentando la notizia ha evidenziato la tutela dei giornalisti e la libertà di informazione in tutto il mondo. “Sono 552 quelli attualmente detenuti nelle carceri, e non solo di paesi autoritari; 54 sono stati uccisi nel solo 2024, nei fronti di guerra e in altri contesti. Dobbiamo ammettere – prosegue Bartoli– che la pettorina gialla con la scritta Press non è più un salvacondotto ma sempre più spesso si trasforma in un bersaglio. E questo vale anche nelle democrazie ,dove chi combatte le mafie e il malaffare spesso viene messo all’indice. Ricordiamo che l’Italia detiene il triste primato di giornalisti che vivono sotto scorta per il lavoro che svolgono. Avere una stampa libera e autonoma non è un privilegio di casta ma un diritto di tutti i cittadini per potere essere correttamente informati.”
Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera, nel corso della trasmissione Rai “Porta a Porta” ha dichiarato: “Era una detenzione arbitraria e Cecilia Sala non aveva commesso alcun reato e svolgeva correttamente il suo lavoro. Poiché il giornalismo è da tempo sotto attacco con l’informazione social, non dobbiamo dimenticare che è un lavoro delicato, importante, essenziale per la democrazia e quindi la liberazione di questa giovane collega che fa questo lavoro con qualità, impegno e di primo ordine è anche un interesse generale”.
Su questo tema è intervenuta anche la premier Giorgia Meloni, durante la conferenza stampa organizzata dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e dall’Associazione stampa parlamentare: “Il giornalismo d’inchiesta e’ straordinario e prezioso- ha dichiarato – Forse possiamo cercare di ragionare su come fare un salto di qualita’ nella protezione dei giornalisti che vanno in giro per il mondo. Vogliamo aiutarli e forse possiamo farlo con le strutture dello Stato ad essere meno esposti”.
In questi giorni navigando su internet e leggendo molti articoli sulla vicenda di Cecilia Sala mi sono imbattuto nel sito orizzonescuola.it ed ho letto una interessante intervista alla professoressa Michela Fregona laureata in Lettere antiche e insegnante di Italiano e Storia per stranieri presso l’Istituto professionale a indirizzo sociale “Tomaso Catullo” di Belluno, e nella sezione carceraria locale.
“Non si contano –spiega oggi la professoressa Michela Fregona – le volte che Cecilia Sala mi ha aiutata, nelle mie classi multietà, multicultura, multitutto. Il podcast, gli articoli, le pillole Instagram, il suo libro. La voce di una professionista che, nella storia contemporanea, non ci mette solo dentro i piedi, ma spende il proprio cervello, e porta di persona tutto il corpo. Affrontare la complessità, andare a vedere, compromettersi, rischiare, prendersi responsabilità.
Il giornalismo è un mestiere che Cecilia Sala fa in un modo che non si vedeva da qualche decennio. È una reporter dai luoghi di crisi, e quando l’ho ascoltata, come quando mi capita di ascoltare bravi professionisti, ho pensato: c’è speranza per la professione; dunque, c’è speranza per l’informazione.
Anche Cecilia Sala, nel racconto fatto nel podcast di Chora Media con Mario Calabresi dimostra il suo profondo legame con la professione e parla della sua crisi di astinenza dalla lettura e dalla scrittura in quei terribili 21 giorni nella prigione di Evin: “Mi sono ritrovata a passare il tempo a contare le ore, a contarmi le dita, a leggere gli ingredienti del pane che erano l’unica cosa scritta in inglese – racconta la giornalista – La cosa che più volevo era un libro, la storia di un altro, una che non fosse la mia in cui immergermi. Ho chiesto il Corano in inglese perché pensavo potessero averlo, ma non mi è stato dato per molti giorni. Io non vedo senza lenti, ma gli occhiali non me li hanno mai dati perché sono pericolosi, si possono rompere i vetri per ferirsi. Per la stessa ragione non ho mai potuto scrivere, non mi hanno mai dato una biro perché può diventare un’arma. Solo alla fine mi hanno dato “Kafka sulla spiaggia di Murakami”, un libro triste, pieno di sesso, e ho detto caspita! Non il massimo in una cella di isolamento! Ma leggere mi ha salvato”.
La lettura e la scrittura, due elementi della nostra preparazione culturale che molto spesso dimentichiamo e che sono alla base di tutto nell’era del giornalismo che strizza l’occhio al futuro senza trascurare le sue radici profonde.
Il giornalismo, fin dal suo avvento, ha avuto la missione di informare il pubblico. Dalle prime pubblicazioni stampate nel XVII secolo ai gazzettini che circolavano in Europa, il cuore della professione è sempre stato quello di fornire una narrazione chiara e precisa dei fatti. I grandi reporter di un tempo, come nati dal giornalismo d’inchiesta, si sono distinti per la loro capacità di scavare in profondità, di cercare la verità e di portare alla luce storie dimenticate o ignorate. Questi valori che caratterizzano la professione, non devono essere soppiantati dall’innovazione tecnologica, però è giusto conviverci perché il modo di raccontare, distribuire e consumare le notizie è cambiato Questo progresso ha portato con sé anche sfide significative. La quantità di informazioni disponibili ha reso difficile distinguere tra notizie verificate e disinformazione e qui risiede la sfida per il giornalismo contemporaneo: mantenere l’integrità e l’affidabilità in un mare di contenuti sempre più affollato. Anche l’educazione al “media literacy” diventa essenziale, non solo per i giornalisti, ma per il pubblico, affinché possa discernere e valutare le informazioni che consuma. Senza dimenticare il mondo della scuola: gli studenti vanno supportati in modo tale che possano sviluppare un pensiero critico e responsabile rispetto ai media, attraverso la cosiddetta “media awareness”.
Adattarsi ai cambiamenti senza perdere di vista i principi fondamentali è la chiave per garantire che il giornalismo continui a svolgere il suo ruolo vitale nella società.
Bentornata a casa Cecilia!



