Disabilità: un viaggio di scoperta e comprensione

Maria Rosaria Iuliano
Maria Rosaria Iuliano
Maria Rosaria Iuliano si occupa di formazione dal 2003, svolgendo attività di docenza in contesti formativi, scuole secondarie di secondo grado pubbliche e private, con un'ampia esperienza nella progettazione e gestione di percorsi formativi, contribuendo al miglioramento delle pratiche di crescita professionale e di formazione continua di studenti e professionisti. E’ laureata in Economia e commercio presso l’ Università degli Studi di Napoli Federico II, revisore contabile e abilitata alla professione di Dottore commercialista.

Riflettere sulla disabilità mi ha inevitabilmente fatto tornare alla mente un ricordo di quando ero ancora una bambina, era un periodo della mia vita in cui, come tanti altri ragazzi della mia età, vivevo in un mondo fatto di scoperta, risate e libertà, ma anche di esperienze che mi avrebbero poi formato, rendendomi più consapevole della complessità della vita e delle relazioni umane. Il primo vero impatto con la disabilità lo vissi in modo inaspettato, in un contesto che all’inizio non avevo mai pensato potesse toccare così profondamente il mio cuore, eppure, proprio in quel momento, mi accorsi di quanto le differenze possano influenzare il nostro modo di vedere le cose, di come le esperienze personali possano plasmarci in maniera silenziosa ma profonda.

Era estate un pomeriggio come tanti altri, non ricordo con esattezza l’anno, ma ero poco più di una bambina, e la mia mente era tutta proiettata nelle piccole gioie quotidiane, il sole picchiava forte e l’aria, sebbene calda, sembrava avere quel soffio leggero che rendeva sopportabile anche il caldo più opprimente, in quel periodo dell’anno, la scuola era finita e non vedevamo l’ora di correre fuori, di riunirci con gli altri ragazzi del parco. Il parco era il nostro ritrovo, il nostro rifugio, un angolo di libertà e ogni pomeriggio, si riempiva di risate, di corse e di voci, e il nostro gruppo cresceva sempre di più, con ragazzi di tutte le età che si univano per divertirsi insieme.

In quegli anni, non c’erano i cellulari, né i social a distrarci o a prenderci il tempo, non c’erano notifiche da controllare, né chat a cui rispondere, e nemmeno foto da scattare per mostrare agli altri quello che stavamo vivendo, il nostro mondo, fatto di contatti diretti, si nutriva di sguardi, parole e risate, che rimbombavano nell’aria con una forza e una bellezza che oggi sembrano lontane, non avevamo bisogno di connetterci virtualmente con altre persone per sentirci parte di qualcosa, perché quello che contava era la connessione tra di noi, nel presente, nell’incontro fisico. Ogni giornata era un’occasione per fare qualcosa di nuovo, e ci si ritrovava sempre pronti a buttarci nel divertimento.

Quando volevamo organizzare un gioco, o una sfida tra amici, tutto accadeva in modo naturale, senza piani troppo elaborati o complicati, le cose si decidevano all’istante, si lanciava un’idea, un semplice facciamo partita a pallone? oppure giochiamo a nascondino! e subito ci buttavamo, a volte, non c’era nemmeno bisogno di dire nulla, ci bastava uno sguardo, un sorriso complice, e tutti capivano cosa dovevano fare, le parole non erano sempre necessarie, eppure bastavano quelle giuste per far scattare il gioco, o per incoraggiare qualcuno a correre più veloce. Le risate, quelle sì, erano sempre presenti, e spesso anche quelle risate un po’ imbarazzanti che nascevano da qualche piccola disavventura. I giochi che inventavamo erano vari e spesso improvvisati, non c’era mai una partita uguale all’altra, e il parco diventava il nostro palcoscenico, dove ogni angolo offriva nuove opportunità per esplorare, scoprire e divertirci, si giocava a campana, con il cerchio disegnato sull’asfalto che diventava il nostro campo di battaglia, oppure correvamo come pazzi, cercando di non essere toccati, le partite a pallavolo non erano mai troppo organizzate, a volte si facevano un semplice cerchio tra di noi senza reti, ma ciò che contava era la gioia di stare insieme, il puro piacere di muoversi e divertirsi all’aria aperta. 

Ricordo anche i pomeriggi in cui, con il pallone improvvisavamo partite di calcio, la palla era diventata il nostro unico strumento di gioco, e non serviva nulla di più per scatenare l’entusiasmo, non avevamo un campo vero e proprio, ma quello non ci fermava, ogni angolo del parco, ogni spazio vuoto diventava una porta, un obiettivo da difendere o da conquistare, la palla, l’oggetto magico che dava vita a sfide infinite, a partite che non finivano mai, perché la gioia era proprio nel gioco stesso, nel correre insieme, nel sentirsi parte di una squadra, anche se a volte non si capiva più nemmeno chi stesse vincendo, le regole non erano mai ben definite, ma l’importante era ridere e divertirsi. 

Tra noi, c’era anche Marco, un ragazzo che viveva in una palazzina vicino la mia, Marco è ragazzo speciale, un ragazzo con una presenza che non passava inosservata, anche se non sempre lo si notava come parte del gruppo, era diverso da noi, la sua presenza era sempre dolce, gentile, con un sorriso che illuminava spesso il suo volto, ma, se ci fermavamo a guardarlo più da vicino, c’era qualcosa che ci sfuggiva, non riuscivamo mai a cogliere completamente la sua essenza, si esprimeva in modo diverso, il suo linguaggio sembrava non venire fuori con la stessa fluidità e naturalezza degli altri, le parole non sembravano volergli uscire come lui desiderava, e a volte, nel bel mezzo di una conversazione o di un gioco, ci rendevamo conto che non capiva subito cosa doveva fare o cosa stava succedendo attorno a lui, a volte, sembrava confuso, un po’ smarrito, come se si trovasse in un mondo che non riusciva a decifrare completamente, eppure, nonostante tutto, era sempre molto sorridente, e desideroso di stare con noi.

Foto di Robert Collins su Unsplash

Quando giocavamo insieme, Marco partecipava con un entusiasmo contagioso, ma non sempre capiva subito come muoversi o cosa fare in un gioco che coinvolgeva tutti, spesso si perdevano nel suo stesso mondo, rideva, ma sembrava che quella risata, pur essendo spensierata, avesse qualcosa di diverso rispetto alla nostra, non riuscivamo a comprenderlo appieno, ma c’era sempre una sensazione strana, come se non riuscissimo mai a comunicare completamente con lui, eppure, nonostante queste difficoltà, eravamo contenti di averlo con noi, la sua bontà, il suo spirito allegro, la sua voglia di partecipare, rendevano ogni gioco un po’ più speciale, anche se a volte, ci sembrava di non capire davvero cosa stesse succedendo dentro di lui.

Purtroppo, non tutti lo trattavano con la stessa gentilezza e comprensione, alcuni ragazzi, quelli più grandi non vedevano Marco come un semplice compagno di giochi, ma lo percepivano come diverso, come qualcuno su cui potevano esercitare un certo potere, alcuni lo prendevano in giro, con parole che sembravano leggere, ma che in realtà nascondevano un’inquietudine, non si trattava mai di veri atti di crudeltà, ma quelle risate dietro alla sua innocenza mi facevano sentire qualcosa di strano dentro, come se qualcosa non andasse nel modo in cui lo trattavano, quelle risate non erano semplicemente innocenti, erano risate che nascevano dal fatto che lui non riusciva a rispondere in modo adeguato, che non si difendeva, e ciò li rendeva forse ancora più irrispettose, Marco, però, sembrava non reagire veramente, non mostrava segni di fastidio o di rabbia, e la sua risposta era sempre una risata, come se in qualche modo cercasse di adattarsi alla situazione, di non far pesare la sua diversità. Ma sapevo, nel profondo, che dietro quella risata forzata, c’era un mondo che non riuscivamo a comprendere completamente, in qualche angolo della sua mente, stava vivendo in modo diverso rispetto a noi, pur cercando di adattarsi.

Ogni volta che quei ragazzi lo prendevano in giro, io sentivo una sensazione di disagio, un sentimento di giustizia che mi chiedeva di fare qualcosa, di difenderlo, ma che non sapevo come esprimere, quella difficoltà però non ci impediva di volerlo con noi, quella sensazione di diversità che sentivamo nei suoi confronti, che in realtà era solo una sfumatura, non era mai abbastanza forte da farcelo respingere, alla fine, con il suo sorriso e il suo spirito allegro, faceva parte del nostro mondo, e noi lo volevamo così, senza bisogno di cercare spiegazioni per il suo modo di essere.

Ricordo un pomeriggio in particolare, uno che mi è rimasto impresso nella mente, noi ragazze stavamo guardando i ragazzi che giocavano a calcio nel piccolo campo vicino alla chiesa, un posto che conoscevamo bene e che sentivamo nostro, io ero con gli occhi fissi sul pallone che si muoveva velocemente e guardavo Marco correre con quella sua solita energia, il pallone che gli sfiorava i piedi, mentre gli altri ragazzi correvano in tutte le direzioni, gridando entusiasti del gioco, ma poi, proprio in mezzo a tutto quel caos di risate e voci, Antonio, uno dei ragazzi più grandi, lanciò una battuta su Marco, uno sfottò, una frase scherzosa sul suo modo di correre, ma che aveva un peso che non avevamo subito colto, non ricordo esattamente quale fosse ma ricordo che tutti risero, era una di quelle risate che sembrano innocenti, ma che ti lasciano un retrogusto amaro.

Io, che ero lì che guardavo, fermai per un attimo lo sguardo su Marco, lo osservai con attenzione mentre, improvvisamente, la sua corsa si fermò, non si muoveva più, i suoi occhi si abbassarono sui suoi piedi, come se stesse cercando di capire cosa fosse successo, o forse cercando di fare ordine nella confusione che gli era piombata addosso, non aveva risposto, non aveva detto nulla, ma c’era qualcosa nel suo atteggiamento che mi fece comprendere che quelle parole lo avevano toccato più di quanto avessi immaginato, mi sentii come se un peso pesante mi fosse caduto sul cuore. Fino a quel momento, non avevo mai davvero pensato che una battuta potesse fargli davvero male, non avevo mai considerato quanto le parole potessero essere taglienti, quanto potessero ferire qualcuno, per me, era solo un gioco, uno scherzo tra amici, ma guardandolo, capii che quella risata che seguiva le parole di Antonio non era come le nostre, non era la risata di chi è parte di una battuta tra amici, quella risata sana che si fa quando qualcosa è davvero divertente, no, quella risata di Marco aveva qualcosa di diverso, di forzato, come se stesse cercando di mascherare qualcosa che non riusciva a esprimere a parole.

All’improvviso, decisi di andare vicino a lui, di non lasciarlo solo in quel momento, mi avvicinai e, senza sapere esattamente cosa fare, gli presi delicatamente il braccio, tirandolo come per invitarlo a giocare di nuovo, non avevo una vera risposta, nessuna spiegazione perfetta da dargli, ma sapevo che non volevo lasciarlo da solo, volevo che si sentisse come tutti gli altri, che non ci fosse nulla di diverso in lui, che potesse rimanere parte di noi, del nostro gruppo,  quando lo guardai negli occhi, quello che vidi mi fece comprendere ancora di più la profondità di quel momento, il suo sorriso, seppur dolce, non era come il sorriso degli altri, era un sorriso più timido, un po’ incerto, ma pur sempre un sorriso, e quella risata, che sembrava leggera, era diversa dalla nostra risata, ma era comunque una risata che nascondeva un’emozione genuina, un tentativo di non farsi abbattere, era una risata che cercava di nascondere una sensazione di disagio, un dolore che non riusciva a esprimere apertamente, ma io non avevo bisogno che lui lo dicesse a parole, bastava guardarlo negli occhi per capire che stava cercando di affrontare quel momento come meglio poteva, con la sua forza silenziosa.

In quel momento, qualcosa dentro di me cambiò, capivo che, purtroppo, non avremmo potuto cambiare il modo in cui alcuni ragazzi lo trattavano, non avremmo potuto cambiare la superficialità con cui venivano fatte certe battute. Ma capii anche che avevamo il potere di scegliere di non essere come loro, di non unirci a quella risate insensibili, di non fare parte di quella schiera di ragazzi che non pensavano alle parole che pronunciavano, avevamo il potere di fare qualcosa di diverso, di scegliere di essere dalla parte di Marco, di trattarlo con la gentilezza che meritava, di essere quelle persone che non ridevano alle spalle degli altri, anche solo con un piccolo gesto di comprensione.

Non avevo parole per spiegare tutto, ma sapevo che quel piccolo gesto, quel tocco sul braccio, era la mia maniera di dirgli che io c’ero, che io non avrei riso di lui, che io non avrei mai partecipato a quelle risate che lo facevano sentire diverso. E anche se non sapevo se ciò avrebbe cambiato qualcosa per lui, almeno sapevo che avevamo il potere di non seguire la corrente di indifferenza, che avevamo la possibilità di essere diversi, di essere meglio di quel comportamento che ci faceva sentire a disagio, capii che, sebbene non potessimo cambiare il mondo intero, avevamo la possibilità di scegliere come comportarci, e che quel piccolo gesto avrebbe potuto fare la differenza, almeno per Marco, almeno per quel pomeriggio.

Nei giorni che seguirono quell’episodio, iniziai a passare più tempo con lui, a cercare di conoscerlo meglio, volevo che si sentisse meno solo, meno diverso, più incluso e così lo chiamavo spesso per giocare, Marco viveva e vive ancora in un mondo che non si esprimeva con le parole, ma con i suoi gesti, con i suoi sorrisi, e con la sua straordinaria capacità di creare, c’era qualcosa di speciale nel suo modo di interpretare la realtà, un modo semplice, non mi importava più di cosa pensassero gli altri, di quello che avrebbero potuto dire se avessero visto me passare il tempo con lui, a quel punto, era chiaro che non dovevo più preoccuparmi del giudizio degli altri, avevo capito che per lui, forse, la vita era già abbastanza complicata così com’era, e io non volevo aggiungere altro confusione o dolore a ciò che stava vivendo, volevo solo stargli vicino, farlo sentire parte del nostro mondo, perché mi rendevo conto che la sua diversità non era un ostacolo, ma una risorsa preziosa, lui aveva una sua bellezza, una sua verità, che non tutti riuscivano a vedere, ma che a me sembrava chiara come la luce del giorno.

Crescendo, quelle scene di gioco con Marco, quel momento di connessione silenziosa, quella sensazione di essere davvero vicina a qualcuno che non chiedeva altro che essere accettato per quello che era, mi sono rimaste impresse nella memoria come una lezione di vita che non avrei mai dimenticato, mi ha insegnato, senza parole, a non giudicare le persone troppo in fretta, a non farmi influenzare da ciò che è facile vedere con gli occhi, ma a guardare più a fondo, a guardare con il cuore, a volte, ciò che si nota immediatamente è solo la superficie, ma ciò che rende davvero unica una persona non è la sua capacità di conformarsi agli altri, ma la sua unicità, la sua autenticità, Marco mi ha mostrato che la bellezza non risiede nel cercare di essere come gli altri, ma nel riconoscere e apprezzare le differenze, perché proprio in esse si trova il vero valore di una persona.

Quel primo impatto con la disabilità, quella prima consapevolezza che la diversità non è qualcosa di negativo, ma qualcosa che può rendere più interessante e più ricca la nostra vita, è stato il punto di partenza per una riflessione che mi ha accompagnato negli anni successivi, non c’era nulla in Marco che fosse meno degno di rispetto, nulla che fosse meno importante o meno significativo solo perché lui era diverso, la sua disabilità non era un limite, ma una lezione di vita che mi ha accompagnato, e che continuo a portare con me ogni giorno. Con il passare degli anni e l’acquisizione della maturità, la mia percezione è cambiata profondamente, la consapevolezza è cresciuta dentro di me, alimentata dalle esperienze vissute e dalle persone che ho incontrato, ho imparato a guardare il mondo con occhi diversi, sviluppando una maggiore sensibilità verso le difficoltà che le persone con difficoltà affrontano ogni giorno. Ho iniziato a riflettere su quanto la società possa essere poco accessibile, su quanto spesso vengano ignorati i bisogni specifici di chi ha delle limitazioni, e su quanto la comprensione reciproca e l’inclusione siano cruciali per rendere il mondo un posto migliore per tutti.

So che ogni individuo ha delle necessità uniche e che ciò che può sembrare semplice per me, potrebbe essere una sfida insormontabile per qualcun altro, ho imparato a essere più attenta alle piccole cose, come offrire aiuto quando necessario, non fare supposizioni o, anzi, cercare di capire come posso rendere l’ambiente intorno a me più inclusivo e accogliente. La maturità mi ha insegnato che la disabilità non è solo una questione fisica, ma anche emotiva e psicologica, è un aspetto della vita che merita empatia, supporto e, soprattutto, una visione aperta e inclusiva.

Foto di Elizabeth Woolner su Unsplash

La sensibilità e l’empatia oggi guida le mie scelte e il mio comportamento, aiutandomi a vivere con maggiore consapevolezza del privilegio che spesso si dà per scontato e dell’importanza di rendere la società più equa e accessibile per tutti. La giovinezza mi ha permesso di essere spontanea, ma è la maturità che mi ha insegnato a guardare più lontano, a riconoscere e apprezzare la forza delle persone con disabilità, e a impegnarmi per fare la differenza.

Negli anni successivi, il legame con Marco e la sua famiglia è continuato, non ci siamo mai persi di vista, siamo riusciti a mantenere i contatti, pur se ognuno di noi ha seguito il proprio percorso nel tempo. 

Dopo aver completato il diploma, suo padre ha notato la sua passione per l’informatica e per i computer, così ha deciso di indirizzarlo verso un corso di informatica, in seguito, Marco ha partecipato ad un concorso pubblico che superò con successo, da quel momento, ha iniziato a lavorare come impiegato amministrativo in una pubblica amministrazione, un ruolo che ricopre ancora oggi con impegno e dedizione, questo lavoro gli ha permesso di ottenere una stabilità economica, che gli ha garantito una vita serena e uno status più che dignitoso. 

Oggi Marco, che ha superato i cinquant’anni, anche se sembra molto più giovane, sta abbastanza bene, anche se, come mi ha raccontato sua sorella, ci sono alcune condizioni di salute che deve monitorare regolarmente e nonostante le difficoltà che ha affrontato nel corso degli anni, ha sempre dimostrato una grande forza interiore, e la sua famiglia ha giocato un ruolo fondamentale nel sostenerlo.

Marco vive solo con sua madre oramai anziana, il papà è venuto a mancare, mentre sua sorella abita nello stesso palazzo, nonostante la sua vita quotidiana si svolga con la sua famiglia, ha sempre potuto contare sul loro supporto costante, i suoi genitori, e sua sorella, sono stati un punto di riferimento fondamentale per lui, offrendogli sempre un sostegno incondizionato, senza di loro, sarebbe stato molto difficile per lui trovare l’equilibrio nella sua vita, grazie all’amore e all’aiuto della sua famiglia, Marco è riuscito a condurre una vita serena e dignitosa, affrontando e superando numerose sfide.

Ed oggi mi piacerebbe pensare che la nostra società diventi una società accogliente e accudente che possa diventare un faro per questi ragazzi speciali, affinché possano migliorare le lore vite.

In un mondo ideale, ogni ragazzo con difficoltà dovrebbe avere la possibilità di realizzare i propri sogni e ambizioni, esattamente come ogni altro giovane, è fondamentale che la nostra società non solo accetti, ma valorizzi la diversità, riconoscendo il valore unico che ogni individuo può portare. Se riusciremo a costruire una società in cui l’inclusione diventa la norma, allora potremo veramente garantire che ogni ragazzo che possa vivere una vita piena, serena e dignitosa. La strada per arrivare a questo punto richiede molto impegno e soprattutto un forte cambiamento culturale, un grosso impegno delle famiglie delle scuole e delle istituzioni pubbliche, solo così potremo costruire un futuro più giusto ed equo per tutti.

Maria Rosaria Iuliano
Maria Rosaria Iuliano
Maria Rosaria Iuliano si occupa di formazione dal 2003, svolgendo attività di docenza in contesti formativi, scuole secondarie di secondo grado pubbliche e private, con un'ampia esperienza nella progettazione e gestione di percorsi formativi, contribuendo al miglioramento delle pratiche di crescita professionale e di formazione continua di studenti e professionisti. E’ laureata in Economia e commercio presso l’ Università degli Studi di Napoli Federico II, revisore contabile e abilitata alla professione di Dottore commercialista.
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