Nella scorsa puntata del nostro commento al libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna, a proposito del marxismo, abbiamo accennato a un’operetta giovanile del filosofo, che abbiamo definito “un libello ripugnante, che appartiene di diritto al peggio del peggio della letteratura antisemita di tutti i tempi”.
Credo che i lettori abbiano compreso che il riferimento è al testo al breve scritto intitolato Zur Judenfrage, tradotto in italiano La questione ebraica (non a caso, proprio la prima parte del titolo di Calò), scritto nel 1843 e pubblicato per la prima volta a Parigi, nel quale il giovane pensatore, allora venticinquenne, polemizza con due testi di Bruno Bauer, dedicati al tema, allora molto discusso, della cd. “emancipazione” ebraica.
La questione, oggetto di dibattito, era se e come occorresse contribuire alla cd. ‘emancipazione’ degli ebrei, ossia alla concessione a loro di tutti i diritti spettanti agli altri cittadini. Un problema, evidentemente, strettamente connesso a quello più generale dell’eguaglianza davanti alla legge di tutti gli uomini, con la garanzia per tutti di una completa libertà di fede e di pensiero e la fine dell’intromissione del potere ecclesiastico nella società civile.
La posizione del giovane pensatore al riguardo, sintetizzata da Calò, è molto chiara: non esiste nessuna esigenza di emancipazione dell’ebraismo, perché l’ebraismo stesso deve scomparire, per cui “l’emancipazione sociale dell’ebreo è l’emancipazione della società dal giudaismo”. Una vera e propria “soluzione finale”, sia pure da realizzare con metodi diversi da quelli pensati (e attuati), un secolo dopo, da Hitler.
Intendiamoci, l’idea che l’ebraismo dovesse scomparire, attraverso la cristianizzazione di tutti gli ebrei, sarebbe stata occasionalmente pensata, in seguito, e poi abbandonata, in contesti particolari, anche da personaggi come Theodor Herzl e Benedetto Croce. Ma quel che colpisce, nel libello del filosofo, è la visione profondamente distorta, caricaturale, intrisa dei peggiori pregiudizi antigiudaici, che viene data dell’ebraismo: “Qual è il fondamento mondano del giudaismo? Il bisogno pratico, l’egoismo. Qual è il culto mondano dell’ebreo? Il traffico. Qual è il suo Dio mondano? Il denaro. Ebbene, l’emancipazione dal traffico e dal denaro, dunque dal giudaismo pratico, reale, sarebbe l’autoemancipazione del nostro tempo”.
E ancora: “Un’organizzazione della società che eliminasse i presupposti del traffico, dunque la possibilità del traffico, renderebbe impossibile l’ebreo. La sua coscienza religiosa si dissolverebbe come un vapore inconsistente nella vitale atmosfera reale della società”.
D’altronde, prosegue il fanatico e idiota genio, “L’ebreo si è già emancipato in modo giudaico… L’ebreo che, nel più piccolo stato tedesco, può essere privo di diritti, decide delle sorti dell’Europa… L’ebreo si è emancipato in modo giudaico non solo in quanto si è appropriato della potenza del denaro, ma altresì in quanto il denaro per mezzo di lui e senza di lui è diventato una potenza mondiale, è lo spirito pratico dell’ebreo, lo spirito partico dei popoli cristiani. Gli ebrei si sono emancipati nella misura in cui i cristiani sono diventati ebrei”, e via delirando.
Questo era, per Marx, l’ebraismo. Del Qohelet, del Cantico dei Cantici, del libro di Giobbe, di Maimonide e altre cose del genere non gli interessava nulla. Non era questo il “vero” ebraismo, servitore del Dio denaro.
A casa conservo ancora gelosamente il disgustoso libretto, e ricordo bene che non l’ho mai comprato, perché veniva distribuito gratuitamente, in migliaia di copie, sui banchi dei Festival dell’Unità, probabilmente con i soldi dell’Unione Sovietica.
Anch’io approfittai dell’occasione. Non me ne pento, perché avevo già qualche metro di giudizio autonomo, e mi sono fatto un preciso giudizio del pensatore, che non ho cambiato. Ma innumerevoli menti di persone sono state intossicate e avvelenate, in nome della radiosa visione del mondo futuro. Una responsabilità pesantissima che graverà per sempre sul nome del genio ottuso e malefico.
Comunque, è certamente possibile considerare il marxismo come una sorta di grande e violenta “eresia” della religione ebraica, che avrebbe sedotto e conquistato grandi masse di israeliti, ormai stanchi di aspettare la venuta del Messia – che, evidentemente, tardava un po’ troppo ad arrivare -, e perciò decisi a realizzare da soli, qui e ora, il mondo futuro.
Ed è anche possibile, quindi, azzardare un paragone tra Marx (quale fondatore di una religione ‘eretica’) e San Paolo, anch’egli, certamente, fondatore di una nuova religione, che può anch’essa essere considerata una sorta di grande ‘eresia’ dell’ebraismo. Ricordiamo che per molti decenni, verso la fine del primo secolo d.C., in Asia Minore, molti seguaci di Paolo adoravano Cristo, ma non ritenevano affatto di essere fuoriusciti dall’ebraismo, tanto che le loro comunità venivano chiamate dei “giudeo-cristiani”.
Un punto fondamentale che accomuna i due pensatori è la loro concezione escatologica della storia, da “ultimi giorni”: il cambiamento radicale non è confinato in un futuro lontano e incerto, ma sta per avvenire proprio nei tempi da loro vissuti. Paolo dice esplicitamente che il Messia tornerà in quella generazione, e per Marx il momento del crollo totale del capitalismo è assolutamente maturo. Si tratta di attendere pochi anni, forse pochi mesi. E allora, se è così, che senso ha impegnarsi a migliorare un po’ un mondo che sta per dileguarsi definitivamente? Dal loro punto di vista, avevano entrambi ragione: sarebbe senza senso perdere tempo a pulire i pavimenti del Titanic che sta affondando.
Perciò Paolo dice che gli schiavi non devono impegnarsi a cambiare la loro condizione: ognuno deve attendere il Messia nello stato in cui si trova, presto saremo tutti, liberi e schiavi, “liberti del Signore”, e quindi tutti uguali.
Nel modo in cui questa concezione si applica nei confronti dell’ebraismo, però, c’è una radicale differenza.
Paolo rivendica con orgoglio la sua origine farisaica, e la propria doppia nazionalità, ebraica e romana. Il Messia è il discendente di re Davide, colui che porta a complimento una tradizione già santa. Il cristianesimo è il ramo di olivo selvatico che acquista la sua santità per essere stato innestato su un olivo santo. Certo, Gesù è superiore a Mosè, ma non perché Mosè abbia sbagliato, ma solo in quanto il figlio di Dio ne porta a compimento l’operato. Siamo negli ultimi giorni, e, come scritto nella lettera ai Galati, presto scomparirà ogni differenza: non ci sarà più né libero né schiavo, né ebreo né gentile, né maschio né femmina. Non ha più senso essere ebrei, ma non è certo un disonore esserlo, o esserlo stati, così come non è certo un disonore essere maschi o femmine. Nelle parole di Paolo non c’è alcun antisemitismo (che sarebbe venuto dopo, con Marcione, Origene, Giovanni Crisostomo, Tertulliano, Lattanzio, Agostino, Ambrogio e tanti altri), le uniche parole di disprezzo da lui pronunciate sono riservate alle donne, non agli ebrei.
Nel mondo nuovo che sta per arrivare gli ebrei avranno un posto evidentemente privilegiato, in quanto appartenenti al popolo della “santa radice”. Quanto all’idea che essi possano non riconoscere il Messia, Poalo non se la pone mai: quanto tornerà (domani, o dopodomani), tutti lo vedranno. E gli ebrei, nel mondo nuovo, potranno felicemente continuare ad adorare il Dio dei loro padri.
La visione di Marx è completamente diversa. Che posto potrebbe mai trovare, nel mondo nuovo, gli adoratori del dio denaro, per sempre abbattuto e gettato nella polvere? Come potranno mai riciclarsi, convertirsi, riadattarsi? Dovrebbero cancellare ogni forma di memoria, ogni minima traccia delle loro radici, ogni pallida ombra della loro storia, del loro passato, della loro identità. Non potranno vivere, nel mondo futuro, semplicemente staccandosi dalle sue radici, dimenticandole. Dovranno maledirle, infangarle, distruggerle, bruciarle.
Come scelse di fare Marx, “il nipote del rabbino”. Che, però, nonostante tanto inutile sforzo, continuerà a essere ricordato, nel Mein Kampf, semplicemente come “l’ebreo Karl Marx”.



