Giacomo Leopardi: le malattie e “il mal di Napoli”

Carlo Di Lieto
Carlo Di Lieto
Carlo Di Lieto, critico letterario. Allievo di Salvatore Battaglia, Francesco Orlando e Nicola Cilento, docente di Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli. Autore di Interessanti Studi di Letteratura Italiana.

<<Torna dinanzi al mio pensier talora/ il tuo sembiante, Aspasia. O fuggitivo/ per abitati lochi a me lampeggia/ in altri volti; o per deserti campi,/ al dì sereno, alle tacenti stelle,/ da soave armonia quasi ridesta,/ nell’alma a sgomentarsi ancor vicina,/ quella superba vision risorge. […] Cadde l’incanto,/ e spezzato con esso, a terra sparso/ il giogo: onde m’allegro. E sebben pieni/ di tedio, alfin dopo il servire e dopo/ un lungo vaneggiar, contento abbraccio senno con libertà>>  (Aspasia).

<<Come potesti far necessario in noi/ tanto dolor, che sopravviva amando/ al mortal il mortal? Ma da natura /altro negli atti suoi/ che nostro male o nostro ben si cura>> 

Sopra un basso rilievo antico sepolcrale dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire, accomiatandosi dai suoi.

<<Natura umana, or come, /se frale in tutto e vile, se polve ed ombra sei, tant’alto senti?/ Se in parte anco gentile,/ come i più degni tuoi moti e pensieri/ son così di leggieri/ da sì basse cagioni e desti e spenti?>> 

Sopra il ritratto di una bella donna Scolpito nel monumento sepolcrale della medesima.

1.Sull’epigrafe sepolcrale di Giacomo Leopardi al Parco Virgiliano di Piedigrotta,  l’adorato amico Antonio Ranieri scrive: 

<<Al conte Giacomo Leopardi recanatese filologo ammirato fuori d’Italia scrittore di filosofia e di poesie altissimo da paragonare solamente coi greci che finì di XXXIX anni di vita per continue malattie miserrima fece Antonio Ranieri per sette anni fino all’estrema ora congiunto all’amico adorato MDCCCXXXVII>>. 

Alla luce di un quadro clinico “severo”, secondo la versione di Antonio Ranieri, Leopardi viene assistito dal suo amico dilettissimo, negli ultimi momenti della sua vita, che trascorre serenamente, disputando con il Mannella sul suo “mal di nervi” e della <<sua certezza di mitigarlo con il cibo, del latte d’asina, de’miracoli delle gite e del voler levarsi per andare in villa>>. 

Il 9 marzo 1837, in una lettera al padre Monaldo, Giacomo si lamenta del suo stato di salute e della scarsezza dei mezzi, che non gli consentono di consultare un medico, perché una visita… non poteva costar meno di 15 ducati. Napoli fu scelta per la mitezza del clima, e quando arriva in questa città,  il 5 ottobre del 1833, ne tesse le lodi: <<La dolcezza del clima, la bellezza della città e l’indole amabile e benevola degli abitanti mi riescono assai piacevoli>>. Presto, però, subentrò la disillusione: <<Il giovamento che mi ha prodotto questo clima è appena sensibile>>, se si tiene presente complessivamente il suo preoccupante quadro clinico. I trasferimenti dalle varie dimore e la scelta delle abitazioni, per i due amici, erano sempre condizionati dai malanni del povero Giacomo, che da sempre era afflitto da una salute cagionevole e malferma. Dopo aver soggiornato nel Palazzo Cammarota, in due abitazioni di questo palazzo, i due sodali  dimorarono dal dicembre 1833 al maggio 1835, <<rinnovandovi per la migliorata salute le prove del suo genio poetico>>. Il padre di Ranieri aveva esplicitamente dichiarato che non desiderava sotto il proprio tetto un empio, per di più povero e tisico, e dall’ottobre del 1833, Leopardi era quasi cieco. A vent’anni già soffriva di una grave forma di oftalmia. Non sopportava la luce del giorno e vedeva bene solamente nelle ore notturne; questo disturbo della vista viene definito nictalopia, che può essere fisiologico, se durante il giorno la capacità visiva ritorna normale, patologico, quando la capacità visiva di giorno è deficitaria.

La sua cecità fu provocata probabilmente da un glaucoma che lo porterà progressivamente alla riduzione del campo visivo, caratterizzato dall’aumento della pressione all’interno dell’occhio. Al sopraggiungere del 1833, si manifesteranno gli inequivocabili sintomi della tubercolosi (tisi). Questa malattia infettiva, dovuta al bacillo di Koch, si localizza nei polmoni e negli altri organi, provocandovi flogosi e necrosi; senza alcuna altra specificazione si intende come tubercolosi polmonare. In Leopardi si manifesterà con tosse stizzosa, malessere generale e l’emottisi ne rappresenterà il segno più evidente. La proprietaria della dimora di via Nuova Santa Maria Ognibene n.35, nel cuore dei quartieri spagnoli a via Concezione a Montecalvario, per il timore di un contagio, sarà indotta a lamentarsi con Ranieri, per averle introdotto in casa un malato e li inviterà a cambiare alloggio. La proprietaria verrà rassicurata dalla promessa che si trasferiranno altrove, e dal parere del dott. Nicola Mannella, medico di famiglia del Ranieri e di Leopardi. Questi, che aveva già visitato il Poeta, senza nascondere lo stato di salute del paziente, con un discorso vago e accomodante, riuscì a tranquillizzare la proprietaria dell’appartamento. Tutte le dimore prescelte dai due amici erano in aperta campagna con aria salubre, perché l’aria potesse apportare qualche beneficio ai suoi polmoni malconci.

Quella che “piaceva di più”, in una delle più “elevate e più sane della città, in Capodimonte”, era circondata da orti, in piena campagna, adiacente alla via regale che portava alla maestosa Reggia di Capodimonte. Non prima dell’aprile del 1836, Leopardi, affetto da artrite reumatoide, soggiornò, per alcuni mesi, nella villa dell’avv. Ferrigni, cognato di Antonio Ranieri, tra Torre del Greco e Torre Annunziata, in una “allegra e saluberrima stanza” all’ombra dello “sterminator Vesevo”, dove compose La Ginestra (1836) e il Tramonto della luna (1837). Francesco De Sanctis lo ricorderà così, ne La giovinezza (1869): <<In quella faccia emaciata e senza espressione tutta la vita s’era concentrata nella dolcezza del suo sorriso>>. 

Secondo Antonio Ranieri, il vero ritratto del Leopardi è quello eseguito da Domenico Morelli, nel 1845, <<il più fedele e realistico dei ritratti di Leopardi, con l’aspetto che aveva  verso la fine della sua vita, soprattutto nei tratti del volto, oltre che il vestiario e l’acconciatura che portava negli anni napoletani>>. Morelli non vide mai dal vivo Leopardi, in quanto quattordicenne nel 1837, ma solo nella maschera mortuaria in gesso e nei ritratti eseguiti da A.Ferruzzi nel 1820 e soprattutto quello disegnato  da Luigi Lolli nel 1825-1826 e l’incisione sul rame del 1830 di Gaetano Guadagnini. Morelli lavorò quasi due anni a questo ritratto, dopo le insistenti richieste del Ranieri, nel definire i particolari dell’immagine. Si può notare, in modo evidente, che gli occhi sono aperti ad arte e la camicia fa intravedere la gibbosità del petto. Morelli, (Napoli, 1826- ivi 1921), viene ricordato anche come ritrattista per il suo intenso verismo, oltre che come realizzatore dei mosaici della facciata del duomo di Amalfi.  Dal modello originario, costituito dal disegno di Lolli, scaturiscono i vari ritratti postumi dell’Ottocento. Il ritratto di Vincenzo Volpe è quello che  più fedelmente riproduce il disegno del  Lolli, probabilmente di un Leopardi, quando era molto giovane, forse non ancora ventenne; fu eseguito dopo il 1876. 

Scrive Riccardo Sica: <<Quanta tenerezza e timidezza insieme in quegli occhi grandi, trasparenti e vivi, di profonda penetrazione psicologica, pudore e riservatezza, nel sorriso appena accennato>>, “ineffabile e quasi celestiale”! In questo ritrattino si legge tutta l’anima, candida e profonda, del malinconico poeta!>>. Il viso era quello di un sofferente. I persistenti e continui dolori articolari, dati dalla malattia sistemica del tessuto connettivo, con infiammazioni delle membrane sinoviali e delle strutture articolari, le cui cause sono ancora sconosciute, coinvolgeranno, nel debole fisico del Leopardi, anche l’apparato respiratorio e cardiocircolatorio. L’artrite reumatoide è una malattia dal decorso degenerativo, che causa lesioni articolari e che accompagnerà il malfermo stato di salute del Poeta fino alla morte. 

L’asma bronchiale, in modo intermittente, in varie circostanze, lo tormenterà per lungo tempo. 

È una malattia a insorgenza parossistica, caratterizzata da spasmo della muscolatura bronchiale e difficoltà al passaggio dell’aria. Si manifesta con intensa dispnea, cianosi e sibili respiratori. In Leopardi era data anche da fenomeni allergici o da cause sconosciute di ordine psicologico. La sua cronicizzazione con distrazione dei setti interalveolari può portare anche all’enfisema polmonare.

I suoi mali erano congeniti ed erano anche determinati dall’erronea convinzione di essere malato con sintomi ipocondriaci, che, a seconda delle circostanze, alcune sensazioni dolorose non avevano alcun riscontro obiettivo e potevano essere considerati dei disturbi psichici di natura nevrotica per la sua eccessiva e infondata preoccupazione del suo stato patologico di “malato immaginario”. Uno di questi indefinibili stati di malessere era dato dall’essere un convinto meteoropatico. Un disturbo neurovegetativo che insorgeva in Leopardi, correlato ai suoi dolori articolari artrosici, in concomitanza dei fenomeni metereologici, quali l’avvicinarsi di un temporale o l’avvicendarsi delle stagioni. Solamente in primavera, infatti, si recava a Villa Ferrigni a Torre del Greco; nelle giornate umide o piovose non usciva dalla sua dimora di Vico del Pero, perché l’umidità gli apportava sofferenza alle articolazioni e le giornate grigie gli infondevano uno stato d’animo melanconico e uggioso. 

La sua statura era quella di un nano, un metro e 45 cm; la deambulazione  era caratterizzata da un’andatura a balzelloni,  tale da attirare facilmente l’attenzione dei passanti nelle strade di Napoli e soprattutto degli scugnizzi. Le cause di questo mancato sviluppo erano di ordine genetico, dato da disfunzioni endocrine e motivate da una carente secrezione dell’ormone della crescita. Queste anomalie genetiche in Leopardi sono facilmente spiegabili: nato da un matrimonio tra due cugini e con un corredo cromosomico irregolare; l’unione tra consanguinei non poteva che produrre queste disastrose conseguenze… Anche la cifosi e la scoliosi (morbo di Pott o spondilite tubercolare) con il conseguente incurvamento o convessità posteriore della colonna vertebrale erano date da cause congenite, risalenti al suo DNA. 

Il peggioramento delle sue condizioni di salute fu dato da una concausa, da quello  “studio matto e disperatissimo”, a carico della postura della colonna vertebrale, manifestatasi prevalentemente nell’età dello sviluppo per vizi di posizione. La doppia gobba è, senz’altro, una malformazione congenita; è una malattia invalidante che ha provocato in Leopardi una disabilità permanente, definita anche malattia genetica rara.

La sua complessione faceva rilevare un’anomala dimensione del cranio (macrocefalia). Dal punto di vista antropometrico il termine ben si adatta per un volume superiore a 1,5 dm3, accompagnato ad un’intelligenza rara. L’andatura barcollante, con conseguente zoppìa, era data anche dal piedivalgismo di un soggetto rachitico, dovuto all’alterazione del ricambio del calcio o del fosforo per carenza di vitamina D.

La dieta di Giacomo era seguita scrupolosamente dal cuoco Ignarra, il quale era molto attento alle prelibatezze del suo “piccolo” conte, a causa dei disturbi digestivi e dell’intolleranza ad alcuni cibi; egli preparava sempre un menu appropriato e adatto alle necessità dietetiche del suo padroncino. L’osservanza della dieta era rigorosa in famiglia, ma quando il Leopardi usciva da solo si concedeva delle intemperanze per i dolciumi, per i caffè zuccheratissimi e i gelati, <<grande amatore di sorbetti, mantecati, spumoni, cassate e cremolate>>, come ci riferisce Antonio Ranieri, in Sette anni di sodalizio. Savinio individua, in questa abitudine alimentare, la causa della morte per dissenteria. Da qui ne consegue la sua colesterolemia e il diabete mellitico, una malattia sistemica caratterizzata da coerente produzione o utilizzo dell’insulina, che gli provocherà alterazioni del metabolismo glicidico. Le conseguenze di questa malattia saranno a carico dei vasi sanguigni, che determineranno in Leopardi lesioni renali, alla retina e alla circolazione periferica con notevoli disturbi urinari. La causa della sua morte è attestata dal dottor Stefano Mollica, che mai lo aveva avuto in cura; egli così documenta, in modo poco veritiero: <<Io professore aiutante della Regia Università ho assistito e medicato il nominato conte Giacomo Leopardi di Recanati affetto da idropericardia e sebbene praticato tutti i mezzi che arte suggerisce, questi essendo riusciti inutili ha cessato di vivere verso le 21 italiane, ed in fede Stefano Mollica, Napoli, 14 Giugno 1837>>. 

Il dottor Mollica non conobbe mai il Leopardi, né come persona né come paziente, né tantomeno lo visitò nell’afoso pomeriggio del 14 Giugno, quando il poeta morì di colera. Il certificato di morte, esposto nella Villa di Torre del Greco, è una palese menzogna, preparata da Ranieri e da Mollica, ai danni della verità, sulla morte del povero Giacomo. Nell’estrapolare le notizie vere da quelle false, abbiamo contezza certa che i medici, che sono stati sempre al capezzale del Leopardi, furono: il dottor Niccolò Mannella e il prof. Postiglione e non altri. Il Mollica con la complicità del Ranieri non fece altro che copiare il testo del certificato della bozza che il Ranieri gli aveva preparato. E questo avvenne sicuramente nello studio del Mollica nella Regia Università, il giorno 15 Giugno, quando il Ranieri mandò i suoi due fratelli alla ricerca dei “documenti”, per la città di Napoli. Il dottor Mollica, attestando il falso, si mise a disposizione della famiglia Ranieri. La lettera del 13 Giugno 1837 è apografa, non è mai esistita come originale, fu redatta “in copia” molti anni dopo la morte del Leopardi e retrodatata, per dimostrare che il Leopardi non era morto di colera, ma di “idropericardia”. Il dottor Mannella, fin da quando il Leopardi era giunto a Napoli, nell’Ottobre del 1833, aveva diagnosticato al suo paziente una forma di tubercolosi <<una malattia derivante in sostanza da ragioni di struttura, e forse gentilizia, ragioni accresciute dal lungo studio e dall’età; nella quale malattia l’arte aveva poco da fare, ma molto potea fare la natura; che l’aria dei dintorni del Vesuvio massima quella di Torre del Greco, famosa per simile sorta di malanni, poteva sola salvarlo>>. 

La stessa diagnosi fu confermata dal prof. Postiglione, che consigliò il latte d’asina come rimedio, ma, imperversando il colera, la cura venne rinviata, perché il latte non veniva ancora pastorizzato e, quindi, poteva arrecare ulteriori danni, nel caso che questo alimento non giovasse al paziente. La diagnosi di “idropericardite” come causa di morte è da escludere, anche se è da prendersi in considerazione, alla luce del suo complesso quadro clinico, in quanto l’infiammazione acuta o cronica del pericardio è associata a dispnea e a dolore precordiale, quindi, ad insufficienza cardiocircolatoria, conseguente alla tubercolosi o ai reumatismi articolari. A Napoli, l’epidemia di colera presenterà una situazione disastrosa e il panico di essere contagiato non risparmierà  neppure il Leopardi. Nell’ultima lettera al padre del 27 Maggio 1837, Giacomo scrive: <<Si teme qui che l’esempio di Marsiglia il secondo cholera sia superiore al primo, il quale anche in Marsiglia cominciò in Ottobre, e fatta piccola strage ritornò in aprile.

Qui il secondo cholera dovrebb’essere doppio del primo, perché la malattia avesse da Napoli il contingente proporzionato alla popolazione. […] Se scamperò dal cholera e subito che la mia salute lo permetterà, io farò ogni possibile per rivederla in qualunque stagione, perché ancor io mi do fretta, persuaso ormai dai fatti di quello che sempre ho preveduto che il termine prescritto da Dio alla mia vita non sia molto lontano>>.  Leopardi risiedeva nel quartiere Stella, non molto lontano dai quartieri più esposti al contagio. <<La peste, scrive Leopardi a  Monaldo, l’11 Dicembre 1836, chiamata per la gentilezza del secolo cholera […] dopo più di 50 giorni […] pareva quasi cessata; ma in questi ultimi giorni la mortalità è rialzata di  nuovo. […] né posso tornare a Napoli, perché chiunque v’arriva dopo una lunga assenza, è immancabilmente vittima della peste; la quale del rimanente ha guadagnato anche la campagna, e nelle mie vicinanze ne sono morte più persone>>. Il falso certificato medico attesta che Leopardi è morto di idropericardite acuta, in piena epidemia di colera.

Nulla esclude che Giacomo ne sia stato contagiato e sia finito, al di là delle menzogne raccontateci dal Ranieri, nella fossa comune delle Fontanelle, in quel gigantesco ossario, ubicato in una millenaria cava di tufo: non è un cimitero come tutti gli altri, non vi sono viali né cipressi, né cappelle gentilizie o lapidi.  Tra le migliaia di crani, ammonticchiati c’è forse anche quello del Leopardi, non facilmente identificabile, perché occorrerebbe verificare tra tutti i teschi le reali misure della maschera funeraria di Giacomo, per avvicinarci con un certa approssimazione al teschio autentico. Leopardi, negli ultimi giorni della sua esistenza, aveva avuto i sintomi del colera: astenia, febbre, vomito e diarrea imponente. La morte è avvenuta quasi sicuramente per il contagio della malattia e per complicanze della disidratazione e il relativo collasso, dovuto all’infezione del vibrione, isolato in un secondo momento da R.Kock nel 1882.

La malattia che accompagnerà il Leopardi per tutta la vita è il “mal di nervi”, quella che viene definita in tempi recenti, “depressione psicotica”. Al Leopardi fu consigliata la pace della campagna vesuviana, il latte d’asina, per combattere il suo stato ansiogeno e le alterazioni d’umore, contrassegnate da un profondo stato d’angoscia e da un’immedicabile tristezza, a ricorrenza ciclica (psicosi maniaco-depressiva), legata ad avvenimenti circostanziali gravi, come le delusioni d’amore e la solitudine essenziale del Poeta (depressione reattiva). La sua visionarietà creativa nasceva anche da uno stato psicotico, caratterizzato da melanconia, senso di vuoto e caduta di ogni interesse vitale. Quando Ranieri incontrerà a Firenze in via del Fosso il suo diletto amico, prima della partenza per Napoli, Giacomo versava in queste pietose condizioni, meditando il suicidio. La sua depressione determinerà in lui uno stato di abbandono patologico, tale da favorire una persistente pediculosi e una fastidiosa ftiriasi, dovuta alla poco igiene personale, in quanto il poeta <<opponeva>> <<resistenza indomita>> al <<mutarsi di camicia e d’ogni altra biancheria>>, oltre che a farlo entrare… nel bagno>>.  Il suo <<pessimismo, altri lo deducono da ragioni patologiche; cercano se sia da imputare alla colibacillosi, o a una lue contratta da baliatico mercenario>>

In età adolescenziale, Leopardi soffrì di priapismo, alla luce delle sue acute infezioni topiche o di probabili disfunzioni di alcune vie nervose centrali. Il “mal d’amore” sarà una costante della sua vicenda umana. Fanny Targioni Tozzetti diventerà l’involontaria testimone di questa passione non corrisposta e che procurerà al povero Giacomo tanta sofferenza e delusione. Tutto il vissuto di sofferenze psichiche e fisiche viene introiettato e assimilato, nelle forme più diverse e disperate, dalla scrittura poetica di Leopardi. La consolatoria illusione della scrittura diventerà per lui temporanea pacificazione dell’animo, in quanto il suo “l’oggetto d’amore” è sempre minacciato dalla perdita o dall’assenza.

Quello che viene trasferito sulla pagina è il mascheramento di una permanente realtà conflittuale, che traduce, attraverso complesse vie associative, il magma della visionarietà creativa, per superare l’insostenibile condizione di disagio e di dolore profondo. I suoi infiniti malanni si possono enucleare dall’Epistolario. Dalle lettere inviate ad Antonio Ranieri, scritte sotto l’impulso del suo nervosismo: <<1° gennaio 1834. Al nobil Uomo Sig. D.Antonio Ranieri Tenti, Napoli: Ranieri mio. Essendomi ridato, dopo la tua partenza, a comporre, ebbi un’emorragia forte dal naso, che mi abbattè un poco e mi cagionò per un giorno o due quell’indebolimento alla vista di cui ti scrissi; ma questa è poi ritornata allo stato solito. Appena mi par credibile che la nostra riunione sia per aver luogo veramente; tanto questa felicità mi par grande e incalcolabile. Ma ti prego sempre a non precipitare con rischio della tua salute. Qui fa gran freddo e già l’Arno è ghiacciato più volte da sponda a sponda. Salutami la tua degna sorella. Addio, cor mio. Ti dò mille baci. Abbiti cura per amor mio. Queste di casa ti salutano  tanto tanto; anch’esse sono state in pena con me per la tua salute>>.

Il tono desolato delle lettere conferma che Leopardi a stento riusciva a scrivere, a causa della sua infermità agli occhi e per le frequenti emorragie, la cui causa ci è ignota. Esasperato, nell’ultima lettera ad Antonio Ranieri del 13 aprile 1833, non potendo resistere ai suoi mali, si sentiva vicino a morire. Questa lettera fu scritta sotto l’impulso della facile eccitabilità di Giacomo, allo stremo delle forze. Egli sapeva di non poter guarire, ma era anche consapevole di non essere vicino alla fine. Le lettere da Firenze che vanno dal 24 novembre 1832 al 13 aprile 1833 furono scritte durante l’inverno, un periodo particolarmente difficile per il Poeta, soprattutto per la terribile malattia agli occhi; il rigore di quell’inverno concorse a stremare la fibra già così debilitata del povero Giacomo. Egli scriverà alla sorella Paolina che non può morire; Paolina scriverà, a sua volta, ad Anna Brighenti: <<Ma che consolazione è questa quando purtroppo dalle sue poche righe si vede che egli è tutt’altro che lieto, tutt’altro che sano?>> Anche nella lettera ad Antonio Ranieri del 5 gennaio 1833, scrive: <<la vita che ho non è tanta che abbia la forza di ammazzarmi>>. La malattia agli occhi gli negava il piacere di leggere e quello di scrivere; come si può notare da queste lettere, indirizzate all’amico Ranieri e alla sorella, sono di “poche righe”.

La loro brevità lascia supporre che i suoi occhi erano condannati inesorabilmente alla cecità. Scrive Ranieri: <<Salvo qualche lettera che di rado gli perveniva, Leopardi non potette mai leggere nei sett’anni. Scrisse solamente alcune lettere, e tre e quattro versi il dì, come egli ci diceva; e spesso  a molto più grandi distanze. Noi dunque, gli si leggeva, leggeva, leggeva; e, su per giù, e l’un per l’altro, eravamo non dispregevoli lettori in tutte le lingue ch’egli conosceva; servigio, che allora, per verità, ci pareva di niun momento, ma del quale ora, che ho gli occhi stracchi ancora io, sento tutta l’inestimabile importanza>>. Un biglietto del 16 febbraio 1833 ne dà conferma: <<Ranieri mio. Gli occhi non mi lasciano che salutarti. Ho le tue 9 e 12, che mi consolano di ogni male. Addio>>.

Quasi tutto l’Epistolario leopardiano ha come sottotraccia del suo percorso una declinazione dolorosa, sembra quasi che tutto sia stato architettato a bella posta, per attirare l’attenzione e le fraterne premure del Ranieri. Leopardi, portato naturalmente ad esagerare, il suo gracile corpo riusciva, a stento, a fronteggiare i suoi mali. Talvolta, creava facili allarmismi e sgomento in famiglia per la sua imminente fine: <<Ho gran bisogno che persona amica mi dia notizie vere e precise di mio fratello: sentite, ragazze mie, cosa ci è successo. Negli ultimi giorni del mese scorso un signore nostro parente strettissimo scrisse da Roma alla sua casa di Recanati che nel miglior modo preparasse gli animi nostri a sentire una nuova terribile, quella (ho appena la forza di dirla) che il caro mio fratello Giacomo era agli estremi. Nina mia, furono scene di desolazione e di morte quelle che presentò la mia famiglia a sentire una tal notizia, furono giorni di agonia spasimante quelli che passammo  prima che potessimo avere nuove da Firenze che tutto era un sogno.  Il nome di Vieusseux mi risuonerà sempre dolcissimo e mi farà palpitare di consolazione tutte le volte che lo sentirò, poiché egli fu che si affrettò a rispondermi che vedeva Giacomo quasi tutti i giorni, e che niente poteva aver dato luogo ad un tal equivoco. No, non è mai possibile che io sappia dire cosa sentii al leggere quella lettera, cosa mi sembrasse la vita dopo quel momento. Ho riveduto poi i caratteri di Giacomo; ed egli si affretta a dirmi che non teme punto, poiché non può morire. […]>>. (Paolina Leopardi ad Anna Brighenti, 25 maggio 1833). Questo doloroso equivoco era nato dall’impulsività del Ranieri e dal tono avvilente delle lettere di Giacomo.

La dolorosa brevità della corrispondenza, da parte del Leopardi, era motivata dalla malattia agli occhi: <<Ti lascio perché i miei occhi sono in uno stato non credibile a chi non lo prova>>. (1 dicembre 1833). Sono “i poveri infelici miei occhi” a determinare questo stato d’animo deplorevole; <<è minacciato di perder la vista e non posso scrivere>>. (10 gennaio 1833, A sua eccellenza Il Signor D.Raffaele Perrelli Segretario Generale delle R.Poste Napoli). Nella lettera del 13 Giugno 1837 di Antonio Ranieri al Gent. Sig. Conte Monaldo si delinea l’incubo di una fine imminente, la cui causa scatenante è da attribuirsi all’idropisia: <<Gent. Sig. Conte, […] il dì quindici di Maggio, egli si levò smanioso dal letto con un fiero affanno, che gli impedì per più notti di giacere, e lo gettò in una grandissima prostrazione di forze. Io non mancai di chiamar subito il dottor Mannella, medico di corte, professore e clinico di rara sapienza ed esperienza, e che ha un particolare conoscimento della complessione di lui, perché lo cura ormai da quattro anni.

Il Mannella mi dichiarò, che quell’affanno era una minaccia d’idropisia, o per parlare più esattamente, d’idropericardia, gli ordinò assai medicine, dalle quali ha già ritratto qualche utilità, ma mi aggiunse esser quella una malattia derivante in sostanza da ragioni di struttura, e forze gentilizia, ragioni accresciute dal lungo studio e dall’età; nella qual malattia l’arte aveva poco da fare, ma molto potea fare la natura; che l’aria dei dintorni del Vesuvio, massima quella di Torre del Greco, famosa per simile sorta di malori, poteva sola salvarlo; alla quale si poteva aggiungere due volte il dì il moto dell’asino, ed altre avvertenze che sarebbero troppo lungo il particolarizzarle>>. L’aria salubre della campagna vesuviana era indicata  per questa particolare patologia. <<Il caso mi parve grave, rileva Ranieri, e non volli stare al giudizio di un solo, benché io non conoscessi nessuno qui di cui mi fidassi più di lui. Chiamai il dottor Postiglione che è la prima riputazione medica della città, e il Postiglione mi confermò ad litteram tutto il detto del Mannella, aggiungendo solo che molto gli sarebbe piaciuta una cura di latte d’asina. Le riunii finalmente entrambi e fu concluso che l’esperimento del latte d’asina sarebbe prolungato insino alla fine del cholera, che ora infierisce qui spaventosamente non essendo prudenza di esporre in questo frangente il malato a una diarrea nel caso possibile che il latte non gli giovasse>>.

Il trasferimento a Villa Ferrigni a Torre del Greco sarebbe stato provvidenziale per questo male  pernicioso: <<Dopo ciò, dimani io lo condurrò alla villetta d’un mio parente sulla falda proprio del Vesuvio, comperata dai suoi maggiori assegnatamente come il più miracoloso rimedio dell’idropisia. Ecco, signor conte, descrittagli francamente la natura dei quel male, di cui Giacomo nell’ultima sua gli parlava in un modo assai vago, parte per non affliggerlo, parte perché io ho creduto utile di lasciare ignorare a lui stesso una parte del vero. […] Ma infine Giacomo mi ha imposto di scrivergliene; ed io che mi sono proposto, da sette anni che egli convive meco, di contentarlo in tutto, non l’ho voluto scontentare neanche in questo. Ella può esser certa, che tutto quello che è possibile ai mortali, tutto è stato, è, e sarà fatto in pro del suo figliuolo, e dell’unico amico che la Provvidenza mi ha conceduto, al quale sopravvivere sarebbe per me un problema di non facile risoluzione. Ma finalmente è bene ch’ella sappia le vere cause del suo non ritornare tra le braccia di lei, acciocché tra le altre ragioni di guarigione si aggiunga nell’animo di lui la necessaria tranquillità di non aver disobbedito  al padre qual’ella è, al quale egli è stato ed è sempre amorosissimo figliuolo. Ella non ha certo bisogno de’ miei consigli per istar di buon’animo, e per aver fede negli aiuti della Provvidenza; e pregandola di onorarmi di un qualche suo riscontro, ho l’onore di segnarmi Suo div.mo serv.re>>.

Ranieri racconta così gli ultimi istanti della vita del Leopardi, di “morte repentina”, con tutti i sintomi dell’idropisia, che si erano moltiplicati: <<E il mercoledì, quattordici di giugno, alle ore cinque dopo il mezzodì mentre una carrozza l’attendeva per ricondurlo (ultima e disperata prova) al suo casino, ed egli divisava future gite e future veglie campestri, le acque, che già da gran tempo tenevano le vie del cuore, abbandonarono micidialmente nel sacco che lo ravvolge, ed oppressa la vita alla sua prima origine, quel grande uomo rendette sorridendo il nobilissimo spirito fra le braccia di un suo amico che lo amò e lo pianse senza fine>>. Ranieri ribadirà, in più occasioni, che Leopardi <<morì di morte repentina, come segue ordinariamente nelle idropisie, massime di cuore: genere di morbo, nel quale tutti, salvo l’infermo, sanno che si tratta di una morte inevitabile: ma nessuno sa quanto questa morte sia per essere vicina o lontana, né nessuno ha mai sognato d’aver obbligo di disingannare il morituro. Ora, io non so che si sia mai preteso di trovar nulla di notabile in una morte repentina. Salvo, se, con le altre cose che si vanno mettendo in dubbio in questo meraviglioso passaggio che il genere umano sta operando dalla follia delle passioni alla sapienza dei còmputi, dalle guerre del Sepolcro a quelle dell’oppio e, in somma, dal credere in molte cose al credere solo nelle eredità, non si volesse eziandio mettere in dubbio se il morire di morte repentina dia, o non, agio al morente di far qualche notabile dissertazione intorno al modo onde considerò o non considerò, ai giorni suoi, quest’universo>>.

In queste ultime dichiarazioni del Ranieri, è evidente l’excusatio non petita per il suo racconto non veritiero sulle cause della morte del suo prediletto amico. <<Giacomo Leopardi […] sostenne, nella sua brevissima vita, una parte, si può quasi dire, delle più gravi malattie che si conoscono sotto il sole. Le quali si congiungevano talvolta e si inserivano sì stranamente insieme, che quel rimedio ch’era medicina all’uno, era veleno all’altra. Per tacere di troppe più che non parrebbe credibile, sfidato di tisico dai dottori di Roma nel Trentuno, e da quelli di Firenze nel Trentadue, nel Trentasette morì poscia a Napoli d’idropisia. Né mai credette nell’uno o nell’altra; ma io non so quale suo misterioso mal di nervi, mediante il quale spiegò, fino all’ultimo, tutte le più variate, e spesso più manifeste, maniere di morbi che combatterono implacabilmente la sua misera giornata>>. Ogni malattia era correlata all’altra e, talvolta, il rimedio era, per Leopardi, peggiore del male stesso; per alcune, la medicina poteva poco: <<E insino dopo che bravissimi medici napoletani gli ebbero parlato assai più chiaro che io non avrei voluto; mi riparlava della incertezza della medicina del suo mal di nervi non voluto intendere e degli altri quarant’anni di vita che gli bisognava durare pazientemente, se già la pestilenza non venisse inopinatamente a troncarli>>.

Le cause sconosciute dei suoi disturbi neurovegetativi non erano trascurabili; nella fattispecie, erano definite, in modo generico, “mal di nervi”. La medicina al riguardo poteva far poco e questa circostanza lo rendeva  indocile e trasgressivo ad ogni dieta, che gli veniva consigliata dagli illustri clinici del tempo. Giacomo sottovalutava la componente nervosa dei sui mali e riteneva erroneamente di poter convivere con essi per altri quarant’anni! <<Questa singolare credenza lo aveva renduto constantemente indocilissimo a tutte le prescrizioni dell’arte: massimamente a quella della dieta, che, nelle idropisie, sogliono essere, come ognuno sa, rigorosissime. Per questa sola parte, le mie preghiere, e insino le mie lacrime, erano riuscite sempre indarno. E, fatto inesorabilmente beffo del latte d’asina, qual dì stesso, giusta l’usato, dopo un’abbondante colazione di cioccolatte, desiderò che gli si recasse da desinare mentre ci attendeva già la carrozza che doveva menarci in villa, dove si proponeva di cenare verso le quattro o le cinque della mattina seguente: prima della quale ora non era stato mai possibile di ridurlo nel letto>>.

Trasgrediva ad ogni  regola dietetica, ed era convinto <<che tutto il male suo fosse nervoso, e si confidava ciecamente di poterlo placare col cibo>>. Negli ultimi istanti di vita, prima che sopraggiungesse la fine, <<disputò dolcemente col Mannella del suo mal di nervi, della certezza di mitigarlo col cibo, della noia del latte d’asina, de’ miracoli delle gite>>. Anche l’evasione procuratagli dalle gite dava sollievo,  al suo animo esacerbato in quanto lo distraeva temporaneamente dalle angustie quotidiane dei suoi gravi problemi di salute. Il rimedio del cibo, l’andare in villa e le passeggiate distensive non erano sufficienti a placare il suo incurabile “mal di nervi”.

Avvezzo com’era a fronteggiare le “mortalissime malattie”,  aveva acquisito il caratteristico abito mentale del paziente, che non dà molta importanza ai rischi che corre, mettendo a repentaglio la propria incolumità, con un comportamento irresponsabile e, talvolta, dissennato. Ghiotto di “confetti cannellini” e di “gelati”, di dolciumi, controindicati per il suo diabete mellitico, ne mangiò due “cartocci”, prima della fine, che <<pesavano una libbra e mezzo ciascuno>> e divorava “con furore” i gelati uno di seguito all’altro. L’aria salubre e le passeggiate  nella campagna vesuviana non tardarono a far sentire i loro benefici effetti: <<il beneficio quotidiano del ventre>>, per la fastidiosa stipsi, dovuta a disturbi gatro-intestinali. Secondo Ranieri, il suo amico prediletto era <<il più eccessivo degli uomini>>, perché amava la trasgressione e la sregolatezza e con un carattere <<sensitivissimo, come niuno fu mai tanto, alla lode ed al biasimo>>. Il potere salvifico del cibo era affidato al “bravo Pasquale” Ignarra; il suo menu di “rara nettezza” e di “salubrità delle sue vivande”, era predisposto e preparato ogni settimana con grande scrupolo. 

2.Le cure delle sue infermità erano nelle mani amorevoli dell’angelica Paolina, la quale, a malapena, riusciva a tollerare il disordine degli orari del Poeta: <<Io non credo, scrive Ranieri, che sia mestieri di oratore latino o greco per fare intendere il supplizio cui un vivere sì fatto sottoponeva chiunque avesse veramente a cuore la cura delle sue infermità e la minore tetraggine dei suoi pensieri>>.

Questa insana abitudine d’un <<così letale vezzo e d’un così strano turbamento dell’abitudine umana>>, di certo, non giovarono alla sua salute: <<Né al buon Pasquale sovrastava un pericolo minore. Lo spostamento delle ore gli riusciva, per così dire terribile. Doveva dargli colazione alle tre, le quattro, le cinque della sera; di pranzo, alle dieci, le undici, le dodici>>. Il suo già tanto compromesso apparato digestivo, da questi orari sconclusionati, non ne traeva alcun beneficio. L’ansia di divorare lo annientava e i suoi “incredibili eccessi” erano dettati da un’apprensione pervasiva e devastante, che diventava furioso disordine mentale. Contestava i consigli degli “aurei medici” e disobbediva a quanto gli prescrivevano “i brauniani” e i “rasoriani”.

L’intolleranza e l’irritabilità non agevolavano minimamente la collaborazione e l’intesa tra medico e paziente: <<Ma, appena uno di loro trovava che la carne era troppo e il brodo troppo denso, Leopardi non voleva più saperne di carne, e voleva perire di pesce e  di vegetabile, alla rasoriana; appena uno di loro trovava che la carne era pur necessaria, Leopardi non voleva più sapere di pesce né di vegetabili, e voleva perire di carne e di brodi densi come la panna, alla brauniana. Il medico trovava che nella stanza era poca luce, che le imposte erano troppo socchiuse; Leopardi apriva la finestra e si poneva col capo nudo al sole. Il medico diceva che per una discreta luce nella stanza non si doveva intendere stare a capo scoverto al sole; Leopardi chiudeva ogni cosa, e ritornava alle sue tenebre eterne. Il medico consigliava di menarlo talvolta a spasso: e Leopardi voleva trascorrere un lungo tratto, ansante e alla stracca. Il medico trovava che non bisognava sforzarsi: e Leopardi nuovamente si appollaiava>>. 

Non accettava nessun divieto o imposizione, talvolta, era capriccioso e dispettoso e reattivo a qualsiasi sollecitazione: <<In somma tutta la vita sua altro non fu che una serie, non mai  discontinuata, di subite ed opposte vicende; se non che le apprensioni e le vicende cessavano, quando i medici vietavano,  con maraviglioso accordo, fino ad un certo punto, le cose dolci, ed assolutamente, i gelati. Bramosissimo delle une e degli altri, egli, lasciata  dall’un dei lati ogni apprensione, perseverava i più incredibili eccessi: il caffè, sciroppo di caffè; la limonea, sciroppo di limone; il cioccolatte, sciroppo di cioccolatte (e non senza le vaniglie, rigorosamente vietategli); e così via via. E quanto ai gelati, era un furore: forse che il morbo stesso lo spiegava! Più i medici minacciavano sputi sanguigni, bronchiti e vomiche, e più il furore cresceva; talché spesso la povera infermiera se ne trovò fra l’uscio ed il muro, insino che, disperatosi di un’angoscia sì fatta, si risolse di cedere al sentimento anziché alla ragione, e dismise qualsiasi altra opposizione nel proposito>>. Questi episodi della vita di Leopardi -infermo erano veramente ingestibili, ribelle o remissivo, reattivo o empatico, in tante occasioni, ma senza una coerente linea di condotta.

<<Quando stava manco male, andava fuori solo, per sottrarsi alla temperanza di un gelato o due. Ed una fra le sere che l’andavo a riprendere al Caffè al canto di Taverna Penta, a Toledo, allora delle Due Sicilie, ora d’Italia, l’eccesso era stato tale, che ne trovai raccolto dall’un de’ lati un capannello beffardo, e, caldo e giovane, ne fui in pericolo d’una sfida>>.  Uscito dalla sua “abitazione di talpa”, Leopardi scende a passo lieve lungo Santa Teresa degli Scalzi: <<Passava per Toledo. Costeggiava le botteghe vociose e parate come teatrini. Sfiorava le donne calde e assieme fresche o soprattutto odorose: lui che le donne non sapeva altrimenti amare se non con gli occhi e la fantasia; e la sua gioia era accresciuta dal camminare in discesa, perché il sentimento di facilità, di distacco dalla terra, di volo che dà il camminare in discesa, supera la felicità del cavallerizzo, e del ciclista che scende una china a ruota libera, e dell’automobilista che corre un’autostrada>>. (Alberto Savinio).

Il suo comportamento non conosceva equilibri; i suoi atteggiamenti seguivano gli impulsi del momento ed erano incontrollabili: <<Sensitivissimo, […] sarebbe un impossibile il fare intendere a quali eccessi di amore corrivo o di odio furibondo potesse sospingerlo o l’una o l’altro>>. Le cure della “suora di carità” e “l’aria di Napoli”, in particolare, quella di Capodimonte e della campagna vesuviana, <<gli avevano, non ostante la sua disordinata abitudine, come mutata la complessione. Le vomiche, le bronchiti, gli sputi sanguigni, sembravano essiccati. Ma, come segue nei mali cronici, quando sono letali, la natura variava di continuo le forme del suo mortifero processo. Nel verno, fra il Trentacinque e il Trentasei, apparve qualche enfiagione alle gambe, qualche minaccia di affanno, ch’egli chiamava asma nervoso, e, finalmente, una spaventevole ftiriasi. […] e nulla potevano i più appropriati ed efficaci rimedi, esterni aiuti all’incurabile male ch’era dentro. La povera “suora di carità” non sapeva più a qual santo votarsi; e, finalmente, i due dottori, di pieno accordo, consigliarono, come supremo rimedio, l’aria di Torre del Greco, dove tutte le nazioni traggono per la cura delle idropisie, e per (come i medici dicono) la ricostituzione dell’organismo>>. 

“Il mutar d’aria” aveva effetti prodigiosi per il suo “mal di nervi”, <<intanto, tutti i sughi di cipolla squilla, tutti i farmachi più diuretici, non facevano l’effetto di sola mezza giornata dell’aria della Torre, la terza volta riconsigliata dai medici […] E quando si chiamava in soccorso il Postiglione, ch’era l’autorità medica più inappellabile di quei tempi, Leopardi rispondeva, al solito, con ciera oramai poco meno che beffarda: che il suo male era di nervi, e che l’aria della Torre a nulla avrebbe giovato. Alla fine, un giorno, il vecchio professore ne sdegnò, come già aveva fatto il vecchio Bomba in Roma per simili risposte bisbetiche: e gli disse con grande serietà: Signor Conte, la diagnosi la fa il medico e non il malato. Le ho detto e ridetto più volte, che qui non entrano i nervi, ch’Ella dee recarsi alla Torre, se le piace. Quando no, faccia il comodo suo>>.

Egli  diffidava della medicina ufficiale; <<egli era abborrentissimo, come sono sempre i malati cronici>>, dei medici e delle medicine. “Agli amici suoi di Toscana”, Firenze 15 dicembre 1830, scriveva <<Amici miei cari! […] Ma io non avevo appena vent’anni, quando da quella infermità di nervi e di viscere, che privandomi della mia vita, non mi dà speranza della morte, quel mio solo bene mi fu ridotto a meno che a mezzo; […] Ben sapete che queste medesime carte io non ho potute leggere, e per emendarle m’è convenuto servirmi degli occhi e della mano d’altri.

Non mi so più dolere, miei cari amici;  e la coscienza che ho della grandezza della mia infelicità, non comporta l’uso delle querele. Ho perduto tutto: sono un tronco che sente e pena>>. Introverso per indole, “divisava future gite”, in buona compagnia e “future veglie campestri”, nonostante l’incalzare di un’immedicabile disforia e di quell’“incomprensibile dolore interno”, che <<fu il principio e fine di tutto l’essere del Leopardi” e che mai gli aveva dato tregua. <<Dall’abisso medesimo del suo dolore egli aspirava, per l’insanabile instinto della specie umana, a quella felicità onde aveva letto, cantato e discorso il vano e il nulla. E sempre dietro al suo fuggitivo fantasma, ripartiva novamente di colà dove pur dianzi disperato di  raggiungerlo, s’era tornato>>. 

La sua pulsione viatoria  lo spingeva a cambiare dimora,  per le città italiane: Milano, Bologna, Pisa, Roma, Firenze e Napoli. A Napoli passeggiava  da solo per via Toledo, si recava a Mergellina e  a Posillipo, a Pozzuoli e Cuma,  in compagnia di Paolina e dell’inseparabile Ranieri e, talvolta, del cuoco Ignarra.  Scendeva da Capodimonte alle catacombe di S.Gennaro, dal Vesuvio a Pompei o ad Ercolano, da Torre del Greco  a Torre Annunziata, per visitare l’antica Oplonti, sempre accompagnato dai suoi amici.  Un flaneur abitudinario, che indossava sempre un certo soprabito vecchissimo, <<che per sette anni ha fatto la mia disperazione>>, scrive Ranieri, <<che ho per sette anni pregato Giacomo in ginocchio di gettare e che egli ritenne invece con affetto incredibile, gittandone uno nuovo che i tarli avevano distrutto>>. Il suo peregrinare era un  modo come un altro per combattere l’innata solitudine, la natura atrabiliare e “l’acerbezza de’ suoi dolori”. Il suo costante desiderio era sempre quello di vivere “altrove”, in compagnia  dei suoi mali incurabili. “L’improba mano della matrigna natura” era stata spietata con lui: <<Il male del Leopardi era indefinibile, perché, consistendo nelle più riposte fonti della vita, era, come la vita stessa inesplicabile. Le ossa si rammollivano e disfacevano ogni dì più, e negavano il loro, ancorché debole, sostegno alle misere carni che le ricoprivano. Le carni stesse dimagrivano e insterilivano ogni dì, perché i visceri del nutrimento ne rifiutavano loro l’assimilazione. I polmoni, stretti in troppo angusto spazio, e parte non sani, si dilatavano a fatica. A fatica il cuore si sprigionava dalla linfa, onde uno stanco riassorbimento lo gravava. Il sangue, che mal si rinnovava nello stentato ed affannoso respiro, si rivolgeva freddo, bianco e lentissimo per le vene affievolite. E, in somma, tutto il misterioso circolo della vita, che a così grande stento si moveva, sembrava ad ora ad ora di dover fermare per sempre. Forse che la grande spugna cerebrale, principio e fine di quel misterioso circolo, aveva succhiato prepotentemente tutte le forze vitali e consumato, ella sola, ed in poco d’ora, quel ch’era destinato a bastare,  e per gran tempo, al tutto. Ma, che si sia, la vita del Leopardi non era più un correre, come in tutti gli uomini, ma più veramente un precipitare verso la morte>>.

Tutti <<i consigli dei più gravi ed esperimentati medici della città, fra i quali l’aureo Mannella e il Postiglione, tutti i più vigorosi ed estremi partiti della scienza, furono indarno>>.

Afflitto dal “mal d’amore”, si portò <<intatto nel sepolcro il fiore della sua verginità>>; <<e per questo medesimo, amò due volte (benché senza speranza) come mai nessun uomo aveva amato sulla terra>>. L’angelica bontà del suo animo  era predisposta all’amore e non era mai stata indifferente alle grazie femminili. Tradito nei suoi sentimenti più profondi,  nutrì verso tutti gli uomini, a seconda delle circostanze, amore e odio. Subentrò in lui, dove aver vissuto tormentosamente “le pene d’amore”, disincanto e distanza, dopo che la drammatica tensione amorosa si era allentata. Lo strazio interiore sarà dominato razionalmente; allontanandolo nel ricordo e giustificando il suo nobile errore, nel trovare, nell’amorosa idea dell’Amore, un’Aspasia reale, inevitabilmente imperfetta. L’amore-passione per Fanny Targiani Tozzetti diventerà per lui un pensiero assorbente ed ossessivo, dominante ed esclusivo, tale da prosciugargli qualsiasi energia.

Gli strali d’amore ferirono mortalmente il cuore innocente del Poeta, deluso e ingannato: <<Né tu finor giammai quel che tu stessa/ inspirasti alcun tempo al mio pensiero,/ potesti, Aspasia, immaginar. Non sai /che smisurato amor, che affanni intensi,/ che indicibili moti e che deliri/ movesti in me; né verrà tempo alcuno/ che tu l’intenda. In simil guisa ignora/ esecutor di musici concenti/ quel ch’ei con mano o con la voce adopra/ in chi l’ascolta. Or quell’Aspasia è morta/ che tanto amai. Giace per sempre, oggetto/ della mia vita un dì: se non se quanto,/ pur cara larva, ad ora/ tornar costume e disparir. […] Pur quell’ardor che da te nacque è spento:/perch’io te non amai, ma quella Diva/ che già vita,  or sepolcro, ha nel mio core>>. Il “mal d’amore” ha trovato una sua inquieta pacificazione: <<Quella adorai gran tempo; e sì mi piacque/ sua celeste beltà, ch’io, per insino/ già dal principio conoscente e chiaro/ dell’esser tuo, dell’arti e delle frodi, pur ne’ tuoi contemplando i suoi begli occhi, […] Cadde l’incanto, e spezzato con esso, a terra sparso/ il giogo: onde m’allegro.  E sebben pieni/ di tedio, alfin dopo il servire e dopo un lungo vaneggiar, contento abbraccio/ senno con libertà. […] è che su l’erba/ qui neghittoso immobile giacendo,/ il mar la terra e il ciel miro e sorrido>>.

Il “mal d’amore” si è placato, ma non si è spento del tutto. Resta il rimpianto di un amore non corrisposto. <<Giusto, umano, liberale, magnanimo e lealissimo, s’immaginò da principio che gli uomini fossero in tutto buoni. Tradito e disingannato del soverchio che n’aveva sperato, concluse da ultimo ch’erano in tutto cattivi. E solo la prematura morte l’impedì di giungere a quella terza e riposata disposizione d’animo per la quale avrebbe estimati gli uomini, quel che veramente sono né in tutto buoni, né in tutto cattivi>>. Leopardi non conosceva le mezze misure nei rapporti umani e anche per le sue scelte sentimentali aveva osato l’irrealizzabile. <<Gli estremi stessi, nell’apparenza inesplicabili, ai quali trasandava nel suo vivere pratico e cotidiano, come l’usar troppo, o troppo poco, il cibo, la luce, l’aria, il moto, la conversazione degli uomini, e somiglianti, erano, nell’esistenza, il più vivo e vero testimonio dell’innata ed angelica bontà dell’animo suo: purché tentava, per le più opposte vie, la nemica natura, se mai avesse potuto impetrarne l’adito nella grande armonia e nell’universale amore di tutto il creato, onde il tremendo prestigio del suo immenso dolore gli aveva dato a credere d’essere stato fatalmente escluso. Che se né quel dolore né quel prestigio fu sanabile, ne maraviglino solo coloro che, nel giudicare i grandi uomini, non guardano né ai tempi, né ai luoghi, né alle complessioni, e non sanno presupporre quel che sarebbero stati o Alessandro o Cesare o Napoleone, se fossero nati nelle condizioni del Leopardi>>. 

Ranieri così ci presenta nei suoi tratti fisici il suo amico e sodale: <<Questi fu di statura mediocre, chinata ed esile, di colore bianco che volgeva al pallido, di testa grossa, di fronte quadra e larga, d’occhi cilestri e languidi, di naso proffilato, di lineamenti delicatissimi, di pronunziazione modesta e alquanto fioca, e d’un sorriso ineffabile e quasi celeste>>.

I connotati di Giacomo possono essere desunti dal quadro di Domenico Morelli, il pittore lavorò al quadro tra il 1842-1845, avendo come modello la maschera eseguita, sul letto di morte, da Tito Angelini e ascoltando i suggerimenti del Ranieri e di Amerigo Di Gennaro Ferrigni.

<<È costui, mingherlino, piccolo>>, scrive Gianni Infusino, <<cammina a fatica, chiunque non stenterebbe ad accorgersi che soffre a causa di qualche male recente che ancora lo tormenta; a osservarlo meglio si notano altri particolari: capelli distesi, sottili, piuttosto scarsi, di colore castano; viso pallido, scavato, quasi senza traccia di  barba; iride degli occhi cilestre; naso ossuto e sporgente. Indossa un cappotto a bavero alto, di colore verde  scuro che scende sotto il ginocchio e da cui s’intravede un corpetto rosso-marrone, le spalle sono curve in avanti, anche sul petto una deformità, ha gambe tozze e corte>>. Alberto Savinio commenta argutamente: <<Qualora non bastasse l’immagine del “contino” che percorre i vicoli di Napoli gioendo del camminare in discesa come di un surrogato del volo;  l’occhio corvino sotto la fronte a balconata, e  avvolto fin sotto il mento, come una testa senza corpo, dentro il mantello frusto e severo della filosofia. Era come se portasse l’abito di un altro>>.

Il dottor L.Masciangioli avanza un’ipotesi molto verosimile sul morbo che spense Leopardi: dopo un sintetico riepilogo dei mali cronici (rachitismo, stitichezza, deformazione della colonna vertebrale, difetti alla vista, nonché avvelenamento di caffeina nel periodo in cui, a Bologna, il poeta consumava moltissimo caffè) e un accenno alla consanguineità dei genitori, delinea questa diagnosi fatale: <<complicato processo patologico, suscitato da un “focus” intestinale che lese gli organi più importanti della vita>>.

Il poeta August Von Platen, nel suo “Diario” del 5 settembre 1834 rileva: <<Il primo aspetto, presso il quale il Ranieri mi condusse il giorno stesso che ci conoscemmo, ha qualcosa di assolutamente orribile, quando uno se l’è venuto rappresentando secondo le sue poesie. Leopardi è piccolo, gobbo, il viso pallido e sofferente, ed egli peggiora le sue cattive condizioni col suo modo di vivere, perché fa del giorno notte e viceversa. Senza potersi muovere e senza potersi applicare, per lo stato dei suoi nervi, egli conduce una delle più miserevoli vite che si possono immaginare. Tuttavia, conoscendolo più da vicino, scompare quanto v’è di disaggradevole nel suo esteriore, e la finezza della sua educazione classica e la cordialità del suo fare dispongon l’animo in suo favore. Io lo visitai spesso>>. Per Leopardi, rasentava la paranoia il terribile sgomento del contagio del colera e questo terrore era stato confermato dal Platen, il quale dicono i biografi, che  <<fu ucciso dalla paura del colera in Siracusa, assai prima che il morbo vi giungesse>>.

Nella lettera al padre Monaldo del 5 Ottobre 1833 scrive: <<Caro Papà. Giunsi qua felicemente cioè senza danno e senza disgrazie. La mia salute del resto non è gran cosa e gli occhi sono sempre nel medesimo stato. Pure la dolcezza del clima la bellezza della città e l’indole amabile e benevola degli abitanti mi riescono anzi piacevoli […] Il suo Giacomo>>.

In una lettera del 5 Aprile 1834 a Monaldo ribadisce i suoi malanni fisici: <<Mio caro papà. […] Il giovamento che mi ha prodotto questo clima è appena sensibile: anche dopo che io sono passato a godere al miglior aria di Napoli abitando in un’altura a vista di tutto il golfo di Portici e del Vesuvio, del quale contemplo ogni giorno il fumo ed ogni notte la lava ardente. I miei occhi sono sotto una cura di sublimato corrosivo. La mia impazienza di rivederla è sempre maggiore, ed io partirò da Napoli il più presto ch’io possa, non ostante che i medici dicano che l’utilità di quest’aria non si può sperimentare che nella buona stagione. […] Le bacio la mano con tutta l’anima, e mille volte saluto la Mamma e i fratelli tenerissimamente il suo Giacomo>>. Il Poeta continua a lamentarsi delle sue precarie condizioni di salute, così come aveva fatto da Firenze il 7 Luglio 1833: <<Papà mio. Sono stato più di 50 giorni combattendo con una brutta e minacciosa malattia intorno agli occhi, uno de’quali era già semichiuso. Mediante una savia e semplice cura, il principio maligno ch’io ho nel sangue sembra neutralizzato in quella parte. […] Dio mi conceda di rivederla presto. Il suo Giacomo>>. “Il cambiamento dell’aria”,  “il viaggio” e le gite serviranno a ben poco; “gli occhi non hanno guadagnato nulla”: “sono obbligato a servirmi sempre del ministerio altrui”, per scrivere e comporre. 

Il 9 Marzo 1837 comunica a Monaldo le sue non poche preoccupazioni, per l’infierire del colera e le relative infermità, associate alla psicosi del contagio: <<Mio caro Papà. […] Io, grazie a Dio, sono salvo dal cholera, ma a gran costo. Dopo aver passato in campagna più mesi tra incredibili agonie, correndo ciascun giorno seri pericoli di vita ben contati, imminenti, e realizzabili d’ora in ora; e dopo aver sofferto un freddo tale, che mai nessun altro inverno, se non quello di Bologna, io aveva provato il simile; […] quando la peste cominciava a declinare, il ginocchio colla gamba diritta, mi diventò grosso il doppio dell’altro, facendosi di un colore spaventevole. Né si potevano consultare medici, perché una visita di medico in quella campagna lontana non poteva costar meno di 15 ducati. Così mi portai questo male fino alla metà di Febbraio, nel qual tempo, per l’eccessivo rigore della stagione, benché non uscissi punto di casa, ammalai di un attacco di petto con febbre, pure senza poter consultare nessuno. Passata la febbre da sé, tornai in città, dove subito mi riposai in letto, come convalescente, quale sono, si può dire, ancora, non avendo da quel giorno, a causa dell’orrenda stagione, potuto mai uscir di casa per ricuperare le forze coll’aria e col moto>>.

Il rimedio dell’aria era un palliativo, perché non era sufficiente a curare le sue malattie. L’attività motoria delle passeggiate era un rimedio utile, ma non risolutivo: <<Nondimeno la bontà e il tepore dell’abitazione mi fanno sempre più riavere; e il ginocchio e la gamba sì per la stessa ragione, sì per il letto, e sì per lo sfogo che l’umore ha avuto da altre parte, sono disenfiate in modo, che me ne trovo quasi guarito. […] Mi benedica e mi creda infelice ma sempre affettuosissimo suo figlio Giacomo>>. 

Nella lettera da Napoli del 27 Maggio 1837,  avverte l’imminenza inesorabile della fine: <<Mio carissimo papà. […] Qui il secondo cholèra dovreb’essere doppio del primo, perché la malattia avesse da Napoli il contingente proporzionato alla popolazione. […] Finalmente il partire a cholèra avanzato si disapprova da tutti i periti, essendosi conosciuto per esperienze di tutti i paesi che il cambiamento d’aria sviluppa la  malattia negli individui, e non essendo pochi gli esempi di quelli che partiti sani da un luogo infetto sono morti di cholèra arrivando tra le braccia dei loro parenti in un luogo sano. Se scamperò dal cholèra e dubito che la mia salute lo permetterà, io farò ogni possibile per rivederla in qualunque stagione, perché ancor io mi do fretta, persuaso oramai dai fatti di quello che sempre ho preveduto che il temine prescritto da Dio, alla mia vita non sia molto lontano. I miei patimenti fisici giornalieri e incurabili sono arrivati con l’età ad un grado tale che non possono più crescere: spero che superare finalmente la piccola resistenza che oppone loro il moribondo mio corpo, mi condurranno all’eterno riposo che invoco caldamente ogni giorno non per eroismo, ma per il rigore delle pene che provo. Ringrazio teneramente Lei e la Mamma del dono dei dieci scudi […] e prego loro tutti a raccomandarmi a Dio acciocché dopo che io gli avrò riveduti una buona e pronta morte ponga fine ai miei mali fisici che non possono guarire altrimenti. Il suo amorosissimo figlio Giacomo>>.

Le tetraggini psicologiche del Leopardi si acuiranno ancora di più, se si tiene conto che a Napoli, nei suoi due ultimi due anni di soggiorno,  si autoescluderà e si terrà lontano dagli ambienti culturali e dagli intellettuali napoletani. 

In una lettera a Ferdinando Maestri del 15 Maggio 1837 continuerà a lamentarsi del suo isolamento:  <<Mio caro Ferdinando […] Io non mi muoverò per ora; ma di Napoli e del mondo nulla potrei dirvi, perché vivo separatissimo dalla gente; e quanto al mondo, ben sapete che Napoli non è luogo dove se  n’abbiano notizie molto fresche. […] Conservatemi nella vostra memoria, e non temete che vi dimentichi il vostro Leopardi>>.

L’asma gli impedisce di camminare, <<il giacere e il dormire, e mi trovo costretto a risponderle di mano altrui a causa del mio occhio diritto minacciato di amaurosi o di cataratta. […] tornato di campagna malato ai 16 di Febbraio, non uscii mai di camera fino ai 15 di Marzo, e da qual giorno a questo sono arrivato ad uscire una quindicina di volte solo per passeggiare senza vedere alcuno>>. 

Ranieri si lascia andare a rendere pubbliche molte indiscrezioni: <<Quale necessità vi era infatti, che egli ci informasse persino della spaventosa ftiriasi che nel verno del  1835-36 apparve su Giacomo? Noi (prosegue infatti l’unico amico) ce ne accorgemmo per segni non meno dolorosi che innominabili. Ed il peggio si era la resistenza indomita! che egli opponeva al cambiarsi di camicie e di ogni altra biancheria, con quell’assiduità che un simigliante morbo necessitava>>.

Ranieri, nel Sodalizio, autocelebra “il suo apostolato”, nell’aver, non solo sottratto alla miseria il povero Giacomo, ma di aver speso per lui cifre considerevoli per il cibo, per il vestiario, per i libri e soprattutto per i medicinali: <<Il suo furore era per la xerofagia, gettava dalla finestra i cibi più leggeri, fegatini, fagiolini, pollo, carne di vitello mentre s’ingozzava di cose che avrebbero ucciso uno struzzo>>.

3.Domenico Gnoli, assai incautamente, difenderà l’operato del Ranieri, perché, prenderà in seria considerazione  <<il Leopardi colle sue resistenze ai medici, colle sue apprensioni, colle contraddizioni e sregolatezze a cui s’abbandonava nel vitto e nelle abitudini, colla sua passione pe’ sorbetti, colla sua persuasione d’esser malato di nervi…>>, confermando la più verosimile delle ipotesi, che i veri mali del Leopardi avessero una chiara origine “nervosa”. Il suo stato d’animo era in perfetta sintonia con l’aura crepuscolare degli scrittori biblici dei Proverbi, dell’Ecclesiaste, del Cantico dei Cantici, dei Salmi. Il motivo della vanità e della caducità ritorna frequentemente nel “pensiero poetante” del Leopardi o nella satira irridente, densa di sarcasmo de  I nuovi credenti, quando esterna l’amara constatazione di quelli che ripongono la loro felicità nei soli piaceri del cibo: <<S’arma Napoli a gara alla difesa/ de’ maccheroni suoi, ch’ai maccheroni/ anteposto il morir troppo le pesa>>. […] <<Che dirò delle triglie e delle alici?/ Qual puoi bramar felicità più vera/ che far d’ostriche scempio infra gli amici?/ Sallo Santa Lucia, quando la sera/ poste le mense al lume delle stelle,/ vede accorrer le genti  a schiera a schiera,/ e di frutta di mare empier la pelle>>.

In questi versi e in quelli seguenti sarebbe racchiusa, ahimé, secondo Benedetto Croce, <<l’immagine della lieta vita napoletana d’allora>>, che, al solo pensarci, provocherebbe nel Poeta noia e disperazione. I suoi strali sono rivolti contro questo tenore di vita, la cui beatitudine è tutta nelle cose materiali; forte è il risentimento e l’ironia contro coloro che avversarono la sua filosofia. 

<<Quel grande e povero infelice ingegno tutto ebbe avverso, cominciando dall’amore e dall’amicizia>>, scrive impietosamente il Carducci. Giacomo aveva un bisogno disperato di affetti, avvertiva l’esigenza di avere accanto qualcuno con cui confidarsi e si affidò incautamente al Ranieri. Cesare Musatti seppe creare il giusto equilibrio alle insolenti insinuazioni fatte nei confronti dei due “amici”, soprattutto per le lettere del duca Riccardo Carafa D’Andria, vendute all’asta dalla Finarte a Bari, tra l’inverno del 1832 e gli inizi della primavera del 1833. Musatti scrive: <<Perché fare pettegolezzi? Un uomo umanamente infelice che si attacca come può ad un oggetto di affetto è più che comprensibile. Qualcuno bisogna pur amare a questo mondo, in un modo o nell’altro. Evidentemente pur tenendo conto dell’epoca e delle espressioni che allora si usavano, c’è un intenso rapporto affettivo nelle lettere e sul piano dell’interpretazione scientifica può anche essere considerato come legame affettivo tra due uomini. L’intensità dei sentimenti può essere qualcosa di sublimato. Ma anche se non lo fosse, che ce ne importa? Subliminazione o no, non ha alcun senso mettersi a fare pettegolezzi sulla persona di Leopardi. Del resto i tempi sono cambiati da quando, al principio del secolo Oscar Wilde scomparve dal mondo per l’accusa di omosessualità. Per non dire di casi più recenti…>>.

La vita psichica del Leopardi è intensamente conflittuale: la dissonanza di fondo della sua personalità non deve essere intesa come il risultato delle sue sofferenze fisiche e psichiche; nel replicare, con un tono di sfida, contro i malevoli, così scriverà: <<Io protesto contro tali invenzioni della debolezza e della volgarità , e prego i miei lettori di distruggere piuttosto le mie osservazioni ed i miei ragionamenti che di accusare le mie malattie>>. Pur disposto a vivere come gli altri, egli troverà all’interno di sé lo scenario diversificato dell’io diviso della sua personalità, ricca e complessa, il cui disvelamento mostrerà la sua vera identità e il volto nascosto dei suoi segreti. Abilitato alla rinuncia, sin dalla più tenera età dalla “madre”, si era sentito lungamente mortificato nei sentimenti, nell’assorbire quell’aridità affettiva, che attiverà nella sua psiche reazioni a catena. L’immagine materna sarà per lui sempre inquietante  e influenzerà negativamente sul fanciullo – Leopardi, infondendogli sentimenti di insicurezza e di dipendenza psichica, angoscia psicotica e un’ossessiva pulsione di morte. Sulla scia di questo disagio interiore, il fantasma della sua scrittura nasconde una ferita segreta, che traspare da uno stato d’animo fatto di tristezza e inquietudine, smarrimento e disperazione.

Questo malessere psichico, che denuncia il suo “mal di vivere”, trova un suo apparente equilibrio, che mancava al proprio io, nell’amicizia con Ranieri. Nel soggiorno napoletano, tutto il suo sistema di pensiero e tutto il suo stile di vita vengono alla luce come gratificazioni- frustrazioni. Un sentimento di lacerazione pervade questa scrittura, nel segno di una fervida immaginazione creativa, che ha nella permanenza a Napoli, una diversa iniziazione, rispetto agli altri soggiorni nelle altre città. Leopardi, sulla fecondità dell’immaginazione, così commenta nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani: <<Io non dubito di attribuire in gran parte la decisa e visibile superiorità presente delle nazioni settentrionali sulle meridionali, sì in politica, sì in letteratura, sì in ogni cosa, alla superiorità della loro immaginazione. […] Sembra che il tempo del settentrione sia venuto. Finora ha sempre brillato e potuto nel mondo il mezzogiorno. Ed esso era veramente fatto per brillare e prepotere in tempi quali furono gli antichi. […] Come la vita e la forza interna e dello spirito è naturalmente maggiore ne’ meridionali, e negl’individui sensibili e ne’ fini ingegni, che non è negli altri, perciò essi sono nelle loro azioni e nel loro carattere più determinati e governati, per dir così, dall’animo, e meno macchinali che gli altri popoli e individui>>. Questa riflessione era cominciata anni addietro nel 1824 con questo illuminante “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani”; questo prezioso scritto è rimasto inedito fino al 1906 e in possesso da sempre dell’amico Ranieri …

Su questo discrimine corre l’analisi psicologica delle opere leopardiane del periodo napoletano (1833-1837): in questo stato di sospensione tra vitanon vita, amoremorte, “principio di realtà” – disincanto. A Napoli, coesiste  una deviazione necessaria, per la sua identificazione proiettiva, intesa come propaggine del  suo mondo fantasmatico. Egli scruta sé stesso e in questa direzione va approfondita la sua emarginazione, il suo “splendido” isolamento, non voluto, ma cercato, come momento dirompente della sua personalità e come status esistenziale. <<La solitudine>>, per Leopardi, <<rinfranca l’anima e ne rinfresca le forze, e massime quella parte di lei che si chiama immaginazione. Ella ci ringiovanisce.

Ella scancella quasi o restringe e indebolisce il disinganno, quando abbia avuto luogo, sia pure stato interissimo e profondissimo. Ella rinnuova la vita intera. In somma, bench’ella sembri compagna indivisibile e quasi sinonimo di noia, nondimeno per un animo che si abbia contratto una certa abitudine, e con questa sia divenuto capace di aprire e spiegare e mettere in attività nella solitudine le sue facoltà, ella è più ampia a riconciliare o affezionare alla vita, che ad alienare, a rimuovere o conservare o crescere la stima verso gli uomini e verso la vita stessa, che a distruggerla o diminuirla o finir di spegnerla>> (I Pensieri).

La connotazione ironico-satirica della sua ultima produzione è speculare al suo stato d’animo di disincanto, sempre alla ricerca  di un’altra identità, quella vera, che nasce proprio dal fantasma di questa città. Napoli, città maternocentrica, ricettiva e ospitale, è per Leopardi, il luogo dell’anima,  perché più delle altre città rappresenta il “mal di vivere”del Poeta. 

Il soggiorno napoletano è un’ennesima fuga da sé, per ricomporre un’identità negata. Leopardi trova in Ranieri, la proiezione della mancata figura paterna, una sorta di padre putativo, che funge da mentore nella sua vita disordinata. È  evidente l’incapacità di interagire con un ambiente culturale a lui ostile, ma che trova nella sua visionarietà creativa un polo di riferimento importante, per sopperire alle sue frustrazioni psichiche. L’assenza dell’affetto materno rivive in Ranieri e in Paolina, quali figure sostitutive di compensazioni parentali, per i  suoi bisogni insoddisfatti e i suoi amori inappagati.  La figura  della madre-sorella  viene proiettata sull’immagine rassicurante e protettiva di Paolina Ranieri. Ella esce di scena così come è entrata nella vita del Leopardi, con una presenza puramente fantasmatica, che ha solamente le sembianze del corpo di una donna vera e che ha lo stesso ruolo di una madre.

Per Leopardi, il soggiorno napoletano costituisce una seconda nascita e una totale ridefinizione dei rapporti simbiotici tra padre-figlio, madre-figlio, nel caratterizzare l’alterità dell’ultimo Leopardi, attraverso le figure parentali. La sindrome del nido familiare è pur sempre viva e il recupero memoriale della madre assente è il luogo della regressione e dell’angoscia, in cui il Poeta si trova imprigionato. L’ermeneutica psicoanalitica ci soccorre, per disvelare il nucleo intimo della sua personalità, accompagnato, talvolta, a componenti distruttive. Il più delle volte le profonde ferite psichiche, riportate nell’infanzia, possono indurre all’isolamento misantropico o a forme di manifestazioni altamente deleterie, che provocano scatti incontrollati, o a forme di autocontrollo maniacale. Le fragili costruzioni mentali finiscono con il creare i fantasmi di una scena illusoria, che viene assunta come se fosse vera e ciò comporta la perdita del contatto vitale con la realtà. La ricerca di un’altra identità viene trasfigurata da un comportamento fluttuante, che stempera la sofferenza psichica e fisica con struggenti suggestioni, cariche di ironia e di sarcasmo feroce.

Ranieri e Paolina sono i suoi numi tutelari. Le ferite subìte nell’infanzia hanno creato, nell’animo del Leopardi, una tristezza indicibile, una paura intima, che non è solamente patologica melanconia. Ferite, così a lungo custodite, trovano una loro liberazione; una redenzione, che passa attraverso la poesia, ma che parte dalla prigione interiore dell’isolamento e dell’emarginazione. Il travestimento dell’io segna la linea di demarcazione del doppio: viene alla luce una disidentità che collega il punto di incontro con l’altro da sé.

Nella contraddittorietà delle diverse anime della citta di Napoli, Leopardi scorge l’ambiguo spazio della propria coscienza, immersa nel flusso della sua spettacolarità. Il suo dolore ha una duplice natura: è affine all’io  da un lato, e, dall’altro, è un’eco di oscuri terrori infantili contro i quali egli non può combattere, se non accettandoli. La momentanea fuga dalle seduzioni dell’arte comporta un’immersione nella vita quotidiana, tesa a trasformare il suo io depresso. Ricorre al fantasma delle figure parentali con l’interiorizzazione di un bisogno riparatore, che è alla radice del suo Super-io. L’unica mediazione con il reale è data dal Ranieri e da Paolina; egli, senza indugi, si aggrappa a questa estrema possibilità  di salvezza. In questa città, egli attiva la sua metamorfosi, fuggendo dalla realtà, ma, al tempo stesso, esplora l’angoscia mortale del “mal di vivere”.

Questa “nuova vita” non ha nulla in comune con quella vissuta in precedenza. Questa nuova identità è data dall’esplosione di un nuovo “io” e di una rinnovata immagine di sé, che è rimozione e trasformazione di un mondo interno irrelato. Il piacere, per Leopardi, passa da quello ideale a quello fisico; il bisogno ricorrente del piacere del cibo diventa un’esperienza centrale della vita quotidiana del Poeta. Teme la socializzazione conviviale, ha un rapporto con il cibo molto diretto e personale; lo consuma da solo, per soddisfare solamente il piacere dei sensi. Il suo corpo deforme è l’unico archivio, dove la sua esperienza di vita è registrata sotto forma di memoria e di dolore. A Napoli, il suo stile di vita cambierà e subentrerà una forte propensione a raccontarsi. In questa città, c’è un suo percorso di ricerca identitaria che lo trasformerà completamente dal di dentro. Il bisogno, che dà consistenza alla sua amara ironia e alla diversità della produzione dell’ultima stagione poetica, segnerà il passaggio della crisi esistenziale all’interno della sua persona.

Il dualismo tra vita vissuta e non-vita viene superato dal “vedersi vivere”: egli guarda finalmente alla vita non da un occhio esterno, ma da uno interno. Il rapporto identità/alterità ruota attorno alle ambiguità di un’anima, che tenta di liberarsi dalla sua condizione di “escluso” e di emarginato. Il suo stato d’animo crepuscolare è anche la spia del suo narcisismo e dell’immedicabile misantropia. A Napoli, gli mancarono dei veri interlocutori, anche se ebbe una rete di rapporti culturali di indubbio valore.

Cercò nel passato i suoi “ideali” interlocutori, proiettò nel futuro e precisamente, nel Ventesimo secolo, il suo messaggio filosofico e umano. In questo lasso di tempo, la sua attenzione fu rivolta anche alla realtà quotidiana, affrontando le situazioni con il riso e l’amara ironia, che spesso tradivano il suo sentimento di non-vita.

La forza prorompente del riso nasce dal lato nascosto della sua personalità, con una congeniale attitudine a vivere in modo disincantato.

Perviene ad una dimensione sovratemporale, ad uno stato di passività mentale di un piano ipnagogico del puro fantasticare. Nel suo rimosso, il dèmone della creazione esorcizza l’oltranza e l’agnizione dello stato di grazia della poesia rappresenta per lui lo smascheramento dell’io.

L’ampio spettro del piacere e del riso leopardiano nasce da un’idea progettuale, che era già nello Zibaldone; la sua infelicità è quella dei moderni, perché lo allontana dagli antichi e dalla loro immaginazione fantasiosa, in quanto comincia <<a riflettere profondamente intorno alle cose […] a divenir filosofo (di poeta ch’io era), a sentir l’infelicità certe del mondo, in luogo di conoscerla, e questo anche per uno stato di languore corporale, che tanto più mi allontanava dagli antichi e mi avvicinava ai moderni>>. Per dirimere la precarietà della vita, Leopardi fa interagire la memoria con l’immaginazione, la poesia con il piacere. È una nuova poetica, quella di un’attiva resistenza al corso innaturale delle cose contro lo stato doloroso dell’esistenza. L’esperienza del si dischiude all’esperienza dell’altro da sé: “il fantasma personale” diventa la sua proiezione. Il disincanto propizia la disillusione; nel discorso leopardiano, è facile cogliere l’ironia e la capacità di ridere di sé stesso.

Ciò che lo trattenne in questa città erano i suoi malanni e i suoi conflitti esistenziali; i rapporti con la cultura locale lasciavano a desiderare, perché per lui non fu possibile intavolare legami di cordialità e di socievolezza con chi aveva idee diverse dalle sue, come del resto era avvenuto a Firenze con i liberali amici del Vieusseux. Per ricodificare le esperienze del Leopardi a Napoli, bisogna tener conto dell’ostilità e dell’incomprensione, da cui era circondato negli ambienti degli intellettuali.

Per Leopardi, questa città diventerà una “prigione”, da cui evadere, confidando più volte, nelle sue lettere, di vivere “in un perfettissimo isolamento da tutti”. In più occasioni, espresse la volontà di “sradicarsi al più presto” da questo luogo, senza risparmiare insulti contro i <<Lazzaroni e Pulcinelli nobili e plebei, tutti ladri e baroni fottuti degnissimi di Spagnuoli e di forche>>.

<<Egli è un essere infelicissimo, che merita tutta la compassione, irritato perciò con la natura e con gli uomini. Le canzonette rimate poi sono veramente infelici; e nel tutto è stato  sinora pessimamente accolto,  avendo immensamente detratto egli stesso alla fama che l’aveva preceduto, ed a quattro o cinque componimenti belli in sé stessi e più ancora per la opportunità dell’argomento. Io me ne interesso moltissimo, perché, pover’uomo, mi usa infiniti riguardi, e mi onora della sua stima al di là che io non merito. Anch’egli finalmente avrebbe voluto qui aprire una scuola privata come il nostro Bonghi, ma non gli è stato possibile>>, così si legge nel suo Carteggio, a cura di A.D’Ancona. 

Per il Poeta, Napoli rendeva tutti sonnolenti e indolenti, dove ogni piccolo problema comportava un enorme spreco di tempo, <<un’eternità di tempo, e di energia>> e di tutto si veniva a conoscenza, <<se non a caso>>, e per motivi per i quali non sapeva darsi una spiegazione; questo modo di vivere, giorno dopo giorno, lo rendeva apatico e volitivo, indolente e costante. Preda di ogni tipo di illusione, per ogni aspetto della realtà, preferiva il sogno all’immaginazione; prestava ingenuamente fiducia a chi gli regalava un momento di illusione. Leopardi era in difficoltà dappertutto e disprezzava gli abitanti e le città dove andava a vivere; il soggiorno napoletano e la vicinanza all’ “affettuoso” Ranieri lo fecero rifiorire temporaneamente nello spirito, migliorando momentaneamente il suo precario stato di salute.

È un Poeta disperato che viene a vivere in una città solare: <<Cinquecentomila anime intente a vivere giornalmente nelle più strane  maniere>>, sempre festose, anche nella miseria. Tutto ciò lo sorprendeva, in lui destava stupore il modus vivendi di questo popolo. Sembrava che questa città si prendesse gioco della sua disperazione; al suo arrivo, tutto fu di suo gradimento: la mitezza del clima, la bellezza della città, il temperamento degli abitanti; Leopardi può condurre finalmente una vita libera e può permettersi una carrozza, per poter raggiungere via Toledo, Palazzo Reale o Santa Lucia, il luogo più affollato, dove la gente sfaccendata viveva  beatamente in ozio la propria esistenza.

Bonaventura Zumbini ripercorre dettagliatamente la vita di Leopardi, sin da quando arriva a Napoli il 2 ottobre 1833, rilevando gli opposti sentimenti che il Poeta prova per la città: il piacere iniziale e l’insofferenza che, invece, accompagneranno i suoi ultimi giorni, meditando partenze per luoghi lontani e pensando di concludere la sua esistenza a Parigi.

È un attento osservatore di un’umanità vitale e rumorosa;  Napoli attraeva Leopardi <<come il sole attrae il pianeta>>, scrive Antonio Ranieri, nei Sette anni di sodalizio, fonte di documentazione molto discutibile.  Un’analoga considerazione ci viene fornita da J.W.Goethe sulla città di Napoli: <<La città di Napoli si presenta piena d’allegria di libertà, di vita>>, scrive il 25 febbraio del 1787 il giovane autore del Werther; lo spettacolo naturale che si presenta ai suoi occhi lo sconvolge, il Vesuvio, al quale sale a dorso di mulo, rappresenta <<la terribilità contrapposta al bello, il bello alla terribilità>>; a Pozzuoli osserva le rovine imperiali romane e <<sotto il cielo limpido, il suolo più infido>>, l’odore dello zolfo e le acque ribollenti gli appaiono una manifestazione diabolica. Ascolta musica; si imbatte nella gioventù “pregevolissima”, avendo modo di conoscere Gaetano Filangieri e Giambattista Vico.

Anche la solitudine per lui è un dono a Napoli; passeggiando per via Chiaia e ammirando il mare, dirà di provare il sentimento dell’immensità, perché <<vale ben la pena di fantasticare in questi luoghi!>>. Goethe come Leopardi si sente sfidato dalla bellezza del luogo, ma, come rileva Goethe, i napoletani <<costretti tra Dio e Satana>> lo hanno conquistato con il loro temperamento, sempre disposti alla gioia: <<qui tutto è gaio e giocondo>>. Il più romantico degli scrittori tedeschi scriverà tra il 1813 e il 1817 le memorie del suo viaggio in Italia e il suo racconto su Napoli ci restituisce l’entusiasmo che provò lo stesso Leopardi, quando, per la prima volta, venne in questa “città fiabesca”, dove fioriscono i limoni, splende il sole e il mare è sempre azzurro e sovrasta la potenza terribile del Vesuvio e ammirevole è l’incanto delle isole; descrive, con animo melanconico, i momenti  più significativi di questi giorni felici, gli  ultimi, prima di ammalarsi di vaiolo, e morire a Roma (J.W.Goethe, Viaggio in Italia, 1828).

Leopardi nello Zibaldone il 2 gennaio 1829 rileva: <<La mia filosofia non è conducente alla misantropia… di sua natura tende a sanare, a spegnere quel malumore, quell’odio che tanto portano ai loro simili a causa del male che, giustamente o ingiustamente, essi come tutti gli altri, ricevono dagli uomini. La mia filosofia fa rea di ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge l’odio o se non altro il lamento, al principio più alto, all’origine vera dei mali dei viventi>>.

Egli avvertiva un forte disappunto nei confronti degli intellettuali napoletani, per le loro idee filosofiche: più che mai solitario, egli si chiuse del tutto in sé stesso; <<e dei filosofi pensieri fece il suo supremo e quasi unico oggetto di sua vita>>.

Ranieri non consentiva al sodale di sottrarsi alla sua protezione, in quanto tra i due c’era un legame affettivo indissolubile, sorretto a un fedele patto di amicizia e di possessività quasi patologica.

Nel Leopardi-filosofo del periodo napoletano, c’era l’intransigenza di un pensatore, lontano dai compromessi ideologici degli altri intellettuali. Egli rimproverava ad essi quel vitale ottimismo, che propone il “pensiero positivo” e che prende coscienza della condizione dolorosa dell’uomo, demistificando la realtà con una diversa filosofia e con un interrogativo che faceva capo ad un’asistematicità preordinata di pensiero: <<La natura, scriveva nello Zibaldone, per necessità della legge di distruzione e riproduzione, e per conservare lo stato attuale dell’universo, è essenzialmente regolarmente e perpetuamente persecutrice e nemica mortale di tutti gli individui di ogni genere e specie, ch’ella dà in luce; e comincia a perseguitarli dal punto medesimo in cui li ha prodotti. Ciò, essendo necessaria conseguenza dell’ordine attuale delle cose, non dà una grande idea dell’intelletto di chi è o fu autore di tale ordine>>.

Leopardi era anche poco avvezzo a stare tra la gente; non si rendeva conto che il carattere del popolo napoletano è incline alla compassione e alla tolleranza, pronto, però, a sdrammatizzare o a minimizzare, ma anche ad esagerare o ad amplificare  le varie situazioni, tristi o liete che siano. Un popolo sempre ben disposto all’irrisione e allo sberleffo. Leopardi più degli altri era esposto alla derisione, perché sgraziato nelle forme, <<d’aspetto miserabile e spregevolissima tutta quella gran parte dell’uomo, che è la sola a cui guardano solamente i più>>.

Santa Lucia era la sua meta preferita, un quartiere dove sorgevano acque sulfuree, “salutifere” per le sue infermità. L’acqua veniva attinta dai ragazzi e trasportata in capaci orci, in altri luoghi della città, per essere rivenduta. Molti di questi mestieri erano esercitati da giovani o da ragazzi, pronti a sfamarsi per pochi soldi; i più audaci, senza alcun pudore, vendevano il loro corpo, pur di sbarcare il lunario. 

Leopardi  aveva designato Piazza Carità come meta abituale delle sue passeggiate e degli incontri con alcuni “giovinastri” del popolo. Un luogo di ritrovo nella piazza era il caffè De Angelis, ma, in via Toledo, vi erano altri piccoli caffè  dove s’incontravano gli artisti e  un piccolo mercato, teatro, in passato, di scontri e di rivolte popolari. Piazza Carità è stata, fin dal Seicento, il cuore antico della città tra affari e rivolte: il mercato dei generi alimentari era così affollato che, ai primi dell’Ottocento, fu emanato un editto che obbligava gli abitanti del luogo ad essere risarciti del continuo disturbo delle bancarelle e degli esercenti vari che si affollavano nella zona. Giovani di dubbia moralità frequentavano la piazza e anche Leopardi coltivò amicizie discutibili con alcuni di loro. 

Napoli, più delle altre città, non solo fu adatta al suo spirito di libertà, ma lo rese anche più spregiudicato del solito; gli ridonò autostima, quando le condizioni di salute gli consentivano di recuperare forza e serenità d’animo. “Il suo mal di vivere” era più tollerabile in questa città; il clima e la festosa spensieratezza dei napoletani giovarono alla sue infermità e alle crisi depressive, causate anche dall’ “asma nervosa”. 

In una lettera del maggio del 1882, Ranieri confida all’amico Atto Vanucci che Leopardi aveva in camera sua <<in certi suoi nascondigli>> le leccornie più diverse, <<dai tarallucci dolci ai confetti cannellini, dagli sciroppi più gustosi alle altre ghiottonerie>>. Curava così, contravvenendo ai continui divieti dei medici, il suo diabete mellitico e il suo persistente stato d’ansia! A Napoli, Giacomo scopre il piacere del sesso, incontrandosi con giovinetti molto disponibili dagli “occhi e capelli nerissimi”; dietro l’immagine eterea ed impalpabile di Silvia, Aspasia e Nerina, c’erano amori consumati all’insaputa del Ranieri, non certo platonici o ideali, forse anche mercenari: <<Mi parve di scorgere, prima di Roma, poscia assai più di frequente, qui, che altre ragioni gli destavano l’inesplicabile desiderio di andare fuori da solo, e che queste fossero certe più libere confabulazioni con certa gente verso la quale, prima io, da solo, in Roma, poscia, insieme con l’aureo  Margàris, qui, non si era di dire la nostra>>. Questi incontri “particolari” di Giacomo con giovani di dubbia moralità avvenivano anche alla presenza di Ranieri e Paolina, i quali rispettavano la libertà che si concedeva Giacomo e si indignavano, quando venivano a sapere <<novelle dei fatti altrui e rispettosissimi della sua libertà>>. Ranieri era molto discreto, usciva dalla stanza del suo amico, <<quando qualche innominato sopravveniva>>.

Di certo non si riferiva ad intellettuali che chiedevano di incontrarsi con l’amico Poeta, ma, con molta discrezione, a personaggi che facevano da intermediari, per procurare a Giacomo giovani avvenenti ed efebici, che concedevano le loro grazie a pagamento.

Era ospitale anche con giovani amici, che volentieri andavano a disturbarlo, per chiedere qualcosa da mangiare, facendo affidamento sulla sua generosità; il porticino di vico del Pero era sempre aperto ad essi, che volentieri andavano a bussarlo, per chiedere una leccornia o per intrattenersi amabilmente in conversazioni, di certo non letterarie… Doveva pure appagare la fame  dei  suoi giovani amici ospiti, con dolciumi vari, senza chiedere a Paolina o a Pasquale Ignarra di aprire continuamente la dispensa. “Zì Giacomino”, così affettuosamente lo chiamavano; li riceveva cordialmente, dopo aver avvertito Antonio: <<Giacomo, c’è certa gente “che ti cerca”>>.

Questi incontri si svolgevano in allegria: erano incontri occasionali, una vera trappola, per questi giovani ancora imberbi. È questo un aspetto poco conosciuto della sua vita, ma che caratterizza il lato oscuro della “desublimazione” del Poeta. Forse appuntamenti sconvenienti, per un conte, che dava libero sfogo alla sua inappagata sessualità, offrendo, come esca per l’intrattenimento, ghiottonerie di ogni genere. Si intratteneva con i suoi amici con la sua voce “rauca”, atonale; Giacomo aveva una voce fioca e non era un buon declamatore dei suoi versi, così come si rileva da una lettera al Conte Carlo Pepoli di Bologna, all’Accademia dei Felsinei.

La diffusione delle malattie veneree, in quegli anni, era notevole, non essendoci ancora terapie adeguate ; gli ospedali erano affollati di malati di lue, curata con preparati a base di mercurio, ma con risultati poco soddisfacenti. Leopardi conosceva i pericoli di questa insidiosa malattia diaginica: egli ne parlerà ironicamente ne I nuovi credenti (1835). Date le cattive condizioni igieniche del tempo, diffuse erano anche le malattie della pelle per la presenza di fastidiosi parassiti, che si annidavano nei vestiti o nelle parti intime. Giacomo contrasse un’insopportabile ftiriasi, forse dovuta a qualche incontro occasionale con questi giovinetti: <<Tra il Trentacinque e il Trentasei appare una spaventosa ftiriasi. Noi ce ne accorgemmo per segni non meno dolorosi che innominabili.

Ed il peggio era la sua resistenza indomita ch’egli opponeva al mutarsi, di camicia e d’ogni altra biancheria, con quella assiduità che un somigliante morbo necessitava. E per farlo entrare, con tutte le possibili precauzioni, nel bagno, ci era forza affrontare i suoi fastidi che, per verità, oltrepassavano, non di rado, i giusti confini>>. Paolina <<ripugnava le camicie e le altre biancherie, tempestate tutte dagli orribili parassiti, per ridurle meno inaccettabili alla lavanderia>>. La pediculosi in quegli anni era difficile da debellare, per la sua larga diffusione, e non poteva essere decimata, date le cattive condizioni igieniche della città. Giacomo era restio a frequentare i salotti letterari, perché era terrorizzato da questi parassiti, che infestavano tutti i locali di Napoli. Il suo stato d’ansia amplificava anche le più piccole difficoltà quotidiane, ritenendole dei disagi intollerabili. La sua “pena di vivere” non si era placata, venendo a vivere in questa città.

Con l’incalzare dei malanni, l’unico vero conforto erano “le sudate carte”. La sua irritabilità era sconcertante: quando arrivò a Napoli e soggiornò in Vico S.Mattia 88, a via Toledo, il rumore delle carrozze e lo schioccare delle fruste dei cocchieri lo infastidivano enormemente.  È noto che i napoletani non sanno stare in silenzio ad ascoltare, parlano da un balcone ad un altro con voce stentorea e qualsiasi pretesto è una buona occasione per rumoreggiare. 

Faceva lunghe passeggiate, perché l’attività motoria aiuta a placare il nervosismo; Leopardi si divertiva nel vedere la teatralità dei tanti venditori che erano ad ogni angolo di strada;  guardava con stupore le persone che per ingannare la loro atavica fame, mangiavano ceci infornati, fave abbrustolite: il loro continuo ruminare dava l’impressione che stessero sempre  parlando con qualcuno. L’estroversione non riesce a trattenere i loro pensieri; esprimono liberamente tutto ciò che pensano, essendo socievoli e allegri, anche quando sono nei guai. Confidano a tutti le loro miserie, anche agli estranei, considerandoli amici da sempre, anche se conosciuti da poche ore.

Ranieri, però, spesso rimprovera il suo amico di vivere o da misantropo  o tra la folla, con tutti  i rischi ed i pericoli che essa comporta; il poeta ha capito, un po’ tardivamente, che ogni discussione per i napoletani è motivo di animosità, anche per cose di poco conto.

Ranieri, pur non avendo grande simpatia per i suoi conterranei, sostiene che queste manifestazioni di familiarità o di eccessiva cordialità fanno parte del loro naturale modo di essere; anche quando conversano con qualcuno, per la prima volta, accompagnano il discorso, toccando le mani dell’interlocutore, in un modo del tutto confidenziale. Leopardi apprezza la saggezza di questo popolo, perché tutto diventa motivo appassionato di disquisizione filosofica, invece, il conversare dei giornalisti o dei letterati dei caffè è di una noia insopportabile, notando in essi solamente arroganza e presunzione.

Durante le belle giornate autunnali si faceva accompagnare in carrozza fino a capo Posillipo; qualche giornata umida gli incuteva paura, perché l’umidità gli procurava dolori articolari e  favoriva il suo malessere generale.  Quando girovagava per la città, visita le chiese di sant’Anna dei Lombardi e resta estasiato dinanzi agli affreschi del Vasari e del Solimena, si porta fino a Santa Chiara, ammira i sepolcri del re Roberto d’Angiò e di Maria di Valois e di altri regnanti: non può visitare il chiostro, perché in quegli anni ne è vietato l’ingresso. All’uscita della Chiesa, è assalito e infastidito quasi sempre da monelli, che insistentemente chiedono l’elemosina. 

Leopardi, in una lettera, si lamentava delle strade sporche e della naturale sporcizia dei napoletani. Le epidemie erano diventate, in questa città, endemiche, per i numerosi luoghi malsani e per la mancanza di igiene. Si moriva di fame e di stenti, non si contavano i senzatetto; la gente abitualmente viveva in strada di giorno e di notte, anche durante l’inverno, in luoghi di fortuna. Privilegiando cibi a base di latte e verdure, il menu, affidato al cuoco Ignarra, contravveniva ai precetti impartiti dal Poerio al Ranieri; in una lettera del novembre del 1836, nel momento più critico dell’epidemia colerica, si legge: <<Abbiti diligentissima cura di te e di Leopardi, e cerca di divezzare il nostro amico dal latte che per confermata sapienza suol essere dannoso, dalla frutta, dalla verdura etc…>>.

In quegli anni il latte era all’origine di tante malattie infettive (brucellosi). Le raccomandazioni e i divieti per Leopardi non sortivano mai un buon effetto; il suo temperamento era capriccioso ed ostinato e, quindi, per nulla remissivo. Beveva latte di asina per combattere la nevrastenia e la stitichezza, ma il latte era somministrato senza tener conto delle più elementari norme igieniche e non era ancora sottoposto al processo di pastorizzazione, che solamente nel 1895 venne ideato da Pasteur. Leopardi è letteralmente sconvolto, quando, per la prima volta, va al mercato del pesce a Santa Brigida e osserva gli ambulanti, che, con i loro gesti teatrali, vendono la loro mercanzia, tra urla e schiamazzi, spaventando il mite e riservato Poeta .

“Malatissimo e inconsolabile”, il suo stato d’animo era di chi avvertiva una profonda solitudine intorno a sé: a Napoli, dopo i primi entusiasmi, esclama: <<io vivo in un perfettissimo isolamento da tutti>>. Egli si muove molto per vincere l’insonnia, facendo della notte il giorno e con il terrore patologico di contagiarsi di colera, era in preda al panico che <<oltrepassava tutti i confini del credibile>>. Nei Sette anni di sodalizio, Ranieri ci dà ogni tipo di informazione, perfino scrupolosa, sulle sue abitudini e sulle sue malattie. Un bollettino medico completo, ma non quanto avesse <<ragionato con lui tutte le ventiquatt’ore del dì per lunghi anni e lunghe avventure>>, ascoltando da lui gli <<altissimi e quasi più che umani concetti>>. L’inazione lo renderà ancora di più infelice; la non-vita lo rattristerà.

Le lunghe passeggiate nel bosco della Reggia di Capodimonte consentiranno al Poeta un soggiorno più gradevole. Napoli, negli ultimi due anni, è come Recanati, anche qui viene deriso e il suo comportamento distaccato e solitario viene erroneamente interpretato come arroganza e scontrosità. Nella residenza di vico del Pero, riprende la buona abitudine delle passeggiate mattutine, in compagnia delle sue abituali ossessioni: <<l’uomo sarà per sempre infelice e nulla potrà cambiare il suo ineluttabile destino; niente potrà sconfiggere la malvagità umana>>. 

Il nome di Leopardi compare di rado su qualche periodico locale. Il Poeta è definito “ateo” e anche “pericoloso” per le sue idee; viene visto, in modo sospetto, dalle autorità borboniche. Il suo stato d’animo è quello di Recanati; egli avverte che non è in sintonia con il vitalismo rumoroso di questa città; la sua estraneità si accentua, al pari della sua insofferenza, per questi abitanti, di cui non comprende fino in fondo le vere ragioni della loro vita. I Caffè sono i ritrovi preferiti dei letterati, ma anche dei politici, inaffidabili, come i letterati; nei loro incontri non fanno altro che organizzare progetti per “un secolo d’oro”.

Tanti sono stati i grandi visitatori di questa città, che hanno fatto di Napoli la meta preferita dei loro soggiorni, da Mozart a Goethe, da Montesquieu a Stendhal, ma tutti non sempre hanno espresso giudizi lusinghieri: strade dissestate e poco igieniche, rumore assordante di carrozze, vociare degli abitanti, che parlano come se gridassero; bambini sdraiati al sole, affamati e sporchi, i più indigenti rovistano nei cumuli di rifiuti che sono per le strade. Per Leopardi, l’essersi appartato in solitudine rende ancora più penosa la sua condizione di Poeta desolato e introverso. Al colmo dell’irritazione, alla presenza del Ranieri, montando su tutte le furie, una mattina esclama: <<Oggi esco col bastone e prendo  a legnate il primo che incontro, sicurissimo di non sbagliare>>.

Nel quartierino di via nuova Capodimonte, Vico del Pero, n.2, i due sodali vissero insieme con il cuocoPasquale Ignarra e con “l’angelica Paolina”; sullo stesso pianerottolo c’era l’appartamento di Don Domenico Ranieri, uno zio di Antonio e Paolina, “magistrato di proverbiale probità”, che costituiva una garanzia di onorabilità, consentendo al fratello e alla sorella di poter vivere insieme una vita decorosa. Antonio e Giacomo erano continuamente assillati dal pensiero delle scadenze, soprattutto delle cambiali; in questa città, le leggi, soprattutto per queste cose, erano rigorosamente rispettate e i giudici e gli avvocati erano pronti a rovinare gli insolventi, anche con il carcere.

In questo “paradiso abitato da diavoli”, l’io del Poeta fugge da sé stesso, con il desiderio  di sperimentare altre fughe. Von Platen scappa da Napoli e si rifugia in Sicilia, preso dal panico del diffondersi del colera. Una delle concause del diffondersi del morbo è la scarsa distribuzione in città dell’acqua potabile. Il suo isolamento dagli ambienti culturali e il timore di apparire in pubblico condizioneranno ulteriormente il suo tenore di vita. La “prigione napoletana” e le malattie croniche lo emargineranno ulteriormente. Il suo stato abbandonico lo farà ripiombare in una cupa tristezza con tutti i sintomi della depressione psicotica.

L’isolamento per il Poeta era un dato di fatto: <<Io non mi muoverò per ora; ma di Napoli  e del mondo, nulla potrei dirvi, perché vivo separatissimo dalla gente>>. Il disprezzo per questa città e per i suoi abitanti si tradusse in una dichiarazione più volte ripetuta: <<Non posso più sopportare questo paese semibarbaro e semiafricano nel quale vivo in un perfetto isolamento da tutti>>; sentirà il profondo bisogno di <<fuggire da questi Lazzaroni e Pulcinelli, nobili e plebei, tutti ladri e baron fottuti degnissimi di Spagnuoli e di forche>>.

Leopardi esorcizza la paura della morte e la sua pulsione, cercandosi uno spazio alternativo, nell’oltranza, che intravede  solamente nell’atto creativo della poesia. Il Poeta concilierà la realtà dei bisogni con quella dei desideri; l’estraneamento del è un tema ricorrente nel variegato repertorio dello Zibaldone. Il dèmone dell’altro da sé, come alienazione, convive costantemente nella coscienza leopardiana. L’altro è il perturbante e il suo percorso emozionale deposita nell’inconscio tracce significative del suo “mal di vivere”, testando una sensibilità eccezionale, affidata alla visionarietà creativa. Anche la sua poesia diventerà un labile mascheramento di questo stato d’animo, tormentato e sofferente.

L’effetto straniante dell’occhio interno fagocita la dimensione dell’Invisibile e il dolore e la sofferenza catalizzano il costante ripiegamento meditativo, nel risarcimento sublimativo dell’arte, che diventerà un’occasione ulteriore di appagamento catartico. Ranieri scrive: <<Ma quell’incomprensibile, e quasi più che umano, dolore, che fu principio e fine di tutto l’essere del Leopardi, non lo lasciava mai riposare fra le dolcezze familiari, che sono pur sempre o il maggior bene o il minor male che gli uomini s’abbiano sulla terra. Dall’abisso medesimo del suo dolore egli aspirava, per l’insanabile istinto della specie umana, a quella felicità onde aveva letto, cantato e discorso il vano e il nulla>>. <<La vita del Leopardi non era  più un correre, come in tutti gli uomini, ma più veramente un precipitare verso la morte>>.

Ad Atto Vannucci, a cui Ranieri dedica i Sette anni di sodalizio, così scrive: <<Sei contemporaneo dei dolori ch’io descrivo. Sei d’intelletto sovranamente penetrativo da distinguere la verità fra le ambagi della infermità umana>>. La condizione mentale dell’ultimo Leopardi, con i suoi patemi d’animo, è riscontrabile nel finale dell’ “operetta morale”, ovvero il dialogo tra Plotino e Porfirio, nell’accettare pazientemente le pene dell’esistenza, in funzione del foedus amicitiae: <<In ultimo, Porfirio mio, le molestie e i mali della vita, benché molti e continui, pur quando, come in te oggi si verifica, non hanno luogo infortuni e calamità straordinarie, o dolori acerbi del corpo; non solo malagevoli da tollerare; massime ad uomo saggio e forte, come tu sei.

E la vita è cosa di tanto piccolo rilievo, che l’uomo, in quanto a sé, non dovrebbe esser molto sollecito né di ritenerla né di lasciarla. […]. Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non riusciamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Si bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci  incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita>>.

Valga, a mo’ di conclusione,  l’illuminante giudizio del De Sanctis:

<<Leopardi produce l’effetto contrario a quello che si propone. Non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l’amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio  inesausto. E non puoi lasciarlo, che non ti senti migliore; e non puoi accostartegli, che non cerchi innanzi di raccoglierti e purificarti, perché non abbi ad arrossire al suo cospetto. È scettico e ti fa credere, e mentre non crede possibile un avvenire men tristo per la patria comune, ti desta in seno un vivo amore per quella e t’infiamma a nobili fatti. Ha così basso concetto dell’umanità, e la sua anima alta, gentile e pura l’onora e lo nobilita>>.

  1. A.Ranieri, Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, pref. di Vittorio Russo, Napoli, A.Berisio Editore, 1965, pp.III-XI. [Il corsivo è mio]. Cfr. U.Cundari, Leopardi, ritratto del giovane inquieto, “Il Mattino”, 10 Settembre 2023.
  2. C.Di Lieto, La scrittura e la malattia. Il “male oscuro” della letteratura, pref. di Claudio Toscani, Venezia, Marsilio Editori, 2015. Cfr. ID., Leopardi e il “mal di Napoli” (1833-1837) una “nuova vita” in “esilio acerbissimo”, Torino, Genesi Editrice, 2014. C.Caccioppoli, G.Rispoli, Pianeta Pandemia, storie di epidemie e vaccini, Napoli, Il Faro di Ippocrate, 2021.
  3.  R.Sica, Un probabile “Ritratto di Giacomo Leopardi” eseguito da Vincenzo Volpe, in “Nuovo Meridionalismo”, a.XXVIII, Sett.-Nov. 2023, pp.46-48.
  4. C.Di Lieto, Leopardi e il “mal di Napoli” (1833-1837), cit. pp.36-37. Cfr. A.De Gennaro Ferrigni, Le prime notizie del Leopardi fra i napoletani, in <<Appendice di Leopardi e Colletta>>, Napoli, Tip. della Regia Università, 1888. 
  5.  Ibidem, p.37. Cfr.  A.Forti Messina, Società ed epidemia – Il colera  a Napoli nel 1837, Milano, Angeli, 1979. E.Sganzerla, Malattia e morte di Giacomo Leopardi. Osservazioni critiche e nuova interpretazione diagnostica con documenti inediti, Milano, Book Time, 2016.
  6.  Ibidem. p.22. Cfr. P.Hazard, Giacomo Leopardi, trad. e cura di Alessandro Carandente, Napoli, Marcus Edizioni, 2016, pp.103-120. C.Lombroso, Delitto, genio, follia. Scritti scelti, Milano, Bollati Boringhieri, 2000, p.414, p.465.
  7.  V.Russo, Prefazione, in A.Ranieri, Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, cit., p.X. Cfr. AA.VV., Infinito Leopardi 4, a cura di Agostino Ingenito, Napoli, Media leader, 2025.  C.Lombroso, Delitto, genio, follia. Scritti scelti, Milano, Bollati Boringhieri, 200, p.414, p.465. R.Urraro, Giacomo Leopardi: gli anni dell’inquietudine e della contestazione, Milano, Mimesis, 2023. M.M.Gabriele, Letteratura e psicoestetica in Carlo Di Lieto, in “Gradiva”, n.43/44, Sring and Fall 2013, pp.78-80.
  8.  A.Savinio, Tre carte napoletane, cit. Cfr. G.Infusino, Zibaldone di sventure. La difficile morte di Leopardi a Napoli: 150 anni di polemiche, misteri, tradimenti, Napoli, Liguori Editore, 1987.  A.Arbasino, Sette anni di guai, in A.Ranieri, Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, intr. di Giulio Cattaneo, Milano, SE, 2005, pp.117-122.
  9.  A.Ranieri, Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, cit., pp.107-108.
  10.  Ibidem, p.33.
  11.  Ibidem, pp.108-109. Cfr. M.G.Giordano, Un secondo “Vesuvio” per il Leopardi della Ginestra. Una fonte irpina: il precedente di Marciano Di Leo, , in “Riscontri”, a.XLV, n.3, Maggio- Agosto 2023, pp.9-28.
  12.  Lettera di Paolina a Leopardi a Teresa Teja dai viaggi in Italia 1859-1869, a cura di Lorenzo Abbate e Laura Melosi, Intr. di Gloria Monghetti, Firenze, Leo S.Olschki, 2019, pp.7-31.
  13.  Ibidem, p.116. Cfr. V.Capuzza, Leopardi e Antici: una storia di famiglie, d’istituzioni e di Lettere, in “Letteratura e Pensiero”, n.19, Gennaio-Marzo 2024, pp.330-345.
  14.  Ibidem, pp.133-134.
  15.  Ibidem, p.134-135. [Il corsivo è mio]
  16.  Ibidem. [Il corsivo è mio].
  17.  Ibidem, p.94. [Il corsivo è mio]. Cfr. F.Petruccelli della Gattina, Il camposanto de’ colerici. Frammento d’un souvenir, in “L’Omnibus pittoresco”, a.I, n.30, 11 ottobre 1838.
  18.  Ibidem, p.93. [Il corsivo è mio]. Cfr. F.Monterosso, Leopardi tra noi, Cremona, Turris editrice, 1999.
  19.  A.Ranieri, Supplemento alla notizia intorno Alla Vita e gli Scritti di Giacomo Leopardi MDCCXLVIII, in ID., Sette anni di Sodalizio con Giacomo Leopardi, cit., pp.89-99.
  20.  Ibidem,, pp.95-96. [Il corsivo è mio].
  21.  Ibidem, p.96. [Il corsivo è mio].
  22.  Ibidem. [Il corsivo è mio]. Cfr. C.Di Lieto, Ranieri e Leopardi agli “Incurabili” di Napoli, tra medicina, letteratura e mistificazione, in “Letteratura e Pensiero”, n.12, Aprile-Giugno 2022, pp.56-107. C.Di Lieto, Ragione e follia “la vita è altrove”, pres. di Sandro Gros- Pietro, pref. di Giovanni Camelia, postf. di Gabriele Pulli, Torino, Genesi Editrice, 2025, pp.157-232.
  23.  Ibidem, p.97. [Il corsivo è mio].
  24.  Ibidem. [Il corsivo è mio].
  25.  Ibidem, pp.IX-X. Cfr. G.Polizzi, Corpo sano e corpo malato. Tra medicina, antropologia e biopolitica, in Rivista Internazionale di Studi Leopardiani, n.11, 2018, pp.127-160.
  26.  Ibidem, p.35. [Il corsivo è mio].
  27.  Ibidem, p.36. [Il corsivo è mio].
  28.  Ibidem, pp.37-38. Cfr. S.Baglioni, Le malattie di Giacomo Leopardi, in “Rendiconti dell’Istituto di Scienze Lettere e Arti”, Voll. XIII-XIV (Anni 1937-1938), Fabriano, 1939.
  29.  Ibidem, p.38. [Il corsivo è mio]. Cfr. L.Tinti, Leopardi, Napoli, Liguori Ed., 2007. M.Vitiello La scrittura e la malattia. Il “male oscuro” della letteratura di Carlo Di Lieto, in “Contrappunto”, Ottobre 2016, p.25.
  30.  Ibidem. [Il corsivo è mio]. Cfr. A.Savinio, Leopardi Tre carte napoletane a cura di Silvio Perrella e Alessio Bottone, Santa Maria Capua Vetere (CE), Spartaco Edizioni, 2025, p.5. D.Rivarossa, La sottile linea Leopardi. Influssi ambivalenti nella letteratura italiana, in “Riscontri”, a.XLV, n.2, Maggio-Agosto 2023, pp.150-152.
  31.  Ibidem. [Il corsivo è mio].
  32.  Ibidem, pp.44-45. [Il corsivo è mio].
  33.  Ibidem, pp.51-52. [il corsivo è mio]. Cfr. A.Bosco, Titanismo e pietà in Giacomo Leopardi, Firenze, Le Monnier, 1957. C.D’Elia, Linea Leopardi. Rispecchiamenti e furti tra letteratura, arte, politica, Firenze, Leo S.Olschki, 2022.
  34.  Ibidem, pp.61-62. [Il corsivo è mio]. Cfr. R.Tanoni, L’aspetto di Giacomo Leopardi, www.leopardi.it, 11 febbraio 2005.
  35.  G.Infusino, Zibaldone di sventure, cit., p.73 et passim.
  36.  Ibidem, p.83. [Il corsivo è mio].
  37.  Ibidem, p.86. [Il corsivo è mio].
  38.  Ibidem.  [Il corsivo è mio].
  39.  G.Leopardi, Aspasia, in ID., Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di Lucio Felici e Emanuele Trevi, Roma, Newton Compton, 2005, p.182, vv.61-79.
  40.  Ibidem, p.183, vv.80-110.
  41.  A.Ranieri, Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, cit., p.87. [Il corsivo è mio].
  42.  Ibidem. [Il corsivo è mio].
  43.  Ibidem, p.88.
  44.  G.Infusino, Zibaldone di sventure. La difficile morte di Leopardi a Napoli: 150 anni di polemiche, misteri, tradimenti, cit., p.14. Cfr. A.Savinio, Ascolto il tuo cuore, città, prefazione di A.Rollo, Milano, Garzanti, 2023, p.36 et passim.
  45.  Ibidem, [il corsivo è mio].
  46.  L.Masciangioli, Il morbo che spense Leopardi, “La Riforma Medica”, a.LIII, n.38, 1937.
  47.  A.Della Seta, August Von Platen e i suoi Tagebuchev, “Rivista d’Italia”, 1900, II. [Il corsivo è mio].
  48.  G.Leopardi, Epistolario 1833-1834, in ID., Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi, cit., p.1431. [Il corsivo è mio].
  49.  Ibidem, p.1432. [Il corsivo è mio].
  50.  Ibidem, p.1431. [Il corsivo è mio].
  51.  Ibidem, pp.1442-1443. [Il corsivo è mio]. Cfr. E.P.Sganzerla, Malattia e morte di Giacomo Leopardi, Milano, Book Time ed., 2016.
  52.  Ibidem. [Il corsivo è mio].
  53.  Ibidem, pp.1444-1445. [Il corsivo è mio].
  54.  A.Ferdinando Maestri – Parma, Napoli 15 Maggio 1837, in ID., Epistolario 1837, cit., p.1444. [Il corsivo è mio]. Cfr. G.Papini, Felicità di Giacomo Leopardi, Roma, Reale Accademia d’Italia, 1939.
  55.  G.Infusino, Zibaldone di sventure, cit., p.49. [Il corsivo è mio]. Cfr. A.Zuccarelli, L’organismo del Leopardi, Milano, Vallardi, 1906.
  56.  Ibidem, p.107. [Il corsivo è mio]. Cfr. L.Marcon, In che peccai bambino?. La “religione minacciante”, i pregiudizi e il bullismo nella vita e nell’opera di Giacomo Leopardi, in “Letteratura e Pensiero”, 17, Luglio-Settembre 2023, pp.73-89.
  57.  Ibidem, p.110. Cfr. F.Moroncini, Il retroscena e il supplemento del libro del Ranieri sul Sodalizio, in “Nuova Antologia”, Firenze, 1 aprile 1933. G.Montesano, Il ritorno di Leopardi col gioco delle tre carte, “Il Mattino”, 20 settembre 2025.
  58.  G.Leopardi, I nuovi credenti, in ID., Tutte le poesie e tutte le prose, cit., pp.306-308.
  59.  C.Musatti, Qualcuno bisogna pur amare in questo mondo, “Il Messaggero”, 31 ottobre 1981. [Il corsivo è mio]. Cfr. G.Infusino, Resteranno a Napoli le lettere di Leopardi, “Il Mattino”, 3 novembre 1981
  60.  G.Bárberi Squarotti, Addio alla poesia del cuore, in AA.VV., I diletti del vero. Lezioni leopardiane, a cura di Alberto Folin, Padova, Il Poligrafo, 2001, pp.35-43. Cfr. F.Cassano, Oltre il nulla. Studio su Giacomo Leopardi, Roma-Bari, Laterza, 2003. G.Leopardi, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, in A.Filippetti, Leopardi e noi, Napoli, Liberi in poesia, Istituto Culturale del Mezzogiorno, 2023, pp.69-70.
  61.  J.Bowlby, Attaccamento e perdita, Torino, Boringhieri, 1972. Cfr. S.Arieti, Creatività. La sintesi magica, Roma, Il Pensiero Scientifico Editore, 1979.
  62.  R.Damiani, Leopardi e Napoli 1833-1837. Sodalizio con una città tra nuovi credenti e maccheroni. Documenti e testimonianze, Napoli, Procaccini, 1998, pp.11-53. F.Mannoni, <<Vaffa d’autore, firmato Leopardi, “Il Mattino”, 18 ottobre 2014.
  63.  C.Dionisotti, Leopardi e Ranieri, in Appunti sui moderni. Foscolo. Leopardi, Manzoni e altri, Bologna, il Mulino, 1988. Cfr. B.Zumbini, Giacomo Leopardi a Napoli, in Studi su Leopardi, Firenze, Barbèra, 1904, p.236. C.D’Elia, Linea leopardi. Rispecchiamenti e furti fra letteratura, arte, politica, Firenze, Olschki, 2023. 
  64.  G.Montesano, Leopardi tra i gagà di Napoli, “Il Mattino”, 22 Giugno 2006.  A.Filippetti, Leopardi e noi, Napoli, Liberi in poesia, Istituto Culturale del Mezzogiorno, 2023, pp.101-146. Francesco Lo Parco, docente di letteratura umanistica all’Università di Napoli, è stato uno studioso della vita marginale di due poeti: Giacomo Leopardi e Pietro Paolo Parzanese. Per più ampie notizie sulla parte avuta dal gelato nella vita dell’autore della Batracomiomachia, si consulti l’aureo libretto di Lo Parco sul Gelato uno  e trino di Giacomo Leopardi.
  65.  N.Ruggiero, Leopardi e il napoletano. La lunga amicizia con Ranieri, i soggiorni a Montecalvario e a Capodimonte, “Roma”, a.137, n.151, 3 giugno 1999. Cfr. S.Di Salvo, La lista dei piatti che piacevano a Leopardi, “Il Mattino”, 11 ottobre 2008.
  66.  M.Amori, Carteggio, a cura di A.D’Ancona, Torino, Editori Roux Frassati e C°., Vol. I, 1896, pp.10-11. [Il corsivo è mio]. R.Urraro, Giacomo Leopardi: gli anni dell’inquietudine e della contestazione (1798-1822), Milano, Mimesis, 2023. Entro dipinta gabbia. Tutti gli scritti inediti, rari e editi di Giacomo Leopardi (1809-1810) a cura di Maria Corti, Milano, Bompiani, 1972.
  67.  P.Abbate, La vita erotica di Giacomo Leopardi, Napoli, Edizioni C.I., 2000, pp.55-67. Cfr. S.Fanelli, Tre generazioni di Goethe turisti a Napoli: <<Vale la pena di fantasticare in questi luoghi>>, “Il Mattino”, 21 Settembre 2025.
  68.  AA.VV., Il caso Leopardi, Palermo, Palumbo, 1988. Cfr. P.Aceti, La malattia di Giacomo Leopardi, Modica, Brugnoli, 1967. R.Bodei, Leopardi e la filosofia,  a cura di G.Giglioni e G. Polizzi, Sesto San Giovanni, (MI), Mimesis, 2022. Carteggio Giacomo Leopardi – Carlo Pepoli (1826-1832), a cura di Andrea Campana e Pantaleo Palmieri, Firenze, Leo S.Olschki, 2023. Leopardi e il paesaggio, “Atti del XV Convegno internazionale di studi leopardiani”, Recanati, 29-30 ottobre 2021, a cura di Christian Genetelli, Ilaria Cesaroni e Gioele Marozzi, Firenze, Leo Olschki, 2024. Cfr. M.A.Bazzocchi, Spalancare gli occhi sul mondo. Dieci lezioni su Leopardi, Bologna, il Mulino, 2023. P.Gargano, Siano, quando le foto sono urla nel silenzio, “Il Mattino”, 15 Dicembre 2024.
  69.  F.Botti, L’ultimo Leopardi e la cultura letteraria napoletana degli anni ’30, in Giacomo Leopardi, Napoli, G.Macchiaroli, 1989, pp.411-432. M.Betrò, Note sugli abitanti e nelle vicende di Torre del Greco nel periodo del soggiorno leopardiano, Torre del Greco, 1998.
  70.  A.Napolitano, G.Leopardi. “Un taccuino napoletano”. Appunti casualmente ritrovati nella sua ultima dimora, Napoli, Istituto Culturale del Mezzogiorno, 2007. M.Guaccio, Villa Zelo: il rifugio segreto di Leopardi a Portici, <<Grande Napoli”, 21 novembre 2020.
  71.  A.Ranieri, Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, con un’introduzione di Giulio Cattaneo e una nota di Alberto Arbasino, Milano, Garzanti, 1979, pp.11-21. Cfr. Leopardi e la cultura del Novecento. “Atti del XIV Convegno Internazionale di studi leopardiani”, Recanati, 27-30 settembre 2017, a cura di Maria Valeria Dominioni e Luca Chiurchiù, Firenze, Leo S.Olschki, 2020. A.Catalfamo, Giacomo Leopardi Poesia e <<Ultrafilosofia>>, La dialettica tra ragione, sentimento e immaginazione, Chieti, Solfanelli, 2023, pp.41-75.
  72.  Ibidem, pp.20-21. Cfr. A.Manitta, Giacomo Leopardi: oltre il pessimismo tra letterarietà ed esistenza, in “Letteratura e Pensiero”, n.16, Aprile-Giugno 2023, pp.5-30. Cfr. Essere, “Centro Studi Erich Fromm”, Eutimia, n.97, Ottobre 2023. G.Cardano, Sulla consolazione, a cura di MariaLuisa Baldi, Firenze, Leo S.Olschki, 2019.
  73.  G.Ricciardi, Memorie autografe di un ribelle, Milano, Natale Battezzati Editore, 1873.
  74.  Epistolario, a cura di F.Moroncini, Vol. VI, Firenze, Le Monnier, 1940. Cfr. L.Lombardo, La compassione come  cura all’infelicità: un dialogo tra Schopenhauer e Leopardi, in “Letteratura e Pensiero”, 17, Luglio-Settembre 2023, pp.90-93.
  75.  S.Vassalli, Lasciate riposare Giacomo Leopardi, “Corriere della Sera”, 28 Luglio 2004. Cfr. L.Marcon, Un giallo a Napoli. La seconda morte di Giacomo Leopardi, Napoli, Guida, 2012.
  76.  A.Ranieri, Notizia intorno alla vita ed agli scritti di Giacomo Leopardi, MDCCCXLV, in ID., Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, con un’introduzione di Giulio Cattaneo e uno scritto di Alberto Arbasino, cit., 2005, p.95. [Il corsivo è mio].
  77.  Ibidem, p.97. [Il corsivo è mio].
  78.  Ibidem, p.24. [Il corsivo è mio].
  79.  A.Moresco, Lettera d’amore a Giacomo Leopardi, Milano, Solferino, 2025. Cfr. U.Piscopo, La scrittura e la malattia. Il “male oscuro” della letteratura, rec. a Carlo Di Lieto, Venezia, Marsilio Editori, 2015, in “Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana”, Indici 2012-2024, Dicembre 2024, pp.382-385.
Carlo Di Lieto
Carlo Di Lieto
Carlo Di Lieto, critico letterario. Allievo di Salvatore Battaglia, Francesco Orlando e Nicola Cilento, docente di Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli. Autore di Interessanti Studi di Letteratura Italiana.
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