I ricordi, il circo e…Bisteccone

Aldo Pellicciotta
Aldo Pellicciotta
Laureato in Scienze Politiche e duttile cosmopolita con le radici in terra d’Abruzzo

Basta una parola per attivare la memoria, quella vera, non quella artificiale. Penso alle giovani generazioni che non hanno bisogno di esercitarla perché trovano tutto sul web, non come gli aedi greci che recitavano “a memoria” l’Iliade e l’Odissea o i trovieri che cantavano “a memoria” la Chanson de Roland, oppure i nostri nonni, che pur non sapendo leggere e scrivere ci raccontavano storie incredibili vicino al focolare, tramandate “a memoria” oralmente.

Una parola, circo, pronunciata da un amico, mi ha fatto tornare alla mente quando ero bambino e non c’era la televisione. A quei tempi il divertimento lo creavamo noi stessi, fabbricando i nostri giocattoli: la rotele, la cerbottana (fatte che lu samuche), l’arco (fatto con le bacchette di ferro dell’ombrello rotto), lu scrocche di crete, la uirzele (che era una versione paesana del baseball), lu carrarmate (fatto con il rocchetto di legno del filo esaurito), le ferzecole (allisciate sotto, riempite di cera e con la figurina di un ciclista professionista appiccicata sopra), le voche, lu barrozze, la trebbie (fatta con un mattone forato) e d’inverno le scije di canne (abballe pe le Cruce) Unica alternativa le compagnie di giro che si esibivano anche all’aperto: un giorno arrivarono nella mia piccola Gessopalena teatranti napoletani, un altro, d’autunno, un circo.

Il suo spettacolo può piacere o non piacere, ma è tutto vero. Quando lanciano i coltelli per conficcarli intorno ad una persona appoggiata su una tavola di legno, sono coltelli veri, quando qualcuno si getta da 15 metri su un materasso, i 15 metri sono veri, quando qualche altro cade da un trapezio senza rete e si

sloga una caviglia, anche quella caviglia è vera. Il circo è lo spettacolo itinerante per antonomasia: roulottes, camion, alcune auto, un tendone e per palco la nuda terra. In Italia, ma non solo, gli spettacoli circensi sono stati portati avanti da intere famiglie, basti citare Togni, Orfei, Palmiri che poi si unì all’importante famiglia circense danese Benneweis (il mio maestro Vincenzo Bozzi mi ha parlato diverse volte del circo Palmiri-Benneweis e del circo di Buffalo Bill nel quale recitavano anche Toro Seduto e Calamity Jane).

Nelle nostre contrade e nei nostri paesi girava una famiglia: padre, madre e una figlioletta. Quelli della mia età o con qualche anno in più, si ricordano il nome d’arte del capofamiglia: Bisteccone. A Gessopalena i componenti della famiglia si sistemavano tra due palazzine del Corso (de Verre? De lu Uast?) dove ora c’è la pensilina, per attendere il passaggio delle corriere, e lì eseguivano i loro giochi, facili da realizzare e semplici nella concezione, a volte anche improvvisati, alla fine giravano con il cappello tra gli spettatori chiedendo in regalo una moneta. La bambina faceva contorsionismo, non rammento particolari esercizi della signora, ma ricordo perfettamente che il clou dello spettacolo si raggiungeva quando Bisteccone eseguiva un numero chiaramente mutuato da Zampanò nel film La strada.

Come Anthony Quinn nel capolavoro di Fellini, l’artista, muscoloso, si cingeva il petto con una catena chiusa da un lucchetto e con immane sforzo, che traspariva dalle smorfie di dolore sul suo viso, riusciva a spezzare la catena gonfiando i pettorali. A quel punto scrosciavano gli applausi degli astanti e le monetine cadevano copiose nel cappello: Bisteccone aveva guadagnato da vivere per lui e per la famiglia.

Aldo Pellicciotta
Aldo Pellicciotta
Laureato in Scienze Politiche e duttile cosmopolita con le radici in terra d’Abruzzo
spot_img
spot_img

Ultimi articoli