La questione Ebraica 14 – La colpa

Francesco Lucrezi
Francesco Lucrezi
Ordinario di Diritto romano e di Diritti dell'Antico Oriente Mediterraneo presso l'Università degli Studi di Salerno, il suo ambito di studio riguarda principalmente l'ebraismo e, in particolare, il diritto ebraico, al quale ha dedicato diverse opere e di cui è considerato uno dei massimi esperti italiani.

A proposito dell’affare Dreyfuss – trattato nel libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna -, e degli insegnamenti che si possono da esso trarre, abbiamo scritto, la scorsa puntata, che appaiono ricorrenti, nei commenti dedicati a tale vicenda, quelli che possono essere giudicati due errori di interpretazione.

Il primo è la considerazione secondo cui dal processo contro il presunto traditore sarebbe inspiegabilmente sorta un’enorme ondata di antisemitismo, nonostante tale fenomeno, nella civile ed evoluta Francia di fine ‘800, apparisse molto marginale. In realtà, non c’è in ciò niente di strano e inspiegabile, perché tale modalità di manifestazione è sempre stata tipica caratteristica dell’odio antigiudaico, un sentimento capace di restare in letargo anche per lunghi periodi, ma sempre pronto a manifestarsi all’improvviso, per un qualsiasi pretesto. I sintomi di una malattia sono una cosa diversa dal morbo, che può restare a lungo nascosto, ma sempre carico della sua malefica energia. La storia offre al riguardo innumerevoli esempi di lunghi sonni e improvvisi risvegli, che non è il caso di riportare.

Il secondo errore è quello del voler sottolineare il dato dell’innocenza dell’ufficiale francese come elemento importante e qualificante dell’ingiustizia tanto della condanna quanto anche delle sue conseguenze, ossia della mobilitazione, in tutto il Paese, di masse inferocite, urlanti “morte agli Ebrei”. Non solo quella condanna fu ingiusta, ma anche quella mobilitazione sarebbe stata ingiusta, dal momento che Dreyfuss era innocente. E, se lui era innocente, lo era quindi anche il popolo ebraico a cui apparteneva.

Un siffatto sillogismo è profondamente sbagliato, perché l’antisemitismo non è legato mai da nessun nesso eziologico, neanche il più lontano, mediato e ipotetico, al concetto di “colpa”. Mai. Ignora completamente la ‘vera’ colpa e ‘innocenza’, per il semplice motivo che è esso stesso a creare, in un modo assolutamente autonomo e referenziale, la colpa che fa finta di usare come causa scatenante. Dire o dimostrare, perciò, che non è vero che gli ebrei hanno ucciso Gesù (o che, al giorno d’oggi, uccidono un’altra tipologia di persone, soprattutto bambini), che fanno i sacrifici del sangue, che sono usurai, bolscevichi, mercanti d’armi, capitalisti ecc. non ha nessun effetto neutralizzante nei confronti dell’antisemitismo, perché questo se ne infischia altamente di tutte queste stupidaggini, è il primo a sapere che sono delle fesserie. La ‘colpa’ degli ebrei, ripeto, la crea lui, e, per questo motivo, paradossalmente, l’eventuale ‘vera’ colpa gli dà addirittura fastidio. Un giornale dell’epoca (un dato che, se non sbaglio, Calò non riporta) riferisce un commento molto eloquente formulato, nei giorni del processo, da una signora parigina: “Spero che sia innocente, perché soffrirebbe di più”.

Gli ebrei, agli occhi dell’antisemitismo (ne parlo come una sorte di organismo unico e vivente, perché credo che così debba essere considerato) sono colpevoli quando sono colpevoli, ma lo sono ancora di più quando sono innocenti, dal momento che, con la loro presunta innocenza, contraddicono quella colpa “a prescindere” che l’antisemitismo genera, giorno dopo giorno, minuto come minuto, come una inarrestabile fabbrica di veleno. Un ebreo innocente è un ossimoro e, come tale, dà fastidio.

Un esempio può forse aiutare a meglio comprendere questo concetto. Diversi film e romanzi, di varia qualità, hanno trattato delle gesta della spietata mafia ebraica nell’America degli anni del proibizionismo.  I criminali ebrei del capolavoro di Sergio Leone C’era una volta in America o dei bei romanzi della “saga di New York” di Antonio Monda sono degli assassini crudeli e feroci, capaci delle più efferate violenze. E rievocano personaggi reali, vicende realmente accadute. In questi casi, la loro ‘colpa’ è vera, innegabile, asseverata nei libri di storia. Ma, proprio per questo, del tutto inutile per l’antisemitismo. Nessuno, guardando quei film o leggendo quei romanzi, ha mai provato neanche l’ombra di un sentimento antisemita. Anzi, al contrario, quei film e quei romanzi hanno fatto provare simpatia per quegli ebrei così “normali”, le cui “colpe” sono assolutamente identiche a quelle dei criminali “normali”.

L’antisemitismo non vuole una “colpa” vera, ma solo quella “falsa” creata da lui stesso. Si nutre solo di menzogna, che è l’alimento da esso stesso generato, e di nient’altro.

Calò riporta, al riguardo, un episodio estremamente eloquente e poco conosciuto. Due anni dopo che Dreyfuss era stato pienamente assolto dalla Corte di Cassazione, reintegrato nei ranghi dell’esercito e insignito della Legion d’Onore, il 4 giugno 1908, in occasione della traslazione delle ceneri di Zola, cerimonia a cui partecipò lo stesso ufficiale, un giornalista antisemita, Louis Grégori, gli sparò due colpi di pistola, senza tuttavia riuscire a ucciderlo, ma soltanto ferendolo a un braccio. Processato per tentato omicidio, asserì di non avere inteso colpire la persona, ma, più genericamente, ciò che rappresentava, ossia il “dreyfusismo”, e, incredibilmente, fu anche assolto.

La vicenda ricorda singolarmente quella di Salman Rushdie, lo scrittore indiano colpito dalla “fatwa” di Khomeini per avere scritto un libro giudicato (del tutto a torto) offensivo del Corano: ogni musulmano del mondo sarebbe stato incaricato, per sempre, di eseguire l’ordine di ucciderlo. Costretto a vivere per decenni, giorno e notte, sotto la continua sorveglianza di una scorta armata, tenendo sempre segreti i propri itinerari di spostamento, Rushdie fu comunque raggiunto, due anni fa, da un assalitore armato di coltello, che riuscì a eludere la sorveglianza e a colpirlo, ferendolo gravemente e provocandogli anche la perdita di un occhio. Gli ayatollah iraniani, a seguito di lunghe trattative sottobanco, avevano decretato che la fatwa – pur non potendo essere giuridicamente revocata – non era più da considerarsi efficace, ma ciò, evidentemente, non bastava, così come non era bastata la riabilitazione di Dreyfuss. Qualche zelante esecutore si trova sempre, sarebbe strano il contrario.

Dreyfuss poteva anche essere personalmente innocente, ma la sua ‘colpa’ di essere ebreo, e di avere dato nell’occhio in quanto tale (il suo “dreyfusismo”) restava. Sarebbe rimasta al di là di ogni assoluzione, e perfino al di là della sua morte: “il patriottismo della famiglia – scrive Calò – non finisce con Dreyfuss; una sua nipote, Madeleine Lévy, combattente della Resistenza, è catturata dai nazisti nel 1943 e deportata ad Aushwitz, dove morirà”. Si tratta, evidentemente, di un patriottismo particolare, alquanto doloroso.

In realtà, Dreyfus fu sottoposto a due distinti processi: uno celebrato con le regole del diritto, che, come ogni processo, poteva concludersi con una assoluzione o una condanna, giusta o ingiusta che fosse. E, come sempre accade, nessuna sentenza pone mai fine ai dubbi, ai sospetti, alle recriminazioni. Molto spesso la gente è portata a pensare che chi è dichiarato innocente sia in realtà colpevole, e viceversa.

Ma egli fu anche vittima di un distinto processo, che è lo stesso del Signor K di Kafka. Un processo dove non c’è nessuna accusa, e quindi nessuna difesa, ma soltanto una colpa. E una colpa senza accusa e senza difesa non potrà mai essere eliminata. Graverà sulla testa del colpevole, come una spada di Damocle, anche per lunghi anni. E potrà anche accadere che il colpevole finisca i suoi giorni senza incontrare l’esito ineluttabile del processo, pur avvertendo sempre l’ombra della spada sulla propria testa. Così come potrà accadere che la condanna vada a colpire una persona diversa da quella del primo imputato, come dimostra la sorte di Madeleine Lévy, anch’ella condannata a espiare una colpa che non richiede dimostrazione, né ammette confutazione.

Francesco Lucrezi
Francesco Lucrezi
Ordinario di Diritto romano e di Diritti dell'Antico Oriente Mediterraneo presso l'Università degli Studi di Salerno, il suo ambito di studio riguarda principalmente l'ebraismo e, in particolare, il diritto ebraico, al quale ha dedicato diverse opere e di cui è considerato uno dei massimi esperti italiani.
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