Già nel mondo antico, alla conclusione del ciclo troiano, nacque una serie infinita di romanzi nei quali ciascuno degli eroi, che avevano partecipato alla guerra di Troia, continuava una nuova avventura e soprattutto evitava di cadere nel terribile vuoto della dimenticanza e dell’oblio.
Si trattava, perlopiù, di vicende particolarmente fantasiose, ricche di profonda umanità nelle quali spesso i protagonisti, che avevano dovuto, per seguire il destino e soprattutto la volontà degli dei, mettere da parte i sentimenti più vivi e soprattutto più recenti, potevano finalmente raggiungere una nuova felicità in una vita meno impegnativa e finalmente più libera e autonoma. Ulisse fuggiva lontano con la dolce e tenera Nausicaa per trascorrere con lei anni felici con molti figli senza l’assillo di dover sempre comunque obbedire agli dei.
Allo stesso modo Diomede, Aiace e gli altri grandi eroi di Troia trovavano nuove mete e ignota felicità. Allo stesso modo nel corso dei secoli molti pensatori hanno cercato di trovare la risposta adeguata ad una terribile domanda: è possibile evitare la distruzione totale del ricordo e della memoria non soltanto attraverso l’arte della poesia ma piuttosto attraverso uno strumento capace di sostituire la vita reale spesso priva di qualsiasi attrattiva con una vera vita più complessa e migliore, nella quale ciascuno può cercare di superare i limiti che gli sono stati imposti dalla sua condizione di uomo e soprattutto da tutto ciò che costituisce la cultura, il mondo intorno al quale si è costretti a vivere.
Naturalmente questi pensieri spesso presenti anche nella mente dei giovani vengono facilmente messi da parte dalle concezioni religiose e comunque da quella forza inarrestabile che costituisce il fluire quotidiano del nostro tempo. Il secolo 20º ha mostrato come nel giro di pochi decenni le distanze fra continenti venissero completamente dimezzate, l’uomo potesse contemporaneamente fare colazione a Parigi, pranzare in una delle grandi città americane e tornare sul far della sera davanti alla torre Eiffel. Lo stesso secolo breve ha offerto una singolare trasformazione della vita di milioni e milioni di uomini, attraverso l’introduzione di strumenti di comunicazione diretta, capaci di porre in relazione in tempo reale gli uomini e donne di paesi completamente lontani, uniti da un rapporto puramente virtuale capace di sostituire nel giro di pochi anni il concetto di socialità tradizionale.
Si è assistito nel corso degli ultimi decenni ad una fenomenale quanto sconcertante crescita di alcuni aspetti della vita individuale completamente diversi e lontani dalle tradizioni abituali. Le terribili tragedie collegate non solo all’asprezza delle guerre civili ed etniche ma anche soprattutto alla violenza dei fenomeni naturali di ogni genere, collegandosi all’ormai inarrestabile desiderio dei popoli di autodeterminarsi e contemporaneamente di trovare nuove forme di vita associativa e lavorativa, attraverso la fuga e la migrazione dalle terre di origine verso i paesi di più fluente economia hanno completamente stravolto la fisionomia usuale del discorso sociale e storico.
L’uomo del nostro tempo vive all’interno di una realtà che si trasforma quotidianamente, che spesso lo sovrasta e soprattutto lo travolge fino a fargli perdere del tutto l’orientamento iniziale. Si delinea sempre più profondamente uno scollamento e una rapida evoluzione del concetto stesso di vita individuale. L’uso indiscriminato o quasi dello strumento telematico non solo ha messo l’uomo nella condizione di conoscere quasi contemporaneamente tutto ciò che di strano o importante accade in qualsiasi parte del mondo ma gli ha permesso anche di incontrare, nell’infinito del Web, altre persone di cui ignora tutto tranne che la presentazione grafica o qualche fotografia.
Tutti i metodi tradizionali di conoscenza e di analisi della società sono quindi stati costretti a battere rapidamente la ritirata; si attendono da ogni parte le parole di nuovi filosofi, spesso veri e propri fenomeni sociali e politici, che intendono interpretare il mondo che ci circonda ma che soprattutto spesso tendono a conquistare spazio anche sul piano dell’amministrazione pubblica. In questo terribile quadro di generale decadenza rispetto ai termini del passato si muovono i fantasmi di una grande cultura che ancor oggi merita di essere rivalutata e riproposta.
In tale prospettiva appare assai importante ricordare ciò che scrisse Nietzsche ne La gaia scienza:” Noi europei ci troviamo di fronte a un enorme mondo in macerie, dove alcune cose si stagliano in alto, molte altre sono in piedi decrepite e sinistre, la maggior parte invece è già stesa al suolo, in modo alquanto pittoresco-dove esistettero mai rovine più belle così ammantate di alta e piccola erbaccia”.Sembra un discorso quanto mai adatto al nostro tempo eppure appartiene addirittura a quasi due secoli fa.
Nella interpretazione del filosofo tedesco il mondo in macerie è quello della tradizione platonico cristiana, che conteneva in sé i germi della decadenza, perché si fondava sul risentimento, sulla menzogna sulla negazione della vitalità, celandosi dietro le maschere del santo dell’asceta dell’idealista. Naturalmente il nostro tempo ha conosciuto una congiura diversa da quella indicata da Nietzsche nella metafisica sacerdotale, cioè da quel modo di ragionare per il quale i veri eroi sono coloro che sanno rinunciare ai beni terreni in una visione del mondo nella quale la sottomissione all’unico Dio e la repressione di istinti vitali, comportano naturalmente l’accettazione totale di tutto ciò che è in qualche modo legato all’idea della comunità. Nel nostro tempo diversi sono i germi patogeni che hanno completamente distrutto ogni concezione per così dire aristocratica e quindi di nobiltà intellettuale e culturale.
Il nuovo mondo di cui hanno parlato prima Nietzsche, poi ancora i grandi profeti del marxismo e le sciagurate sirene del nazismo e del fascismo prima della violenza insita nell’islamismo estremo non si è assolutamente modellato. Il mondo post decadente nel quale finalmente avrebbe dovuto trovare posto una interpretazione del mondo fondata non più sulla linea rettilinea progressiva della durata ma sulla sintesi della linea e del cerchio, della novità e della ripetizione, dell’insensatezza e della pienezza del significato non ha trovato ancora i suoi interpreti più efficaci.
L’idea del ritorno quindi diventa una sorta di pienezza del tempo per cui ogni nostra azione si fissa per sempre al destino universale. In questa prospettiva è possibile trovare una serie di vicende culturali accomunate dalla stessa chiara vocazione alla soluzione definitiva. Il nostro tempo così intriso di continue tragedie umane è assai difficile da decifrare e probabilmente siamo di fronte ad una trasformazione che supera ogni nostra immaginazione.



