Le fiction televisive sulle storie vere e su personaggi ormai scomparsi, possono offrire tanti spunti di riflessione alle vecchie e alle nuove generazioni. La ricostruzione della vita di una persona famosa, che in qualche modo ha fatto parte del nostro percorso di crescita, è molto più di un ricordo, di qualche storia narrata in un libro o di qualche leggenda metropolitana.
E’ il caso di “Mike” la miniserie in due puntate che Raiuno ha trasmesso ad ottobre, a 100 anni dalla nascita del popolare conduttore e 70 anni dalla prima trasmissione televisiva italiana che lo vide protagonista.
Dopo aver visto la fiction ho fatto una riflessione: che Italia sarebbe stata senza Mike Bongiorno? E soprattutto come avremmo vissuto la nascita della tv senza il popolare conduttore? La mancanza di idee e contenuti in quegli anni rappresentava un problema e l’assenza di volti e personaggi capaci di reggere una diretta televisiva, si faceva sentire.
Negli anni del dopoguerra, in cui tutto rinasceva e si ricostruiva, la figura di Mike Bongiorno sembrava quasi offerta da un destino favorevole alla produzione made in Italy, piovuta dall’alto come un tassello che mancava al puzzle. E lo aveva intuito, in tempi non sospetti, Vittorio Veltroni, giornalista di punta e conduttore radiofonico della cosiddetta “Eiar” e primo direttore del telegiornale della Rai. Veltroni aveva corteggiato e voluto fortemente Mike per la nascita di un progetto e la realizzazione di un programma televisivo rivolto alla gente, agli italiani, a chi guardava con stupore, meraviglia e felicità a quella piccola scatola magica, chiamata televisione.
Era il 3 gennaio del 1954 e con la storica frase recitata da una elegante Fulvia Colombo “La Rai, Radio televisione italiana, inizia oggi il suo regolare servizio di trasmissioni televisive”, nasceva la televisione italiana. E alle 14.30, di quella domenica pomeriggio, andava in onda il primo programma della tv nazionale, Arrivi e Partenze, una rubrica settimanale condotta da un giovane Mike Bongiorno, con interviste a vip – soprattutto americani – in arrivo e in partenza dall’aeroporto romano di Ciampino.
La fiction, liberamente tratta dall’ autobiografia “La versione di Mike” di Mike Bongiorno con Nicolò Bongiorno, ha celebrato un mito della tv italiana, la sua carriera, ma ha voluto regalare anche una narrazione inedita, entrando nella sua vita più intima e privata. Perchè se di Mike Bongiorno conserviamo l’immagine del conduttore spigliato e sorridente davanti alle telecamere oppure se nell’immaginario collettivo ricordiamo la celebre frase “Allegria” e qualche gaffe passata alla storia, è importante conoscere anche il suo lato riservato e introverso.
Nato a New York nel 1924 da una famiglia italo-americana, Mike è stato uno dei principali protagonisti del piccolo schermo, ma sono poco noti i sacrifici e la sua solitudine. Diviso fra Stati Uniti e Italia, fra padre e madre, fra guerra e ricostruzione, ciò che Mike ha vissuto si lega inevitabilmente alla storia del nostro Paese, da lui scelto per mettere radici e formare la sua famiglia.
La passione per il giornalismo, per la radio e la voglia di mettere in comunicazione paesi e popoli lontani è stata segnata, purtroppo, dalla Seconda guerra mondiale. Dopo l’intervento delle truppe tedesche in appoggio a Benito Mussolini nell’Italia settentrionale, fu costretto ad abbandonare gli studi per rifugiarsi sulle Alpi e decise così di entrare a far parte dei gruppi partigiani e, grazie alla sua conoscenza dell’inglese, fu impiegato in un’importante e pericolosa “staffetta”: doveva attraversare nel periodo invernale i contrafforti alpini innevati per portare in Svizzera, per conto della Resistenza, messaggi che permettevano le comunicazioni fra i partigiani italiani e gli Alleati di stanza nel Paese elvetico. Per i suoi ideali di pace e libertà, ha rischiato più volte la vita ed è stato costretto ad alcuni mesi di carcere, ma senza mollare mai.
Il suo successo televisivo e la sua popolarità sono stati studiati anche dallo scrittore Umberto Eco che nel 1963 gli dedica un saggio dal titolo Fenomenologia di Mike Bongiorno, nel quale la tecnica comunicativa del conduttore viene analizzata in maniera accademica. Umberto Eco rintracciava le radici profonde del successo di Mike nella sua “mediocrità assoluta”, grazie alla quale «lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti»
Possiamo quindi concludere che l’insegnamento di questo racconto autobiografico e televisivo racchiude molteplici messaggi: restare aggrappati alla famiglia evitando la sua disgregazione, sacrificarsi e resistere per ciò in cui si crede, non abbandonare le proprie passioni e rialzarsi ogni volta che si cade. Era questo Mike Bongiorno, una persona trascinata dall’entusiasmo e dalla sua indelebile “Allegria”, un uomo che ha voluto bene all’Italia e agli Stati Uniti, senza mai trascurare la gente comune, anzi dando voce soprattutto a quelle persone sole con le loro storie e le loro giornate malinconiche negli anni segnati da enormi distanze, emigrazione e padri lontani dalle terre di origine.



