Per quanti come me si avvicinano agli ottant’anni, oggi non è facile guardare con fiducia al proprio futuro.
Per lo più testimoni di eventi rilevantissimi e di profondi cambiamenti sociali, nella vita ci siamo sentiti protagonisti e abbiamo vissuto consapevolmente un netto e variegato progresso personale e sociale in tutti gli ambiti di attività.
Fino a una decina di anni fa.
Da allora la crisi energetica, l’inflazione, la pandemia, il riscaldamento della Terra, l’aumento dei flussi migratori, le guerre … hanno indotto spesso un ripiegamento difensivo rispetto a tutto quello che ci circonda, e alle minacce reali o solo immaginate, comunque idonee ad alimentare paure, populismi, fondamentalismi, nazionalismi … e a rallentare processi di aggregazione politica pazientemente costruiti e fecondi di positivi risultati.
Oggi, agevolata sia dai mezzi di creazione e diffusione delle notizie sia dall’ignoranza dei dati reali e delle sequenze storiche, avanza con forza la percezione di un’Italia distopica che molto spesso porta a sottovalutare e talora a trascurare del tutto gli aspetti positivi del nostro Paese.
I fenomeni sommariamente citati ricorrono, con caratteristiche peculiari, in tutte le fasce d’età. Nella mia, però, hanno una rilevanza notevolissima, avendo gli anziani pure la doverosa funzione di testimoniare che l’epoca attuale offre tante opportunità, inimmaginabili alcuni decenni fa, e che essa è il risultato innanzitutto di un lungo periodo di pace e poi di cambiamenti e riforme pazientemente perseguiti grazie al rifiuto di una sterile retrotopia e con una giusta tensione verso il futuro.
Nella sua essenza il problema non è solo italiano e neppure nuovo: una prima consapevolezza può cogliersi agevolmente nella cultura classica, in particolare nei miti di Narciso e di Proteo. Nel III libro delle Metamorfosi (2-8 d.C.) Ovidio ci presenta Narciso: bellissimo, attrae a sé molte ninfe e particolarmente Eco, ma al loro fascino egli è insensibile, tutto preso dalla passione della caccia. Per quell’amore non corrisposto Eco muore e sopravvive di lei la sola voce che risponde alle altrui parole. Ma una terribile punizione colpisce il giovinetto: specchiatosi in una fonte s’innamora di se stesso e si strugge fino a morirne. Il suo corpo è mutato in fiore.
490 […] il suo colore non è più un misto di candore e di rossore, non più rimane né forza
né vigore, né quella bellezza che poco prima lo attraeva, e neppure quel corpo che un tempo Eco aveva amato. La quale, appena vide quello strazio, benché irata e memore dell’oltraggio, ne provò dolore, e, ogni volta che 495 quell’infelice giovinetto esclamava «ahimè», essa ripeteva «ahimè» con la sua voce risonante. Quando, poi, quello si percuoteva le braccia con le mani, anch’essa riecheggiava il rumore dei colpi. Questo fu l’ultimo grido di lui che guardava ancora una volta in quell’acqua solita: «oh, giovinetto amato invano!», che il luogo circostante ripeté esattamente e 500 quando fu aggiunto «addio!», anche Eco disse «addio!». Narciso abbandonò il capo stanco sulla verde erba e la morte chiuse gli occhi che contemplavano la bellezza di colui che li possedeva. Dopo che fu accolto nella sede degli inferi, anche allora continuava a guardare nell’acqua dello Stige. Lo piansero 505 le sue sorelle, le naiadi, che, tagliate le chiome, le offrirono al fratello; lo piansero le driadi e ai loro pianti rispondeva Eco. Già quelle preparavano il rogo e le fiaccole da agitare e la bara: ma il corpo non c’era, e al posto del corpo trovarono un fiore giallo cinto da petali bianchi.
Traduzione dal latino di Nino Scivoletto UTET (2013)
Il nome della pianta del narciso, della famiglia delle Amaryllidaceae, fa riferimento all’odore penetrante ed inebriante dei fiori di alcune specie. In effetti il compiacimento acritico per il passato intontisce e non a caso la parola narciso deriva dal greco ναρκάω “stordisco”.

Nonostante il crescente aumento dell’età media registrato negli ultimi decenni specie in Italia, probabilmente il narcisismo è la tentazione più grande per chi a ottant’anni, dopo una vita intensa e in discreta salute, ritiene di aver compiuto la propria missione umana, si sente appagato e si pone in… attesa.
Per il suo senso di precarietà, la condizione ricorda quella, molto drammatica, espressa da un grande poeta del secolo scorso.

Questo è ciò che non vogliamo, né per le circostanze né come condizione esistenziale, perché ancora portatori di qualche speranza di futuro.
Ci soccorre il mito di Proteo.
Nel IV libro dell’Odissea (VIII-VI secolo a.C.) Menelao racconta il periodo in cui voleva tornare alle “care paterne soglie”, ma ne era impedito dagli dei. Ricorda la figlia di Proteo, la ninfa Idotea, che gli insegnò l’astuzia per tener saldo e interrogare il multiforme dio marino, capace di tramutarsi in mille modi per non rivelare il futuro che ben conosceva.
Ecco le usanze del vegliardo, e l’arti: / Pria noverar le foche a cinque a cinque, / Visitandole tutte; indi nel mezzo
515 Corcarsi anch’ei, quasi pastor tra il gregge. / Vistogli appena nelle ciglia il sonno, / Ricordatevi allor sol della forza, / E lui, che molto si dibatte, e tenta / Guizzarvi delle
man, fermo tenete.
520 Ei d’ogni belva, che la terra pasce, / Vestirà le sembianze, e in acqua, e in foco / Si cangerà di portentoso ardore; / E voi gli fate delle braccia nodi / Sempre più indissolubili e tenaci.
525 Ma quando interrogarti al fin l’udrai, / Tal mostrandosi a te, quale sdrajossi, / Tu cessa, o prode, dalla forza, e il vecchio / Sciogli, e sappi da lui, chi è tra i Numi, / Che ti contende la natia contrada.
530 Disse, e nelle fiottanti onde s’immerse.
Traduzione dal greco di Ippolito Pindemonte (1822)
Lo sforzo di intravedere il futuro e di impegnarsi a realizzarlo, gradualmente e insieme, è indispensabile pena il precipitare dal Proteo del mito a quello anfibio, endemico nelle acque sotterranee dell’altipiano carsico, che costituisce una specie molto conosciuta per i suoi adattamenti alla vita in ambienti privi di luce. Infatti è cieco, però ha sviluppato altri organi di senso, in particolare quelli per l’olfatto e l’udito.

Oggi agli ottantenni occorrono volontà, pazienza e cultura: nel loro interesse e in quello delle società in cui vivono. Bisogna mantenersi in attività, naturalmente senza illusioni, apprezzando il tempo disponibile come anni d’argento e pensandolo nella prospettiva liricamente adombrata da un acuto poeta italiano del secolo scorso.

Questo convintamente auspichiamo.



