Avviandoci alla conclusione delle considerazioni riguardo al problema – trattato nel libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna – dell’atteggiamento assunto dal Vaticano in occasione della razzia del 16 ottobre 1943 (e, più in generale, nei confronti delle leggi razziali, delle persecuzioni antiebraiche e della Shoah), ci sarebbe quindi da formulare un giudizio sui cd. “silenzi” di Pio XI. Ribadendo, ancora una volta, che non ha senso celebrare alcun “processo” retroattivo nei confronti del Pontefice, che la questione della sua santità è una faccenda esclusivamente ecclesiastica, di cui chi è esterno alla Chiesa non dovrebbe avere interesse a occuparsi, che nessun uomo è perfetto, e tutti possono avere delle colpe, anche i papi, esporrò, con molta umiltà, il mio piccolo parere al riguardo nella prossima puntata.
Prima, però, mi sembra opportuno fare una considerazione preliminare.
La discussione riguardo alla domanda se papa Pacelli sia stato filoebraico, antiebraico, indifferente o tentennante va inquadrata storicamente, dal momento che la Chiesa, come ogni istituzione umana, è calata nella storia. Oggi neanche il più reazionario e retrivo dei sacerdoti approverebbe la schiavitù o la conversione coatta – attraverso conquiste, sfruttamento e violenze – dei popoli oggetto, nei secoli passati, di colonizzazione, deportazione, sottomissione ed evangelizzazione forzata. Eppure, com’è noto, la Chiesa del passato ha sempre giustificato queste partiche, quando non le ha attivamente promosse.
Giudicare e condannare il clero di ieri col “senno di poi” è un’operazione senza senso. Certo, una riflessione sui cambiamenti della storia potrebbe indurre la Chiesa a una maggiore prudenza nel pronunciarsi su questioni secolari, usando le verità di fede come una sorta di viatico di ‘santità’ e ‘verità’ delle proprie posizioni, sapendo che esse saranno, ineluttabilmente, smentite e superate dal passaggio del tempo. Il fatto che Gesù sia figlio di Dio può benissimo essere un dogma eterno e immutabile, ma l’idea, per esempio, che Roma non debba essere la capitale d’Italia, o che su Gerusalemme debba essere esercitata questa o quella sovranità, no. Ma questo è un altro discorso.
Ora, è un dato di fatto incontrovertibile che l’atteggiamento della Chiesa nei confronti dell’ebraismo e del popolo ebraico abbia conosciuto non già dei meri aggiustamenti e delle semplici correzioni, ma dei radicali capovolgimenti, sia pure falsamente presentati all’insegna di processi di continuità o evoluzione.
A partire dal Concilio Vaticano II, com’è noto, sono stati intrapresi, da parte ecclesiastica, diversi passi che hanno segnato – sia pure in modo discontinuo e intermittente – una notevole inversione di tendenza nel bimillenario atteggiamento di ostilità nei confronti della fede mosaica e del popolo ebraico, costantemente fatti oggetto di innumerevoli atti e giudizi discriminatori, tutti all’insegna dell’idea dell’esaurimento della funzione soteriologica dell’ebraismo, ormai sostituito, sul piano della salvezza, dal nuovo popolo di Dio e dalla Chiesa cattolica universale, considerati Verus Israel. Ricordiamo, dopo, la dichiarazione Conciliare Nostra Aetate, del 1965, la pubblicazione, nel 1975, da parte della Commissione pontificia per i rapporti con l’ebraismo, degli Orientamenti e suggerimenti per l’applicazione della Dichiarazione “Nostra Aetate”, seguiti poi, nel 1983, dai Sussidi per una corretta presentazione degli ebrei e dell’ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa cattolica e, nel 1985, dalle Note per una corretta presentazione degli ebrei e dell’ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa Cattolica. E ancora, la visita nel Tempio Maggiore di Roma di Giovanni Paolo II, nel 1986 (seguita da quella dei suoi due successori, Benedetto XVI e Francesco), la proclamazione, nel 1990, del 17 gennaio come “Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo religioso ebraico-cristiano” e altro ancora. Un cammino, certo, non sempre facile, né irreversibile, e che ha visto anche diversi momenti di inciampo e di arretramento. Ai giorni nostri viviamo proprio in uno di questi momenti difficili, o negativi, ma certo nessun significativo esponente della Chiesa direbbe più apertamente che gli ebrei si devono convertire, che sono intrinsecamente malvagi o che hanno ucciso Gesù (anche se, nei confronti di ‘alcuni’ ebrei, si sentono certo delle cose poco carine).
Ma questo cammino, appunto, è iniziato dopo la morte di Pacelli. La storia precedente della Chiesa è ben diversa, ed è segnata da nomi quali quelli di Tertulliano, Giovanni Crisostomo, Agostino, Ambrogio, Paolo IV, Pio IX e tanti altri. Tutti Padri della Chiesa, santi o papi, che nessuno si sognerebbe mai di “declassare”.
Se si affianca la figura di Pio XII a quella dei pontefici a lui successivi, è naturale che l’idea che egli sia stato ostile, o freddo, nei confronti dell’ebraismo, sembrerebbe una contraddizione, una stonatura, che chiederebbe quindi di essere spiegata, negata o rimossa. Ma se la si accosta ai papi e ai santi del passato non ci sarebbe proprio nessun motivo di stupore.
Niente è fuori dal tempo, e il tempo non è sempre uguale.
In quale fase del tempo, della storia della Chiesa si vuole inserire il pontificato di Pio XII? In quella preconciliare o postconciliare? Credo che una domanda del genere non sia oziosa, ai fini di un giudizio storicamente fondato.
Al di là, come abbiamo detto, della questione della santificazione di papa Pacelli, come si possono giudicare la sua posizione e il suo impegno di fronte a questi fenomeni? Fu un atteggiamento di forte condanna, di massimo sforzo possibile per impedirli? Di riprovazione alquanto blanda o svogliata, e di modesto dispiego di energie nel contrastarli? Di sostanziale indifferenza? Di malcelato compiacimento? O, addirittura, di complicità o di favore?
Il problema è sintetizzato, da sempre, nell’espressione “i silenzi di Pio XII”. Il papa non avrebbe fatto sentire la sua voce contro le efferatezze naziste, non le avrebbe mai condannate. In questo caso, si può anche passare dal condizionale all’indicativo. Non l’ha fatto. Ciò non significa, naturalmente, che le violenze gli siano risultate indifferenti, né, tanto meno, che le abbia approvate, con una forma di “silenzio-assenso”. Ma la condanna, obiettivamente, non c’è stata.
Ci si dovrebbe porre la domanda, questo punto, se egli, come capo della chiesa cattolica, avrebbe avuto l’obbligo religioso o morale di far pesare la sua autorità contro quello che stava succedendo. Se si giudicano i fatti del passato con la coscienza di oggi, la risposta dovrebbe essere senz’altro positiva, ma, se ci si cala – più correttamente – nello spirito di quei tempi, la cosa cambia. La Chiesa non ha mai condannato il fascismo e – almeno fino alla fine della guerra – neanche il nazismo. È un semplice dato di fatto. Perché avrebbe dovuto condannare soltanto quegli specifici fatti – quali le politiche e pratiche antisemite – messi in atto dai due regimi?
Il silenzio, in quegli anni bui, c’è stato. Può essere interpretato in vari modi, ma c’è stato, non può essere negato. E non dovrebbe neanche suscitare alcuno stupore, se si ricorda – come abbiamo fatto nelle scorse puntata – l’atteggiamento nei confronti degli ebrei da parte della Chiesa dei secoli precedenti (che, anzi, non praticava certamente, su questi fatti, alcun “silenzio”). Così come non si può negare che molti conventi cattolici abbiano offerto protezione a dato salvezza a molti ebrei, un gesto nobile e generoso che, ovviamente, merita la più alta gratitudine.
Il discorso potrebbe anche chiudersi qui. Ognuno interpreti quel silenzio come meglio crede.
Vorrei solo, però, obiettare qualcosa a quella che è la più ricorrente difesa dell’atteggiamento di Pacelli avanzata dagli ambienti vaticani. Il papa avrebbe taciuto per non aggravare ulteriormente la situazione, sfidando apertamente il potere nazista. Avrebbe fatto tutto il possibile per difendere gli ebrei, ma sarebbe stato indotto, per prudenza, ad agire dietro le quinte.
Tale spiegazione è quanto meno lacunosa. Hitler si suicidò il 30 aprile del 1945, il capo delle forze tedesche di Berlino, generale Weidling, consegnò la città al russo Vasilij Čukov il 2 maggio, mentre due giorni dopo, il 4 maggio, si arresero le altre armate tedesche. Pio XII morì il 9 settembre del 1958, quindi esattamente tredici anni, sei mesi e cinque giorni dopo la fine del nazismo. Per tutto questo lunghissimo periodo, com’è noto, il vescovo di Roma ha tuonato pressoché ogni giorno contro il comunismo, scomunicando chiunque sposasse, in qualsiasi modo, l’empia ideologia (anche i semplici elettori), senza che il grande potere dell’Unione Sovietica e anche del Partito Comunista Italiano lo frenasse o intimidisse minimamente. Nessun silenzio su quel fronte, anzi, la più martellante e rumorosa delle campagne. Ebbene, quante condanne delle leggi razziali, del nazifascismo, della Shoah e del 16 ottobre sono state pronunciate in quei tredici anni, sei mesi e cinque giorni? Quando, ripetiamo, il nazismo era finito, e non poteva più fare alcuna paura?
È questo, secondo me, il vero silenzio che va interpretato. O, meglio, i due silenzi vanno collegati, e interpretati congiuntamente.



