“Il popolo ebraico è l’unico superstite tra i popoli dell’antichità non malgrado la religione bensì grazie ad essa… Seguiamo un percorso inverso rispetto alla tendenza ad annacquare l’Ebraismo nell’universalismo, facendogli smarrire la propria identità, perché così si rischierebbe di farsi dettare l’agenda da chi avversa il popolo ebraico. La Torà ci insegna che una società in cui non si comunica sia destinata alla distruzione; tanto basta per tentare di esaminare le problematiche odierne a partire dalle loro radici, come momento propedeutico alla comunicazione”.
Sono queste le parole che aprono il fondamentale volume di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società postmoderna. E credo che valga la pena, prima di prendere in esame i singoli argomenti trattati nel libro, soffermarsi un attimo a considerare il significato di questo incipit.
La prima delle cose dette da Calò (“il popolo ebraico è l’unico superstite tra i popoli dell’antichità”) è una mera presa d’atto. Dove sono gli ittiti, i babilonesi, gli assiri, gli egizi? Nelle terre dove vivevano, millenni fa, quei popoli, vivono oggi genti che parlano altre lingue, professano altre religioni, sono, quasi sempre, giunte da lande lontane. Ci vorrebbe davvero un grande sforzo di immaginazione per vedere nell’impiegato egiziano che ci accoglie nel Museo archeologico del Cairo un diretto erede di coloro che costruirono le piramidi o imbalsamarono Tutankhamon. Quelli che abitano oggi a Roma si chiamano ancora romani, ma hanno forse qualcosa in comune con i sodali di Cicerone e Cesare? C’è un solo posto al mondo, uno solo, dove vivono persone che abitano la stessa terra di tremila anni fa, parlano la stessa lingua, professano (chi voglia farlo) la stessa religione?
Certo, c’è anche chi dice che lo stesso popolo ebraico sarebbe “un’invenzione” moderna (Shlomo Sand, The Inventing of the Jewish People), e potrebbe anche avere ragione: tutto può essere considerato un’invenzione, ma a patto che ‘tutto’ significhi davvero ‘tutto’. Se scegliamo, come suggerì il grande John Lennon, di ‘imagine’ che “there is no country, and no religion too”, possiamo essere d’accordo. Ma deve scomparire tutto, davvero tutto. Altrimenti no, le “eliminazioni selettive” sono un po’ sgradevoli.
Quanto alla seconda asserzione (“non malgrado la religione bensì grazie ad essa”), il discorso diventa più complesso. È sicuro che bisogna ringraziare proprio la religione di questa “lunga durata”? A parte il fatto che non è proprio certo che si tratti di qualcosa per cui si debbano esprimere dei ringraziamenti (i discendenti dei babilonesi e dei fenici non sono stati mandati nelle camere a gas), occorrerebbe intendersi sul significato che si intende dare alla parola ‘religione’. Deve essere ben chiaro che questa parola italiana contemporanea, così come i suoi equivalenti in tutte lingue europee, non ha alcun corrispondente nelle lingue antiche, perché il significato a cui il significante rinvia, semplicemente, non esisteva nell’antichità.
Oggi col termine ‘religione’ si rinvia a qualcosa di interiore e personale, a un atto psicologico di ‘credere’ o ‘non credere’. Nel mondo antico nessuno si poneva il problema se credere o non credere negli dèi, o nel Dio unico. Cicerone lo spiega chiaramente in apertura del suo De natura deorum. Se, nella lingua latina, esiste una parola atta a rendere il senso del moderno lemma ‘religione’, essa non è certo religio, ma, se mai, ritus. La ‘religione’ era un insieme di riti da rispettare, non contava nulla ciò in cui qualcuno “credeva” o “non credeva”, nessuno ha mai fatto a nessuno una domanda del genere.
Per quel che riguarda l’Ebraismo, è certo che la sua perpetuazione, per almeno diciotto secoli (dalla distruzione del Secondo Tempio fino alla cd. halskalah), sia stata affidata a una trasmissione di tipo religioso, o rituale. Ma è sicuro che ciò valga ancora al giorno d’oggi? La grande maggioranza degli ebrei sparsi nel mondo ha un legame con la religione e il rito molto superficiale, se non nullo.
Ma la questione principale sollevata da Calò è quella del rapporto tra universalismo, identità e comunicazione.
Il problema del rapporto tra identità ebraica e universalismo è eterno, e non ammette risposte semplici. Un’identità ebraica chiusa in se stessa tradisce in modo stridente l’essenza dell’Ebraismo, ma anche un Ebraismo coincidente con un generico e olistico universalismo perde la sua ragion d’essere. Nell’era messianica, o alla fine dei tempi, non ci saranno più ebrei, così come non ci sarà alcuna identità (come profetizzò Paolo di Tarso, nella lettera ai Galati: un testo escatologico che affonda chiaramente le sue radici nella cultura cd. ‘inter-testamentaria’ dell’apostolo), ma ciò potrà avvenire solo allora, non prima.
Difficile individuare un tragitto ‘intermedio’ tra difesa dell’identità e universalismo. Esiste però una strada che parte da entrambi. e a entrambi riconduce, e che, come spiega Calò, è indicata dalla stessa Torà: la comunicazione.
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Il libro di Calò, essendo stato scritto prima della tragedia del 7 ottobre, non poteva ovviamente farvi menzione. Tuttavia, le oscure, torbide radici della catastrofe sono tutte scritte in quelle pagine. E una chiave di interpretazione molto importante di quanto è accaduto e sta accadendo si può leggere nella illuminante citazione, fatta all’origine del testo, di un saggio di Whitehead, che non conoscevo, intitolato “Not ignorance, but ignorance of ignorance is the death of knowledge”. Il concetto è sviluppato da altri studiosi, quali David Dunning (che parla di “meta ignoranza”, consistente, appunto, nella voluta ignoranza della propria ignoranza), Leon Festinger (che ricorda come siamo naturalmente portati a rifiutare quelle informazioni che metterebbero in discussione il nostro comportamento e la cognizione che di esso abbiamo), Jean W. Wieland (che parla di una “willfull ignorance”, un’ignoranza consapevole, dovuta al fatto che “non vogliamo considerare se i nostri atti sono errati, perché avendoli posti in essere troppo a lungo, ciò danneggerebbe l’immagine che abbiamo di noi stessi”, cosicché diventa “nostro interesse rimanere ignoranti”).
Credo che queste varie osservazioni, tutte molto vere e penetranti, aiutino a capire la percezione della strage di Sukkòt da parte dei vari analisti. I quali si possono dividere in tre categorie.
Chiamiamo la prima quella degli odiatori: “abbiamo colpito di nuovo gli ebrei, stavolta in modo eclatante, evviva”. Hanno il pregio della chiarezza e della sincerità, c’è poco da commentare. Sono loro, sono così, li conosciamo da quasi 2.000 anni. E sono molti, anche se non rappresentano la maggioranza del pianeta, diciamo una cospicua minoranza.
Poi c’è quella degli odiati, e di chi solidarizza con loro: “hanno di nuovo colpito gli ebrei, stavolta in modo eclatante, maledetti”. Come si vede, la loro percezione somiglia molto a quella dei primi. Anche loro sono sinceri, ma sono pochi, proprio pochini.
Poi c’è la terza categoria, di gran lunga la più numerosa, che possiamo chiamare quella degli “analisti ciechi”. Possono riservare le loro simpatie più a questa o a quella delle arti coinvolte, ma non ha poi tanta importanza. Analizzano la situazione, e offrono le loro analisi, che spesso sono molto articolate, dettagliate, documentate: “hanno scelto questo particolare momento perché… alla Russia conviene che… alla base ci sono gli interessi di… Israele non ha considerato che… ci sono sullo sfondo le prossime elezioni americane… probabilmente la Turchia… forse l’Arabia Sauidita…” ecc. ecc. Ammiro questi analisti, davvero, spesso dicono cose acute, interessanti, su cui riflettere. Lo dico senza ironia. Ma c’è un ma. Tutti, di destra o di sinistra, bravi o scadenti, sono concordemente legati da una tassativa convenzione “ad tacendum“. Mai, ripeto mai, per nessun motivo al mondo, devono dire (e neanche accennare, come remotissima possibilità) che gli autori della strage siano stati mossi, banalmente, dall’odio antisemita, lo stesso della Chiesa delle bolle e dei ghetti, della cacciata dalla Spagna e da tanti altri Paesi, dei pogrom della Russia zarista, della Germania di Hitler.
Sono tutti davanti al Vesuvio, in una bellissima giornata di sole, e nessuno lo vede. E ignorano la loro cecità. “Ignorance of ignorance”, o “blindness of blindness”.



