La questione Ebraica 1 – Memoria e oblio

Francesco Lucrezi
Francesco Lucrezi
Ordinario di Diritto romano e di Diritti dell'Antico Oriente Mediterraneo presso l'Università degli Studi di Salerno, il suo ambito di studio riguarda principalmente l'ebraismo e, in particolare, il diritto ebraico, al quale ha dedicato diverse opere e di cui è considerato uno dei massimi esperti italiani.

Non si può certo dire che sull’ebraismo (nelle sue molteplici espressioni, componenti, dimensioni: culturale, nazionale, religiosa, identitaria e altro) ci sia scarsità di documentazione e interpretazione. Alle varie tematiche ebraiche sono dedicati infatti innumerevoli libri, saggi, articoli, documentari, e, negli ultimi tempi, anche film, fumetti, graphic novel, serie televisive, di varia qualità, dall’ottimo al pessimo. Né è dato registrare, di fronte a tale abbondanza di materiale, un calo di attenzione o di richiesta. Anzi, al contrario, l’interesse sembra, col trascorrere degli anni, ulteriormente crescere e rafforzarsi, seguendo un trend in continua ascesa.

La legge fondamentale dell’oblio, secondo cui ogni argomento, col passare del tempo, tende a perdere la sua forza di richiamo, per fare posto a nuove tematiche, sembra conoscere, con l’ebraismo, una singolare eccezione. Emblematico, da questo punto di vista, il caso della Shoah. Subito dopo la sua perpetrazione, migliaia di sopravvissuti, testimoni oculari della tremenda realtà, erano in grado di raccontare personalmente ciò che avevano visto e vissuto, sarebbe stato del tutto normale che, per lunghi anni, in tutto il mondo quella narrazione avesse preso il primo posto su tutte le altre: nelle case, nelle sedi politiche, nei circoli culturali, nelle scuole, nelle Università, nelle chiese, nelle sinagoghe, nei tribunali… Si trattava dell’evento sicuramente più sconvolgente, incredibile, assurdo dell’intera storia. Niente, al pari di esso, poteva apparire in grado di fornire delle nuove chiavi di lettura sulla natura umana. Eppure, com’è noto, per circa trent’anni questo “buco nero” è stato sigillato, quasi del tutto, in un altro “buco nero” di rimozione e dimenticanza. I ‘sommersi’ e i ‘salvati’ non ne hanno parlato, o, quando hanno provato a farlo, non sono stati ascoltati.

Questa rimozione, certo, rappresenta, di per sé, un fenomeno inquietante e sorprendente, che merita di essere analizzato e compreso (ove mai sia possibile comprenderlo). Ma occorre, al contempo, anche interrogarsi sul perché quel martirio, che è stato così facilmente affidato all’oblio (anzi, più propriamente, alla “non registrazione”: non si può dimenticare ciò che non si è mai ricordato), a un certo momento sia emerso dal silenzio, e abbia rapidamente scalato la “classifica” dell’umana attenzione, raggiungendo le posizioni, di assoluto rilievo (anche se ancora inadeguate) che occupa al giorno d’oggi. In genere viene prima il ricordo, poi la dimenticanza, stavolta sembra essere accaduto il contrario. Come mai?

Il “popolo martire”, così, è diventato molto ‘famoso’. Ma è sicuro che ciò sia un bene? Non può darsi che l’enfatizzazione del martirio abbia in realtà oscurato la ‘vera’ realtà dell’ebraismo? In fin dei conti, la Shoah non rientra certo nella storia di ciò che quel popolo ha ‘fatto’, ma di ciò che esso ha subito. Ha, certamente, un’importanza essenziale nella sua definizione identitaria, ma ce l’ha soprattutto “in negativo”, come oscuro riflesso dell’atteggiamento malato che verso di esso hanno le altre genti. Se la “luce delle nazioni” è stata coperta di nero catrame, ciò è stata una scelta degli ‘altri’, non degli ebrei.

Altra ‘fama’ di dubbia utilità è l’evidente sovraesposizione mediatica dei conflitti mediorientali, che vedono Israele coinvolto come protagonista, a volte, ancora, nel ruolo di vittima, ma altre volte anche come soggetto attivo. Trattandosi di uno scenario militare circoscritto in un’aerea geografica ristretta e alquanto periferica rispetto alle grandi potenze o alle nazioni di maggiore importanza e ricchezza, è evidente che l’informazione su tali problematiche, secondo un metodo comparativo (ove mai sia possibile usarlo per tali questioni), appare esuberante. Tale informazione, purtroppo, com’è noto, è sovente distorta e manipolata, ma, al di là di questo, ci sarebbe da chiedersi come mai le “guerre degli ebrei” suscitino tanta curiosità. Ed è un bene, ancora, che il popolo ebraico, alla sua dubbia fama di “popolo martire”, aggiunga e affianchi quella, altrettanto discutibile, di “popolo guerriero”?

Insomma, sembra che l’ebraismo, caso unico al mondo, rappresenti un argomento per il quale le stesse dimensioni (al di là della qualità) dell’informazione, e gli stessi criteri di selezione dei suoi aspetti oggetto di indagine rappresenti, di per sé un ‘problema’. L’ebraismo emerge, di per sé, non solo e tanto come un fenomeno, ma soprattutto come un ‘problema’. Una ‘questione’, la “questione ebraica”.

A cercare di spiegare come e perché ciò accada, e cosa sia questa tormentata ‘questione’, arriva oggi un libro (un altro libro! ma, stavolta, ne fare certamente la pena) che segna davvero una pietra miliare sul terreno, uno spartiacque sul piano non solo della scienza, ma, direi, anche della giustizia e della morale: La questione ebraica nella società postmoderna. Un itinerario fra storia e microstoria, di Emanuele Calò (Napoli, ESI, 2023, con prefazione di Ruth Dureghello).

“Quando esaminiamo un fenomeno – scrive Dureghello, Presidente della Comunità Ebraica di Roma, nella sua prefazione al volume -, esso è già divenuto Storia e, per quanto paradossale, l’esame dell’attualità finisce per essere tutt’uno con le discipline storiche. Ignorando la Storia, finiremo per ignorare al contempo gli elementi di novità cui dobbiamo far fronte”.

Queste parole, si può dire, riguardano qualsiasi accadimento, qualsiasi realtà, appartengano essi alle vicende umane o a quelle naturali. Se, a volte, non ci poniamo il problema della dimensione storica di un fenomeno, è solo in quanto essa non ci interessa, in quel dato momento, ma non certo perché non esiste, o non abbia un’importanza. Siamo abituati al fatto che il sole sorge all’alba e cala al tramonto, e ci sembra che sia sempre stato così, ma anche questo accadimento ha la sua storia, è nato, in tempi remoti, e, in un lontano futuro, scomparirà. È un dato di fatto che non ci interessa soltanto perché, nel breve arco della nostra vita, non percepiamo alcun mutamento dovuto alla storia della stella, non certo perché tale storia non abbia rilevanza. Né stiamo sempre a pensare, per esempio, alla nostra personale storia di esseri umani. Se ogni momento ricordassimo cosa siamo stati da ragazzi e da bambini, chi sono stati e cosa hanno fatto i nostri genitori, nonni e antenati, questo “eccesso di storia” ci schiaccerebbe sotto il suo peso, e non faremmo niente. È evidente che noi siamo il diretto frutto di quel passato, senza il quale non esisteremmo, ma per agire, per operare, siamo obbligati, almeno in una qualche misura, a dimenticarlo. L’azione ha bisogno della memoria, ma anche – forse soprattutto – dell’oblio.

Il concetto espresso dalla Dureghello è formulato, con parole quasi identiche, ne Il giardino dei Finzi Contini, nel passo in cui Micol spiega al suo innamorato – non ricambiato – le ragioni della sua distanza: “nello stesso momento in cui viviamo un’esperienza del presente, essa è già storia”. Il loro rapporto (di amore, secondo lui, di semplice amicizia, secondo lei) apparteneva già al passato, e quindi non poteva vivere, crescere. Come recita una famosa canzone, “la nostra storia, appena cominciata, è già finita”.

Ci si dovrebbe chiedere, però, in che misura tale concetto, che vale per qualsiasi fenomeno umano, per ogni persona come per ogni comunità, abbia una sua specifica valenza per il popolo ebraico, e per i singoli individui che lo compongono. Si può forse pensare che gli ebrei abbiano un maggiore bagaglio di storia, e siano quindi tenuti a un “surplus” di memoria, di ricordo? È chiaro che nessun uomo può avere “più storia” dietro di sé, siamo tutti figli di Adamo, dietro ognuno di noi c’è la stessa infinita schiera di toledòt, generazioni (la parola che, in ebraico, significa, appunto, “storia”). Ma che la comprensione dell’ebraismo (o, per usare l’espressione di Calò, della “questione ebraica”) imponga una dimensione decisamente accentuata di memoria è innegabile. Non solo il semplice istinto di sopravvivenza impone agli ebrei – sempre e dovunque – di ricordare cosa, in altri luoghi e altri tempi, è accaduto agli altri ebrei, ma la “lunga durata” (per usare la nota espressione di Braudel) di alcuni specifici atteggiamenti nei loro confronti da parte del “resto del mondo” obbliga a soppesare con attenzione ogni parola, ogni sguardo, benevolo o malevolo, che sia a loro rivolto, per confrontarli con le parole e gli sguardi del passato. Zakarta, “ricorda”. Si tratta di un dovere, di una necessità che possono essere avvertiti tanto come una forza quanto una condanna.

“L’uomo – scrisse Nietszche – dice ‘io ricordo’, e invidia la bestia, che dimentica”. E, sulla base di questa invidia, molto spesso gli uomini, com’è noto, tendono a dimenticare. Ma un ebreo che dimentica cessa, fatalmente, di essere tale. E proprio questo “divieto di oblio” rappresenta un primo, essenziale elemento di distanza tra Israele e le altre nazioni, che non lo capiscono, o guardano ad esso con sospetto, chiedendo agli ebrei di dimenticare, o, peggio ancora, di perdonare. Senza capire che la rimozione della storia rappresenterebbe non solo una mera questione di ignoranza, ma una completa cancellazione di identità, una negazione della propria ragion d’essere.

(continua)

Francesco Lucrezi
Francesco Lucrezi
Ordinario di Diritto romano e di Diritti dell'Antico Oriente Mediterraneo presso l'Università degli Studi di Salerno, il suo ambito di studio riguarda principalmente l'ebraismo e, in particolare, il diritto ebraico, al quale ha dedicato diverse opere e di cui è considerato uno dei massimi esperti italiani.
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