La questione Ebraica 10 – Il processo che non c’è

Francesco Lucrezi
Francesco Lucrezi
Ordinario di Diritto romano e di Diritti dell'Antico Oriente Mediterraneo presso l'Università degli Studi di Salerno, il suo ambito di studio riguarda principalmente l'ebraismo e, in particolare, il diritto ebraico, al quale ha dedicato diverse opere e di cui è considerato uno dei massimi esperti italiani.

Dopo avere trattato delle vicende del Ghetto di Roma, della breccia di Porta Pia e del Concordato, Emanuele Calò, nel suo libro La questione ebraica nella società postmoderna, affronta la questione, particolarmente dolorosa e spinosa, della terribile razzia degli ebrei romani del 16 ottobre 1943 e dell’atteggiamento tenuto al proposito dal Vaticano. Un problema, com’è noto, fonte di una polemica senza fine, scaturente dall’accusa, reiteratamente sollevata a carico di papa Pacelli, da parte di diversi ambienti, e non solo di parte ebraica, di non avere agito – almeno, non in modo adeguato – per impedire – o, almeno, cercare di farlo – la deportazione e il seguente eccidio.

I numeri di quello che è stato definito “il sabato nero” sono ben noti (al di là di alcune piccole discrepanze riguardo a coloro che furono catturati e poi liberati: non però relativamente alle vittime): furono imprigionati 1259 ebrei, dei quali, dopo che alcuni furono rilasciati, 1023 furono poi deportati ad Auschwitz, dove tutti – ad eccezione di sole sedici persone, quindici uomini e una donna – trovarono la morte. (Numeri spaventosi, e tuttavia, mi sia concesso di notare, inferiori a quelli di un altro “sabato nero”, che sarebbe venuto, di nuovo ad ottobre, esattamente ottant’anni meno nove giorni dopo, in circostanze certo diverse, ma non del tutto).

È ben noto che il problema del giudizio sull’operato del pontefice – e quelli che sono stati definiti i suoi “silenzi” – va ben al di là di una mera valutazione di ordine storiografico – rimessa, in quanto tale, al libero giudizio degli storici e dell’opinione pubblica -, dal momento che incide su due questioni che dovrebbero essere indipendenti, ma che appaiono invece direttamente connesse: da una parte, il processo in corso di canonizzazione di Pio XII; dall’altra, il cd. dialogo ebraico-cristiano, sul quale questo discordante giudizio, così come il corso e l’esito di questo giudizio, evidentemente, pesano.

Calò, al riguardo, riporta e commenta dei documenti di grande interesse, alcuni dei quali resi disponibili dopo l’apertura degli Archivi della Santa Sede disposta, per il marzo 2020, da papa Francesco. Significativa, per esempio, una nota inviata dalla Segreteria di Stato del Vaticano all’Ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, Ernst von Weizsäcker, con la quale si protestava contro la falsa diceria, fatta circolare dai militari tedeschi, secondo cui il pontefice sarebbe stato favorevole alla deportazione.

Il Segretario di stato Maglione avrebbe anche convocato l’Ambasciatore per chiedergli di risparmiare la vita di persone innocenti. L’Ambasciatore avrebbe chiesto delucidazioni su quale sarebbe stata la reazione della Santa Sede nel caso le operazioni fossero state portate a compimento, e la risposta sarebbe stata che il Vaticano avrebbe preferito non essere costretto a esprimere pubblicamente il proprio disappunto. A una domanda dell’Ambasciatore riguardo alla possibilità di lasciare il colloquio riservato, la risposta sarebbe stata evasiva: “Mi rimetto… al suo giudizio. Se crede più opportuno di non far menzione di questa nostra conversazione, così sia”.

D’altronde, anche da parte di alti prelati romani evidentemente simpatizzanti del nazismo (come il Rettore del Collegio teutonico di Santa Maria dell’Anima, Alois Haudal), sarebbero partite sollecitazioni a interrompere gli arresti degli ebrei romani, non per motivi di giustizia, etici o umanitari, ma per evitare un pubblico pronunciamento di condanna del papa, che sarebbe stato usato come arma da parte della propaganda antitedesca. Inoltre, negli stessi ambienti militari sarebbe serpeggiato del malumore per l’arresto degli ebrei, e sarebbe stato notato, al riguardo, un “assenteismo dell’autorità ecclesiastica”.

Indubbiamente, i documenti offerti da Calò sono di grande interesse, e potranno essere utilizzati dai numerosi studiosi e ricercatori che investigano su tali drammatiche vicende. Ed è un merito dell’autore che va riconosciuto quello di riferire le notizie – talvolta discordanti o controverse – in modo distaccato e obiettivo, senza ergersi ad accusatore o a difensore del pontefice e dei suoi collaboratori. Non partecipa a nessun “processo” a carico di Pio XII. E fa bene, perché questo processo non c’è. Ci possono essere solo dei giudizi.

Per quel che poco che vale la mia opinione, ho già avuto modo, in diverse occasioni, di esternarla, e non vorrei ripetermi. Mi limiterò perciò a puntualizzare quelle che, a mio avviso, sono due considerazioni preliminari, sulla base delle quali potrebbe o dovrebbe essere costruito, per chi desideri farlo, un giudizio sull’operato della Santa Sede in quelle tragiche ore:

  • il significato teologico e religioso del processo di canonizzazione di Pio XII;
  • il senso della ricerca della presunta “verità storica” sul comportamento del pontefice.

Tale problema, com’è noto, che va ben al di là del mero giudizio storico, in quanto investe il complesso e delicato processo del cd. dialogo ebraico-cristiano, che, a partire dal Concilio Vaticano II (ma già avviato, pionieristicamente, in alcuni ristretti ambienti, subito dopo la fine della guerra), è stato promosso, da esponenti delle due confessioni, per cercare di colmare l’enorme divario – emotivo e psicologico, più che teologico – creato da lunghi secoli di pregiudizio, ostilità e persecuzioni. Un processo che, indubbiamente, ha segnato dei passi positivi, ma ha incontrato e incontra anche notevoli resistenze, e che sta subendo, ai giorni nostri, indubbiamente, un notevole arretramento (di cui la guerra in Medio Oriente non è certo la causa, ma il pretesto, o, magari, la cartina di tornasole).

È importante chiarire che non è tanto l’operato del papa, ossia ciò che ha fatto (e soprattutto non ha fatto), a pesare sulle relazioni ebraico-cristiane, perché a interessare dovrebbe essere soprattutto il presente e il futuro, senza fossilizzarsi sul passato. L’atteggiamento della Chiesa nei confronti degli ebrei è stato quello che è stato, se il presupposto del dialogo fosse la finzione che tra le due fedi ci siano sempre stati rispetto e amicizia è evidente che non ci sarebbe proprio niente di cui parlare. Né, come ho già detto, sarebbe fruttuoso intendere il dialogo come un continuo atto di contrizione da parte della Chiesa.

Quello che incide è il giudizio che oggi si dà dell’azione del Vaticano in quei tempi oscuri. Ed è evidente che, da parte ebraica e da parte cristiana, questo giudizio, per quanti equilibrismi e tatticismi si vogliano usare, non potrà (e io direi anche “non dovrà”) mai coincidere. Anni fa pare che lo Yad Va-Shem, il Museo della Shoah di Gerusalemme, su sollecitazione di ambienti ecclesiastici, avrebbe modificato alcune didascalie dedicate a Pio XI, smussando talune critiche rivolte al Pontefice. Mi permetto di ritenere che, se così è stato, è stato un errore. La storia può essere, ovviamente, oggetto di valutazioni diverse, ma mai di ‘trattative’ o ‘scambi’ di tipo tattico o diplomatico. E nessuno è proprietario della memoria dei martiri, neanche lo Yad Va-Shem.

Ma a pesare, com’è noto, è il processo di canonizzazione di Pacelli, il cui esito positivo, elevando all’onore degli altari un papa ritenuto, a torto o a ragione, discutibile per il suo atteggiamento di fronte allo sterminio, rappresenterebbe un segnale fortemente negativo sul piano dell’amicizia (ma io preferisco usare la parola “rispetto”) tra ebrei e cristiani. Difficile essere amico di chi mostra di tanto apprezzare chi avrebbe avuto pesanti responsabilità nei confronti del tuo popolo.

Da parte del mondo cattolico, oltre a difendere il papa dalle accuse, ritenute infondate, e a rimarcare invece i suoi meriti (quale quello di avere avallato la protezione accordata a molti ebrei in conventi e istituti cattolici), si è anche puntualizzato che il riconoscimento delle “virtù eroiche” che conduce alla santificazione non implica una totale approvazione dell’intera esistenza del soggetto santificato: neanche un santo può essere sempre perfetto.

Il processo, quindi, oggetto di particolare attenzione, è in “stand by”, e non se ne conosce l’esito. Una ‘promozione’ sarebbe imbarazzante e l’ipotesi ‘bocciatura’, ovviamente, non esiste. Meglio aspettare. Per quanto?

Devo dure, al riguardo, che la vicenda mi interessa piuttosto poco. Non sappiamo quando il processo di chiuderà, ma l’esito è già scritto: Pio XII (che è già venerabile) sarà santo.

Sarà, questo, un ennesimo inciampo o arretramento sulla via del dialogo?

Io – pur essendo molto scettico sui progressi di questo percorso di riavvicinamento – non lo credo, in quanto la santificazione di Pio XII si inserisce all’interno di un generale processo di “santificazione” di sé stessa che la Chiesa porta avanti con evidenza negli ultimi decenni, e che vuole che tutti i moderni successori di san Pietro abbiano rapidamente il loro posto sugli altari.

I meccanismi che presiedono alla beatificazione o santificazione, com’è noto, sono complessi e rispondono a mutevoli dinamiche teologiche e politiche. Nei secoli passati solo alcuni dei pontefici raggiungevano tale obiettivo, e sempre molto tempo dopo la morte. Ma, nei tempi recenti, si assiste a un’evidente estensione e accelerazione, che dà l’idea che sia lo stesso soglio pontificio, indipendentemente da chi lo abbia occupato, a essere proclamato santo, nei tempi più brevi possibili: tutti i successori del venerabile Pio XII sono già santi (Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II) o beati (Giovanni Paolo I, penalizzato dalla brevissima durata del suo regno), e l’ultimo pontefice scomparso (Benedetto XVI) lo diventerà certamente presto. Arrestare il processo di canonizzazione di Pacelli allo stato di semplice venerabile equivarrebbe a un giudizio di riprovazione, e non potrà avvenire.

Questa santificazione, perciò, non ha un significato antiebraico, e deve restare un affare interno alla Chiesa, di cui gli ebrei farebbero bene a non prendersi cura. Le difficoltà, sul piano del dialogo, sono altre, e sono molto pesanti.

Quanto al giudizio sull’operato di Pio XII – fuori da qualsiasi logica ‘processuale’ e, tanto più, teologica o spirituale – farò qualche breve considerazione nella prossima puntata.

Francesco Lucrezi
Francesco Lucrezi
Ordinario di Diritto romano e di Diritti dell'Antico Oriente Mediterraneo presso l'Università degli Studi di Salerno, il suo ambito di studio riguarda principalmente l'ebraismo e, in particolare, il diritto ebraico, al quale ha dedicato diverse opere e di cui è considerato uno dei massimi esperti italiani.
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