Nel suo libro “La questione ebraica nella società post-moderna”, Emanuele Calò affronta, in pagine di grande profondità, il problema della cd. “emancipazione” degli ebrei nell’era moderna.
Si tratta di un argomento di cruciale importanza, perché tale fenomeno è di grandissimo rilevo sia per l’evoluzione della specifica storia del popolo ebraico, sia per quella più generale del mondo moderno. Fino a quando gli ebrei vivevano una vita prevalentemente separata dalle maggioranze cristiane e islamiche, non solo professando un’altra religione, ma anche limitando i contatti sul piano personale e lavorativo (niente matrimoni misti, niente professioni in comune, niente amicizie e frequentazioni personali, spesso abiti diversi, luoghi di residenza diverse, a volte anche lingue diverse), non si può dire che ciò che accadeva all’interno delle comunità ebraiche esercitasse un’influenza significativa all’esterno. I gojim traevano, certamente, elementi identitari dall’esistenza degli ebrei (in quanto si gratificavano della consapevolezza di essere da loro diversi, di non avere ucciso Gesù, di avere sempre, quando le cose andavano male, qualcuno con cui prendersela a buon mercato ecc.), ma non erano influenzati dalla loro vita e cultura. Si facevano curare da medici ebrei, si facevano prestare soldi da finanzieri ebrei, ma non attingevano da loro scienza, arte, pensiero. Le maggioranze e la minoranza erano prevalentemente impermeabili, separate.
A partire dal Settecento e, soprattutto, dall’Ottocento, le cose cambiano. Questo cambiamento non investe tutto il mondo, ma quasi esclusivamente l’Occidente cristiano, in Europa e in America, perché nella Russia asiatica e nel mondo islamico (in Nordafrica, Anatolia, Medio Oriente) esso è molto marginale, a volte inconsistente.
Il mutamento, com’è noto, viene generalmente indicato con due parole: “emancipazione” e “assimilazione”. Non solo esse non sono sinonimi, ma sono spesso sbrigativamente usate per indicare processi molto diversi.
Col primo termine si dovrebbe fare riferimento alla rimozione degli ostacoli sociali e giuridici che si frapponevano allo sviluppo e alla crescita delle comunità ebraiche, condannate a restare relegate in una situazione di sudditanza e inferiorità. Col secondo si suole indicare l’assunzione, da parte delle comunità ebraiche, di costumi appartenenti precedentemente alle maggioranze cristiane, e che ora vengono condivisi, in modo tale che le differenze esteriori vengono meno, o diminuiscono sensibilmente. Se l’emancipazione è un fenomeno che riguarda solo una parte (chi è inferiore cerca di raggiungere chi è superiore), l’assimilazione è necessariamente un fenomeno bilaterale: se gli ebrei diventano simili ai cristiani, accade specularmente anche il contrario, e la differenza tra le due comunità non si percepisce più, o si percepisce di meno.
Occorre innanzitutto chiarire che i due fenomeni non portano automaticamente a una fine dell’identità ebraica. Un ebreo emancipato o assimilato può benissimo conservare la propria ebraicità, o può anche, addirittura, attraverso tali processi, ritenere di implementarla e promuoverla. Ma, certamente, essi aprono nuove strade, lente e graduali, di possibile fuoriuscita dall’ebraismo, che prima non esistevano. Un ebreo del Medio Evo o del Rinascimento poteva abiurare, convertirsi e “cambiare campo”, ma ciò doveva necessariamente avvenire con un taglio netto e brusco. Era praticamente impossibile restare “in mezzo al guado”, guardato con sospetto o disprezzo da entrambe le parti. Con la cd. haskalah, l’illuminismo ebraico, le cose cambiano. Per molti ebrei l’identità ebraica sarà avvertita come un elemento essenzialmente interiore, mentre la vita pubblica e sociale andrà ad avvicinarsi a quella dei gentili, a volte diventando da essa indistinguibile. Spesso i figli di questi ebrei assimilati sentiranno il loro senso di appartenenza in modo più blando, i figli dei figli ancora di più, finché l’ebraicità sarà solo un lontano ricordo, un mero dato biografico. Nasce quindi la possibilità di uno scolorimento graduale, di una lenta metamorfosi plurigenerazionale, che prima non c’era.
Ma un altro effetto molto importante di questo cambiamento è l’assorbimento, da parte dei gentili, in varie forme, spesso in modo inconsapevole, dell’ebraicità. “Non esagerava affatto Stfean Zweig – nota Calò – quando scriveva che i nove decimi di ciò che il mondo celebra come cultura viennese del diciannovesimo secolo sono stati promossi, nutriti e creati da ebrei”.
La “questione ebraica”, così, diventa qualcosa di molto più grande, “la questione della modernità” (prima di diventare quella della ‘postmodernità’).
Ma – ci si può chiedere – quale ebraismo assorbono i gentili?
Le energie intellettuali del “popolo del libro”, per secoli compresse principalmente nell’ambito dello studio e dell’interpretazione dei testi sacri, e i cui prodotti erano stati quasi sempre destinati a un pubblico pressoché esclusivamente israelita, si sarebbero ora riversate all’esterno, non solo rivolgendosi a tutti, ma anche fecondando, con straordinaria forza, pressoché tutti i campi della scienza e dell’arte. Non stiamo a fare il lungo elenco di tutti i “grandi ebrei” mitteleuropei tra la fine dell’Ottocento e gli anni ’30 del secolo scorso (quando, com’è noto, qualcosa avrebbe bruscamente interrotto questa storia), sia perché non ce n’è bisogno e sia per non dare alimento alle malevoli dicerie secondo cui alcuni pretenderebbero che gli ebrei siano più talentosi dei comuni mortali, e che perciò siano naturalmente portati (se non legittimati) a considerarsi superiori agli altri, e a usare tale superiorità a proprio vantaggio e ad altrui nocumento.
Quel che ci interessa evidenziare è come, in questo fervido e febbrile clima culturale, nascano non solo delle scienze nuove, ma anche delle nuove visioni dell’ebraismo, che prima non esistevano. Il fatto che queste scienze e queste visioni siano state create da ebrei le ha fatte spesso qualificare come ‘ebraiche’, ma ciò è decisamente errato: se l’autore di un romanzo o di un quadro è ebreo, ciò non fa ‘ebraico’ il romanzo o il quadro, così come il sesso del loro autore non li fa ‘maschio’ o ‘femmina’.
Tra le nuove scienze (non ebraiche, appunto, ma create, indubbiamente, da ebrei) di primaria importanza c’è, ovviamente, la psicanalisi, che avrebbe trasformato in modo irreversibile, com’è noto, la cultura occidentale, sul piano clinico, filosofico, artistico (in tutti i campi dell’arte, nessuno escluso).
Sull’ebraicità del fondatore della psicanalisi, Sigmund Freud, com’è noto, si è detto e scritto a non finire. È appena il caso di ricordare che il pensiero di quelli che sono probabilmente stati i tre intellettuali ebrei più famosi dell’età moderna (Marx, Freud e Einstein) è stato ed è ancora sistematicamente utilizzato in chiave antisemita, sia attribuendo a tutti gli ebrei del mondo la presunta pericolosità delle loro teorie (secondo il rodato meccanismo della colpevolizzazione eterna e collettiva), sia deformando le loro idee (criticabilissime, ovviamente) in chiave oscura e malvagia: Marx avrebbe voluto distruggere ogni legge e morale, Freud avrebbe inquinato e pervertito i sani istinti naturali, Einstein avrebbe demolito la razionalità, facendo credere che ogni verità sia relativa e opinabile.
Calò si sofferma sul famoso saggio di Freud del 1939, Mosè e il monoteismo, nel quale lo scienziato sostenne che Mosè sarebbe stato egiziano, e che il monoteismo da lui predicato sarebbe stato quello del Faraone Amenofi IV. Le difficoltà di linguaggio del profeta non deriverebbero dalla balbuzie, ma dal fatto che egli era di madrelingua egizia, e proprio per la sua nazionalità sarebbe stato ucciso dagli ebrei, che avrebbero visto in lui un nemico. Negando l’ebraicità di Mosè (un egiziano ucciso dagli ebrei, profeta di un dio egiziano), nota Calò, Freud rivendicava un “ebraismo non ebraico”, e ciò proprio nel momento in cui “le forze barbariche del nazismo lo sradicano dalla sua superba Vienna”. E Stefen Zweig, citato da Calò, osserva amaramente che il padre della psicanalisi avrebbe cercato di “togliere Mosè agli ebri nel preciso momento in cui il nazismo toglieva loro tutto, ad iniziare dalla vita stessa”.
Queste teorie dello scienziato, ovviamente, non hanno alcun fondamento, né egli si premurò di appoggiarle su qualche prova o argomentazione. Come in tanti altri casi, anche queste sue tesi venivano proposte in modo del tutto apodittico. I geni, spesso, non sentono il bisogno di dimostrare quello che dicono. Nonostante l’indubbia genialità del loro ideatore, queste fantasie possono quindi tranquillamente essere archiviate nell’immenso calderone dei miliardi di sciocchezze che sono state dette, nei secoli, sugli ebrei, da schiere di persone tanto intelligenti o intelligentissime (come in questo caso) quanto stupide o stupidissime.
Notiamo solo che, alla loro base, c’è un meccanismo ricorrente nella visione freudiana della realtà, ossia l’idea che, alla base di ogni problema della psiche umana, ci debba essere una ‘colpa’ oscura, un ‘trauma’ arcano e rimosso. In questo caso, la perenne instabilità e inquietudine del popolo ebraico deriverebbe dalla rimozione della consapevolezza che l’identità ebraica non sarebbe che il frutto di un errore, uno “scambio di persona”, un beffardo scherzo della storia.



