Nel suo libro La questione ebraica nella società postmoderna, Emanuele Calò non poteva non trattare, ovviamente, del cd. caso Dreyfuss, una vicenda particolarmente rivelatrice del rapporto torbido e malato della società europea – e non solo – nei confronti degli ebrei e dell’ebraismo.
I fatti – riproposti all’attenzione del grande pubblico, di recente, da un fortunato film di Roman Polansky – sono stati ampiamente studiati e analizzati nei libri di storia (ne parla più volte anche Proust nella sua Recherche), e appaiono ancora oggi – anzi, soprattutto oggi – di straordinaria attualità. Eppure, è evidente che il loro principale insegnamento continua a essere rimosso. E non può non esserlo, dal momento che la vicenda svela in modo estremamente chiaro la natura della cd. “questione ebraica”. Cogliere il senso dell’accaduto implicherebbe una presa di coscienza di una vera e propria malattia psicologica di cui la società dei gentili era ed è ancora afflitta, e della quale, con tutta evidenza, non si ha nessuna voglia di acquisire consapevolezza.
I fatti – dei quali Calò offre una puntuale ricostruzione, offrendo anche degli elementi poco conosciuti – sono ben noti, e ne richiamiamo soltanto i punti essenziali.
Nel 1894 un ufficiale francese ebreo, Alfred Dreyfuss, fu ingiustamente accusato di spionaggio a favore della Germania, e condannato a una dura prigionia nell’Isola del Diavolo. Dopo un lungo e tribolato iter giudiziario, l’ufficiale fu però graziato, nel 1899, e poi, nel 1906, fu definitivamente prosciolto da ogni accusa (e fu anche scoperto il vero responsabile dell’informativa sulle forze armate francesi che era stata fatta pervenire ai tedeschi). Ma il caso Dreyfuss non è ricordato tanto come un eclatante errore giudiziario (al quale, fortunatamente, sia pure dopo lunghe sofferenze, si riuscì a porre tardivamente rimedio), quanto per la vera e propria esplosione di antisemitismo che fu da esso sprigionata. In tutta la Francia si levò un grido corale di “morte agli ebrei”, e l’accusa di tradimento di una singola persona divenne immediatamente e automaticamente un’accusa verso un intero popolo, e anche verso coloro che osassero prenderne le difese.
Tra i pochi coraggiosi che ebbero il coraggio di schierarsi contro questo mare di odio e questo generale obnubilamento della verità e della ragione, com’è noto, ci fu Èmile Zola, “campione della causa dreyfusarde”, che pubblicò il famoso manifesto J’accuse (spesso rivocato, quasi sempre a vanvera, da chiunque voglia denunciare una presunta ingiusta condanna di un innocente), il quale (già cacciato dal giornale Le Figaro ed escluso dall’Accademia di Francia per la sua difesa degli ebrei), finì in miseria per le numerose cause di diffamazione rivoltegli per il suo pamphlet, e, probabilmente, fu addirittura assassinato per questo suo impegno. La difesa di Dreyfuss appariva intollerabile agli occhi della quasi totalità della società europea, in tutte le sue componenti sociali e culturali, dagli ambienti clericali e reazionari a quelli illuminati e progressisti: l’Avanti!, organo del Partito Socialista Italiano, si scagliò contro la “bancocrazia giudaica” che avrebbe cercato di far evadere il “capitano traditore”, “salvo poi diventare innocentista quando si rese palese l’infondatezza delle accuse”.
Naturalmente, l’assoluzione di Dreyfuss non suscitò nessuna vergogna, nessun imbarazzo, nessuna richiesta di scuse in tutti coloro che avevano usato la vicenda per scatenare la campagna di odio antiebraico. Anche se, per un po’, le grida di “morte agli ebrei” non si sarebbero più sentite, non sarebbero mai state dimenticate, la loro eco avrebbe continuato a risuonare a lungo, e nessun fievole bisbiglio “viva gli ebrei” sarebbe mai stato sussurrato da nessuno. Ed è particolarmente interessante, nella ricostruzione di Calò, vedere come la vicenda sia stata minimizzata anche da parte di chi non avrebbe avuto ragione di farlo. Ne Le origini del totalitarismo, per esempio, Hannh Arendt asserì che il caso Dreyfuss sarebbe stato non una tragedia, ma una semplice commedia: asserzioni – nota l’autore – che “gettano una minor luce su Dreyfuss che sulla stessa Arendt, portata da sempre a trascurare la vittima, se non addirittura ad incolparla”.
Ma su questa vicenda restano ancora diverse cose da dire.
Il caso Dreyfuss assume un’importanza storica particolare perché, com’è noto, da esso scaturisce la presa di coscienza di Theodor Herzl, che fu testimone diretto del processo nella sua qualità di corrispondente della Neue Freie Presse.
A impressionare il giornalista ungherese – ebreo assimilato e non religioso, né particolarmente legato alla sua ascendenza ebraica – furono essenzialmente tre cose: l’incredibile virulenza dell’ondata d’odio contro gli ebrei sollevatasi in Francia e in buona parte di Europa contro gli ebrei, di cui innumerevoli individui invocavano, indiscriminatamente, la morte; il fatto che questa esplosione fosse avvenuta senza nessun preavviso, e non in una terra segnata da ignoranza e superstizione (come, per esempio, la Russia zarista, nella quale la plebaglia incolta tradizionalmente sfogava la sua secolare frustrazione nelle invettive e nei pogrom – che Herzl ben conosceva – contro quel piccolo e fragile popolo disperso), ma in un Paese altamente civile e avanzato, considerato da tutti modello di libertà, cultura e tolleranza; la straordinaria facilità con cui, attraverso il consolidato meccanismo della colpevolizzazione collettiva – l’eventuale colpa di un singolo individuo veniva automaticamente estesa a tutti gli appartenenti a un intero popolo, anche quando tra loro assolutamente diversi per idee, lingua, costumi, nazionalità, osservanza religiosa (tanto da poter perfino indurre e dubitare che si trattasse davvero di un unico popolo).
“La folla urla a morte gli ebrei – scrive Calò – e Herzl si interroga sulla mancanza di un nesso eziologico fra colpevolezza di un singolo e odio verso tutti gli ebrei. Questa irrazionalità gli fa capire come il male oscuro dell’antisemitismo non possa essere mai debellato, in quanto forza priva di una causa cui l’intelligenza possa far fronte e sconfiggere”. Mentre alcuni – come Zola – si impegnavano a dimostrare l’innocenza di Dreyfuss, Herzl comprese lucidamente che anche tale dimostrazione sarebbe state del tutto inutile, dal momento che il caso Dreyfuss non era che un pretesto, di cui le folle avevano bisogno per dare sfogo al “male oscuro”. Tutti gli ebrei, di ogni luogo e di ogni tempo, dovevano essere collettivamente incolpati del tradimento di Dreyfuss, esattamente come per secoli erano stati collettivamente accusati della morte di Gesù.
Gli ebrei, come minoranza ospitata nelle società dei gentili, sarebbero per sempre stati esposti a questo meccanismo (“non ci lasceranno mai in pace”, scrisse Herzl), per cui l’unica soluzione era far sì che gli ebrei potessero vivere non più come minoranza fragile e indifesa, ma, liberi e uguali, in una società tutta loro, finalmente come maggioranza: in una loro nazione, anzi, in un loro stato: Der Judenstaat, non, come spesso erroneamente si legge, “lo stato ebraico”, ma “lo stato degli ebrei”.
Il resto è storia nota.
Sul sionismo politico avremo modo di tornare in seguito, ma facciamo intanto due osservazioni, riguardo a quelli sono due ricorrenti, gravi errori nell’analisi dell’antisemitismo.
Il primo errore consiste nell’interpretazione (che si legge costantemente nei libri di storia) secondo cui l’affare Dreyfuss avrebbe generato una “improvvisa” eruzione di odio antigiudaico, in un ambiente che non dimostrava consistenti segni della presenza di tale fenomeno. La natura improvvisa e non preannunciata di tale accadimento è generalmente considerata qualcosa di strano, di difficile spiegazione.
In realtà, questo stupore non ha ragione di essere, perché ciò è tipico dell’antisemitismo, che può perpetuarsi anche per lunghi anni in modo nascosto, incistato, asintomatico, per manifestarsi improvvisamente, e con estrema virulenza, grazia anche a minimi pretesti, che non ne sono assolutamente la causa, ma, appunto, solo l’occasione scatenante. Casi simili a quello Dreyfuss sono accaduti innumerevoli nell’Europa cristiana del Medio Evo e dell’età moderna, così come nel mondo islamico, quando masse inferocite si sono improvvisamente svegliate da un lungo ‘letargo’ per scatenarsi contro gli ebrei, dei quali sembravano essersi quasi del tutto dimenticate. Un esempio molto evidente si era avuto pochi anni prima del processo, nel 1883, quando la morte di Richard Wagner, noto per il suo morboso antisemitismo, indusse moltitudini di esagitati estimatori del musicista a dare la caccia a quegli ebrei che, con la loro sola esistenza, avevano turbato la vita del loro beniamino (amato per la sua musica, o per il suo antigiudaismo? Fate voi).
In tutti questi casi, l’antisemitismo non è certo nato da nulla, ma è solo emerso alla luce, come una nauseabonda acqua nera, dal fiume carsico in cui scorreva.
Oppure, usando un’altra efficace metafora (creata da Sergio Della Pergola) è stato smosso, come una putrida melma depositata in fondo al mare, da una improvvisa tempesta marina, andando a intorbidare le limpide acque del mare. Per poi, passata la tempesta, tornare a posarsi, in attesa della prossima corrente.
Del secondo errore parleremo la prossima puntata.



