Nel suo grande libro su La questione ebraica nella società contemporanea, a proposito dell’atteggiamento generalmente ostile manifestato dalla sinistra – italiana e mondiale – nei confronti dello Stato d’Israele, a partire dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967, Emanuele Calò cita un episodio molto significativo, che i più anziani certamente ricorderanno bene.
Nel giugno 1976 un aereo della Air France, in rotta da Tel Aviv a Parigi, fu dirottato da quattro terroristi (tre tedeschi e un palestinese) del cd. FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina), che costrinsero i piloti ad atterrare ad Entebbe, in Uganda. Una volta a terra, i terroristi, in purissimo stile nazista, ordinarono di separare i passeggeri ebrei dagli altri, annunciando che avrebbero ucciso, uno dopo l’altro, tutti gli ebrei (106, di cui 94 israeliani), se non fossero stati scarcerati dei terroristi prigionieri in Israele e in altri Paesi. Il dittatore dell’Uganda, Idi Amin Dada, fece circondare l’aeroporto dalle sue forze dell’ordine, e, felice della ribalta internazionale, si atteggiò a mediatore, in realtà appoggiando in modo totale le richieste dei terroristi.
L’esito dell’operazione fu incredibile. I dettagli sono ancora in parte segreti, ma quel che si sa è questo.
Gli israeliani conoscevano bene la conformazione dell’aeroporto di Entebbe, perché un loro ingegnere aveva collaborato alla sua costruzione. Con un’azione fulminea, prima ancora di avere riunito il Gabinetto di crisi – che diede l’approvazione quando l’aereo era già a metà strada -, fecero partire un grande Boeing che, volando a bassa quota, sotto la linea radar, sorvolò i cieli africani e atterrò all’aeroporto di Entebbe, in una zona isolata, facendo immediatamente scendere una jeep con dei sodati israeliani camuffati in divise della polizia ugandese, e truccati in modo da apparire con la pelle scura. Dietro di loro, nascosti nel buio, seguivano diversi altri militari. I finti soldati si avvicinarono a passo veloce e marziale, preceduti, a quanto si racconta, da uno alto e grosso come il dittatore, con la divisa piena di stellette e medaglie. I veri soldati ugandesi, convinti di essere di fronte al Presidente e alla sua scorta, scattarono sull’attenti, e immediatamente i soldati dell’IDF aprirono il fuoco, eliminandoli, mentre da un megafono un altro militare ordinava a tutti gli ostaggi, in ebraico e in francese, di gettarsi immediatamente a terra. Al che i soldati fecero subito irruzione nella sala d’attesa dove erano a rinchiusi i prigionieri, e, individuati i terroristi, che non avevano capito ancora cosa stesse accadendo, li freddarono.
Comandante dell’operazione era Jonathan Netanyahu, fratello del futuro primo Primo Ministro, che fu l’unico a perdere la vita, tra l’altro in un modo accidentale, essendosi avventatamente sporto da un pilone di cemento, per osservare la situazione, e venendo così colpito da un proiettile vagante. Morì anche una anziana passeggera, per la quale il figlio aveva ottenuto che fosse ricoverata in ospedale per le sue condizioni di salute. Il figlio chiese ai soldati di non ripartire senza la madre, ma la richiesta, ovviamente, non poté essere accolta. L’aereo, imbarcati tutti gli ostaggi, ripartì immediatamente. Dallo sbarco alla ripartenza trascorsero meno di dieci minuti. Idi Amin Dada, inferocito per lo smacco subito, giurò sanguinosa vendetta contro Israele, ma, non potendo colpire lo stato ebraico, non trovò di meglio che sopprimere la sventurata prigioniera rimasta nelle sue mani, facendone poi buttare il corpo in pasto ai coccodrilli.
Un’operazione straordinaria, celebrata in diversi libri e in un drammatico film, interpretato, tra gli altri, da Richard Dreyfuss, che ha contribuito molto a creare una sorta di leggenda sulla eccezionale abilità militare e la presunta invincibilità di Israele (idea che certamente ha esercitato una forte e utile capacità di deterrenza, ma che, come si è visto di recente, ha fatto anche parecchi danni, alimentando, in alcuni settori dell’opinione pubblica israeliana, un pericoloso senso di onnipotenza).
Ma quel che ci interessa è l’atteggiamento del mondo esterno di fronte allo sventato massacro di vittime innocenti. Alcuni approvarono e ammirarono l’audacia di Israele, altri criticarono l’operazione. Tra questi, in prima fila, e particolarmente duro, l’Unità, organo ufficiale del Partito Comunista Italiano, che ebbe il coraggio di definire l’operazione “un cinico atto di aggressione cui nessuna norma del consorzio dei popoli offre giustificazione”. Via libera a i carnefici, dunque.
Oggi, per fortuna, il Partito Comunista Italiano non esiste più, ma l’Unità c’è ancora. Non dico “purtroppo”, non dimentico che si tratta di un quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Dico solo che quel commento vergognoso rappresenta una cartina di tornasole non solo della storia del rapporto tra la sinistra e gli ebrei (non Israele: gli ebrei), ma. più in generale, della storia del rapporto tra la sinistra e l’idea di giustizia. Senza pretendere abiure e “autodafé”, se ne può parlare, o è meglio fare finta di niente, trattandosi di “acqua passata”?
L’autore affronta poi una questione molto delicata e controversa, alla quale non si presta generalmente attenzione, ossia quella della definizione di un soggetto come “ebreo” o “di origine ebraica”. Le due espressioni, ovviamente, non sono sinonimiche, è evidente che la prima ha un valore molto più assertivo e perentorio sul piano identitario, mentre la seconda ha un senso evidentemente relativo, ipotetico, lascia uno spazio bianco in cui definire un’identità che resta, al momento, sospesa, incerta. Se uno è “di origine ebraica”, è evidente che poi, nel corso della sua vita, può avere preso altre strade, può essersi allontanato dalle sue origini. Anzi, implicitamente, si lascia intendere che un qualche allontanamento deve esserci stato, così come si capirebbe sentendo, di una certa persona, che “in origine, era eterosessuale”. Evidentemente, anche se non viene detto, col tempo, le cose devono essere cambiate. È questo che si capisce.
“Quando gli ebrei sono morti – scrive Calò -, sono ebrei e basta. Quando si tratta di ebrei di una certa importanza, preferibilmente vivi, ma anche morti, diventano d’origine ebraica”. Così, per esempio, “se si eseguono, per dire, dei brani di West Side Story, Leonard Bernstein diventa d’origine ebraica”. Anche Philip Roth “sarebbe ‘d’origine ebraica’, ma, sviluppando il ragionamento”, si dovrebbe “ammettere che anche i suoi genitori ed i suoi nonni e bisnonni lo fossero, fino a risalire ad Abramo. Non è male, anzi, definire un soggetto come ‘di origine ebraica’, perché così si evita di dire che è ebreo e, più precisamente: a) si lasci galleggiare a mezz’aria se sia ebreo e soprattutto b) non lo so offende attribuendogli la condizione di ebreo”.
“A sua volta – continua lo studioso -, chi scrive ‘di origine ebraica’ ammette che essere ebrei non sia una bella condizione e che, onde essere pietosi, la si ammanta di qualche lieve pecca genealogica, dissolta dal tempo. Questo, ad essere buoni, perché, ad esserlo di meno, salterebbe agli occhi che attribuire ai personaggi famosi è anche un modo di negarne l’ebraismo”.
Questa disquisizione potrebbe sembrare alquanto cavillosa, ma credo invece che abbia una notevole importanza, dal momento che tocca direttamente il problema essenziale della definizione dell’identità di una persona. Un problema che è doppio, perché bisogno distinguere l’identità in cui un soggetto si riconosce da quella che gli altri gli attribuiscono. Non è affatto detto, ovviamente, che le due cose coincidano. O meglio ci sono alcuni dati identitari che hanno un valore oggettivo, e che, piaccia o non piaccia, non possono essere contestati. Chi è nato e cresciuto a Firenze è fiorentino: potrà autodefinirsi tale “natione, non moribus“, ma non potrà comunque modificare tale realtà. E lo stesso può dirsi per la collocazione cronologica di un soggetto, la data di nascita non si può modificare, così, tranne che in pochi casi particolari, il sesso. Ma l’identità umana ha anche – anzi, prevalentemente – un valore soggettivo, mutevole, essendo legata alle scelte personali, che sono rimesse al libero arbitrio del soggetto (intrecciato, ovviamente, con le circostanze esterne con cui egli si trova a confrontarsi). Innamorarsi, costruire delle amicizie, creare una famiglia, separarsi, sposare delle idee politiche, seguire una fede religiosa o una certa ideologia, allontanarsene, cercare strade nuove. Sono scelte soggettive, di cui, piacciano o non piacciano, occorre solo prendere atto.
Ma allora, che vuol dire essere (o essere etichettato) “di origine ebraica”? La domanda si collega, ovviamente, alla domanda preliminare di cosa voglia dire “essere ebreo”. È un dato oggettivo o soggettivo? Una condizione o una scelta?
È facile rispondere che può essere entrambe le cose. Essere ebreo indica l’appartenenza a un popolo, il popolo ebraico, e professare una data religione, quella mosaica. Come per ogni religione, anche la fede ebraica può essere scelta, conservata, tramandata alle generazioni successive, così come abbandonata. Giuridicamente, chi è nato da madre ebrea è considerato ebreo, anche se non si senta più tale e abbandoni ogni tipo di osservanza rituale, a meno che non scelga di convertirsi a un’altra religione. In quel momento, cessa di essere ebreo e può comunque essere definito “di origine ebraica”. Si può anche usare questa espressione per indicare una persona che, pur nato da madre ebrea, e pur senza essersi mai convertito ad altra fede, dimostri comunque una sostanziale indifferenza verso l’ebraismo. La cosa strana è che, come dice Calò, queste persone “di origine ebraica”, una volta morte, vengono generalmente “promosse” (o “degradate”) a “ebrei tout court”. E va anche sottolineato il dato di fatto che non si dice mai di qualcuno, per esempio, “di origini cristiane”. Senza dimenticare, poi, il fatto essenziale che le ideologie razziste del Novecento non diedero mai nessun rilievo alle scelte individuali. Le leggi razziali tedesche e italiane chiarirono in modo puntuale e preciso chi fosse ebreo e chi no.
Ma questa questione, seguendo l’analisi di Calò, merita di essere ancora approfondita.
Lo faremo nelle prossime puntate.



