Nell’ultima puntata della nostra ricognizione sul grande libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna abbiamo commentato le osservazioni dell’autore riguardo all’ambigua e obliqua espressione “di origine ebraica”, con la quale si suole spesso fare riferimento alle ascendenze familiari, etniche o religiose di qualcuno di cui non si vuole comunque affermare in modo netto e chiaro l’identità ebraica.
Il carattere sfuggente e relativo di tale indicazione può essere interpretato in diversi modi. A volte esso può volere fare intendere un certo allontanamento di un soggetto dalle sue radici, oppure può indicare un giudizio sospeso sulle sue idee religiose o culturali, o sul suo senso di appartenenza. Ciò può essere comprensibile e spiegabile, e non è necessariamente un segno di malevolenza, dal momento che l’identità ebraica può essere intesa, di volta in volta, tanto come un “essere” quanto come un “fare” o un “credere”, una realtà più o meno soggettiva o oggettiva.
Chi è nato ebreo, anche da una famiglia pienamente osservante, è ovviamente libero di distaccarsi dalle sue radici, e di scegliere altre strade. Gli antisemiti, nelle varie epoche, hanno adottato diverse interpretazioni: per molti secoli, quando imperava il potere ecclesiastico, prevaleva un’interpretazione di tipo “soggettivo”, in quanto l’ebreo poteva “salvarsi” dalla sua condizione (salvo continuare a essere guardato con sospetto o disprezzo) abbracciando la fede cristiana o islamica; a partire dall’Ottocento, è prevalsa un’interpretazione meramente “oggettiva”, legata all’idea dell’appartenenza a una “razza” inferiore e maledetta, ed è quella che è stata tradotta nelle leggi razziali di Germania e Italia.
Al giorno d’oggi sembra prevalere invece una singolare valutazione “mista”, di tipo tanto “oggettivo” quanto “soggettivo”: gli ebrei sono tutti insieme responsabili di qualcosa (soprattutto, in questi anni, di quanto accade in Medio Oriente), a meno che non diano attiva e concreta dimostrazione di dissociarsi in modo radicale dagli altri ebrei “oggettivamente” cattivi (oggi, gli israeliani). Ma questa dissociazione deve essere violenta, totale, assoluta. Se a un uomo qualunque è permesso dire “di Israele e della Palestina non mi importa nulla”, e nessuno lo condannerà per questo, a un ebreo (o un soggetto “di origine ebraica”) ciò non sarà mai concesso. Il suo silenzio sarà inteso automaticamente come un’autocondanna.
Ed ecco nascere, in questo contesto, la ricercatissima categoria degli ebrei “antisionisti”, impegnati in una costante, ossessiva, martellante criminalizzazione non solo di questo o quel governo israeliano, ma dello stato in sé, automaticamente oggetto di un rifiuto di tipo antropologico. Intendiamoci, la libertà è un bene sacrosanto, la parola “tradimento” non appartiene al mio vocabolario (se non, per chi abbia prestato un solenne e volontario giuramento di fedeltà, come i militari, i ministri, i magistrati, e soltanto finché restino nell’esercizio delle loro funzioni), e non mi sono mai piaciute le “liste di proscrizione” stilate in libri su “ebrei contro Israele”. Ma è un dato di fatto che questi “ebrei dissidenti” o “alternativi” non sono solo amatissimi dagli antisemiti, ma sono anche ricercatissimi sul mercato dei mass media, in modo decisamente sproporzionato rispetto al loro numero e anche, mi permetto di dire, e senza volere generalizzare, ai loro meriti. Non è il caso di fare nomi, non ce n’è bisogno.
Osserva Calò che “chi scrive di origine ebraica ammette che essere ebrei non sia una bella condizione e che, onde essere pietosi, la si ammanta di qualche lieve pecca genealogica, dissolta dal tempo. Questo, ad essere buoni, perché, ad esserlo di meno, salterebbe all’occhio che attribuire ai personaggi famosi un’origine ebraica è anche un modo di negarne l’ebraismo”.
Calò cita, al riguardo, un interessante saggio di Sara Natale, dall’eloquente titolo La parolaccia ebreo: dalle accezioni antisemite al politicamente corretto, nel quale vengono esposte le ragioni della frequente omissione di quella che potrebbe essere spesso intesa, appunto, come “una parolaccia”. Esse, secondo la Natale (a sua volta, attenta studiosa del pensiero di Calò), sarebbero quattro.
- L’insulto, per via dell’uso che se ne è fatto;
- Il marchio, dovuto a un fenomeno di ‘segnalazione’ degli ebrei che trova nell’imposizione coatta del signum e della stella di David le forme più note;
- L’etichetta, per il timore di apporre una denominazione che potrebbe riuscire sgradita al destinatario, di cui l’interessato potrebbe rivendicare il rifiuto, per esempio in polemica con le autorità rabbiniche;
- La confusione, poiché nel corso dei secoli gli ebrei hanno costituito un bersaglio proteiforme (popolo deicida, razza inferiore, lobby finanziaria, ‘cancro’ sionista ecc.
Le prime tre cause sarebbero “riconducibili a una tabuizzazione politicamente corretta per varie ragioni sconsigliabile”. Una “tabuizzazione” che avrebbe indotto gli ebrei europei, nell’età dell’emancipazione, a sostituire le ‘problematiche’ e ‘insidiose’ definizioni di ‘giudeo’ ed ‘ebreo’ con quella, ritenuta più “neutra” e meno “etichettante”, di “israelita”.
“La vittima stessa – commenta Calò – si era piegata alle esigenze dell’integrazione, che appariva luminosa, ma che è durata esattamente 68 anni, dalla breccia di Porta Pia del 1870 alle leggi razziali del 1938. Prendendone atto, l’ordinamento giuridico, come deciso dalle istituzioni ebraiche, fa ricorso alla parola ‘ebreo’, nelle sue diverse declinazioni”.
L’osservazione è degna di interesse, perché capita spesso, nella storia, che il nome che viene collegato a una categoria oggetto di discriminazione abbia una grande importanza nel processo discriminatorio, e che la stessa vittima cerchi, in modo più o meno consapevole, di sfuggire agli atti vessatori (o, almeno, di mitigarne gli effetti) cercando di riparo dietro denominazioni ritenute meno “infamanti”. Gli esempi potrebbero essere diversi: la parola “negro” è oggi usata quasi sempre in come un insulto, anche se alcune persone di origine africana vorrebbero sdoganarla, in nome della lotta all’ipocrisia; anche “nero” è percepito come un epiteto spregiativo, e anche “di colore” non va più bene (che significa? quale colore?). “Afroamericani”, poi, o “afroitaliani”, sono termini molto discutibili: se sono un americano, o un italiano, perché devo ricordare che i miei genitori, o nonni, o bisnonni, vengono dall’Africa? Allora anche per gli italiani “bianchi” si dovrebbe dire, per esempio, “latino-italiani”, o qualcosa del genere (ma ci sarà un solo italiano discendente “puro” degli antichi romani). Quanto agli omosessuali, poi, un celebre parlamentare europeo, forte di oltre mezzo milioni di voti (una piccola parte, però, di quelli che ha fatto perdere al partito che ha scelto di candidarlo nelle sue liste), ha ricordato che la parola “gay” non è italiana, e che i termini adatti a indicare la categoria sono ben altri, che vengono da lui puntualmente elencati. E che non sono percepiti proprio come dei complimenti.
Quanto a “La parola ebreo” (titolo di un noto libro di Rosetta Loy, che, in verità, non mi è molto piaciuto), essa ha, com’è noto, diversi termini considerati sinonimi, come “giudeo”, “israelita” o – con riferimento alla pratica religiosa – “mosaico”. Tali parole, com’è noto, non sono propriamente sinonimi, e hanno, ciascuna di esse, accezioni specifiche: viene prima “l’ebreo” (legato all’“attraversamento” di Abramo e al suo berìt col Signore), poi “l’israelita” (collegato alla lotta di Giacobbe e alla sua trasformazione) e, infine, “il giudeo” (segno dell’elezione del popolo a nazione sovrana, nella sua terra).
L’antisemitismo, ovviamente, si indirizza verso il popolo ebraico, e, nel dar ciò, deve individuare gli ebrei, e indicarli in un certo modo. L’uso dei termini adoperati per individuarli e additarli, in quest’operazione, non è certo indifferente, e cambia nei vari luoghi e nei vari tempi. Nei Paesi neolatini, per esempio, la parola “giudeo” ha sempre un’accezione fortemente spregiativa, che non ha il suo equivalente anglosassone “Jewish”. Il termine “Hebrew” viene adoperato, in inglese, più per indicare oggetti impersonali (storia, lingua, letteratura ecc.), diversamente dall’equivalente italiano, usato prevalentemente per indicare le persone (e la traduzione del libro di Herzl Der Judenstaat come “stato ebraico” non è corretta: l’espressione vuol dire “stato degli ebrei”). Quanto a “israelita”, il termine è generalmente adoperato in senso religioso, con riferimento al culto, e sembra perciò avere un’accezione più “nobile”.
Ma è possibile fuggire dall’antisemitismo fuggendo dalle parole?
Ovviamente no. Ma la questione emerita qualche approfondimento.
Ne parleremo nella prossima puntata.



