Abbiamo affrontato, nella scorsa puntata del nostro commento al libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna, il tema della totale, assoluta irrazionalità dell’antisemitismo.
Tutti i fenomeni storici che oggi ci paiono segni di brutalità e sopraffazione (guerre, schiavitù, sacrifici umani, torture, colonialismo ecc.) trovano sempre delle spiegazioni, siano esse sul piano dell’interesse, del potere, o a livello religioso, sacrale ecc. L’antisemitismo non ne troverà mai alcuna. Si potranno analizzare in modo minuzioso e dettagliato le varie modalità in cui gli ebrei, nei vari luoghi e nei vari tempi, sono stati discriminati, umiliati, perseguitati, uccisi, ma non si potrà mai capire perché ciò sia accaduto. Si potrà sapere, forse, perché i persecutori hanno ritenuto di agire in un certo modo, ma quello che loro pensavano e sentivano non era una motivazione, ma semplicemente un impulso autoreferenziale, del tutto irrazionale. Dire che gli ebrei sono stati perseguitati perché “hanno ucciso Gesù” non è certo una spiegazione. Gli uomini hanno pensato tante cose, è vero, ma, come scrisse Tacito – citato da Calò- , “fere libenter homines quod volunt credunt”. Tale verissima asserzione, certo, ha una portata generale, e non vale solo per gli ebrei. E tuttavia, tale massima assume, a proposito dell’antisemitismo, una valenza del tutto particolare, dal momento che solo nei confronti di tale fenomeno si assiste a quella che si può definire una totalità fluidità e mutevolezza delle motivazioni.
Abbiamo già detto che gli ebrei sono stati e sono odiati per motivi evidentemente alternativi, e quindi reciprocamente contraddittori (di destra, di sinistra, forti, deboli ecc.), ma ciò che particolarmente sorprende è l’assoluta disinvoltura con cui un consolidatissimo, magari plurisecolare pregiudizio venga immediatamente dismesso, senza creare un’ombra di perplessità o di imbarazzo. Ciò, certamente, capita solo per gli ebrei. Sarebbe immaginabile, per esempio, che, negli stati schiavisti americani, nel ‘700 o nell’’800, improvvisamente tutti i bianchi avessero capito che i neri sono esseri umani, identici a loro, così, come d’incanto, senza alcun momento di transizione?
Eppure, per gli ebrei succede esattamente questo.
Faccio solo tre esempi.
Per circa diciannove secoli la Chiesa ha sempre detto che tutti gli ebrei, di tutti i luoghi e tutti i tempi, erano collettivamente responsabili del deicidio. Nel 1965, due righe della dichiarazione conciliare Nostra Aetate hanno detto, quasi “en passant”, che non era vero. Un piccolo disguido, sorry. Niente di grave.
Dal 1938 al 1945 almeno il 99 % degli italiani ha aderito senza batter ciglio all’idea che gli ebrei appartenessero a una razza diversa e inferiore. Poi hanno capito, tutti insieme, che non era vero. Un piccolo disguido, sorry. Niente di grave.
Ancora. Nel 1975 la grande maggioranza dei Paesi membri delle Nazioni Unite hanno stabilito che il sionismo è una forma di razzismo. Solo 16 anni dopo, nel 1991, hanno cambiato idea, così, all’improvviso. Un piccolo disguido, sorry. Niente di grave.
Nessun imbarazzo, nessuna autocritica, neanche un’ombra di curiosità riguardo al fatto che, per tanto tempo, si sia pensata una cosa assurda. Impossibile trovare qualche analogia. Come se tutti i cristiani, da un giorno all’altro, capissero che Gesù non è mai esistito, se tutti gli storici stabilissero, tutti insieme, da un giorno all’altro, che Cesare non fu assassinato, ma si suicidò, o tutti i napoletani decretassero, da un giorno all’altro, senza nessun turbamento, che Maradona è stato una schiappa, o che la Juve è una grande squadra.
Solo la percezione degli ebrei funziona in un modo del tutto particolare, diverso da qualsiasi altra umana elaborazione mentale. Tutti sanno cosa sono, cosa non sono, cosa fanno, cosa non fanno. Ma queste cose sono scritte sulla sabbia, basta un refolo di vento, e tutto viene spazzato via, senza lasciare alcuna traccia. Chi ha pensato che gli ebrei sono bianchi, domani penserà che sono neri, e non si soffermerà neanche per un istante a riflettere su questo cambiamento di opinione, né ne dovrà mai dare conto a nessuno.
Calò si sofferma a illustrare a illustrare i vari modi deformati e mistificanti con cui è solitamente descritto il mondo ebraico.
Tali deformazioni, è da dire, non si applicano certo soltanto agli ebrei, un’informazione corretta ed equilibrata non è certo la norma, basti pensare a come, durante le guerre, vengono rappresentati i nemici, o a come i tifosi di calcio giudicano le squadre avversarie.
Difficile sentire dei complimenti o delle manifestazioni di amicizia o rispetto verso gli antagonisti. La cosa particolare degli ebrei, però, è che, a differenza degli eserciti o delle squadre di calcio, loro sono sempre dalla parte sbagliata, e nei confronti di tutti. Sempre, sul piano militare, i nemici dei nostri nemici diventano automaticamente nostri amici, anche se, fino al giorno prima, erano nemicissimi, e anche qualsiasi tifoso di calcio farà un tifo sfegatato per una squadra avversaria che ha sempre odiato, se quella squadra, battendone un’altra, dovesse fare avvicinare la propria a un certo traguardo. Insomma, è difficile, se non altro per mere ragioni di interesse, stare sempre antipatici a tutti, comunque e dovunque.
Con gli ebrei, invece, succede, molto spesso, proprio così.
Come ho già detto, spiegare perché ciò succeda, secondo me, è impossibile, perché ci troviamo su un piano decisamente irrazionale. Si può analizzare, però, il modo in cui tale avversione si esprime, con cui trova gli argomenti utili a giustificare la propria esistenza, perché, se qualcuno mi chiede perché ce l’ho con quello, uno straccio di risposta gliela devo pure dare. Solo la famosa risposta del Natale in casa Cupiello: “Nun me piace, ‘o presepe”, non richiede una motivazione, ma si tratta, appunto, di una geniale invenzione teatrale.
I trucchi per trovate gli argomenti sono tanti, tutti molto facili da usare, e rodati da millenni.
Calò ne descrive due, che chiama “decontestualizzazione” e “metodo a valanga”.
Il primo è fin troppo noto, e in questi giorni angoscianti ne abbiamo abbondantissime dimostrazioni. È abbastanza facile trovare la notizia o la foto di un ebreo in uniforme che usa un’arma da fuoco e provoca la morte di qualcuno. Ed è quanto mai facile soffermarsi sull’età della vittima, ricordare che aveva una madre, una famiglia… Ed è un gioco da ragazzi veicolare risentimento, condanna, odio verso colui che, premendo un grilletto, ha provocato questi lutti. Forse, magari, bisognerebbe soffermarsi un attimino a ricostruire perché ciò è accaduto, dove, quando, in che contesto. Ma a che serve? Perché dilungarsi in noiosi e futili particolari? Basta il puro nesso eziologico: c’è chi spara e c’è muore, chi la morte la dà e chi la riceve. Basta così, funziona benissimo. E, soprattutto, nessuno ha detto alcuna bugia. Yehuda Bauer, ricordato da Calò, scrisse che “Le verità parziali sono peggiori delle bugie vere e proprie”, proprio perché non potranno mai essere smentite, non potrà mai venire uno a dire “non è vero”. Quel qualcuno potrà cercare di contestualizzare, è vero, ma, quando avrà cominciato a parlare, gli interlocutori se ne saranno già andati.
C’è poi il “metodo a valanga”, che “consiste nel proporre una tale quantità di accuse da: 1) invertire l’onere della prova e b) rendere pressoché impossibile la risposta, perché ogni replica richiederebbe lunghi studi”. Come può una persona, contemporaneamente, difendersi da una gragnuola di accuse, sospetti, allusioni? Impossibile, e, se provasse a farlo, la stessa lunghezza dell’arringa difensiva (che dovrebbe durare ore e ore, giorni e giorni) dimostrerebbe la colpevolezza dell’imputato. Un innocente mica ci mette tanto a dimostrare la propria innocenza.
Ma, poi, c’è un altro elemento fondamentale da tenere in considerazione, ricordato da Calò, ossia il fatto che l’antisemitismo non ha mai bisogno di argomentazioni, perché il pregiudizio si autoalimenta, è assolutamente autoreferenziale. Per i nazisti, per esempio, “il controllo ebraico dell’Unione Sovietica era dimostrato sia dalla massiccia presenza degli ebrei nella dirigenza, sia dalla loro successiva assenza, vista come un modo per camuffare detto controllo”.
Se, in genere, una determinata opinione si fonda su un determinato ragionamento, che ne rappresenta la base e la solidità, per l’antisemitismo accade l’esatto contrario. L’opinione già c’è, la motivazione viene dopo, ed è completamente inutile.



