Nel suo libro La questione ebraica nella società postmoderna, Emanuele Calò passa in rassegna diverse analisi offerte dell’antisemitismo, tra le quali ricorda quella – a mio avviso, molto appropriata – formulata da Paul Johnson, “secondo il quale l’antisemitismo sarebbe una malattia intellettuale, una malattia mentale, estremamente infettiva e massivamente distruttiva, alla quale sarebbero esposti sia gli individui che intere società”.
Tale interpretazione del fenomeno in chiave patologica si rivela particolarmente adatta a spiegare il carattere del tutto irrazionale del fenomeno: chi è malato di mente non deve certo dare conto della ragionevolezza di quanto fa e dice, perché, appunto, ha perso, in tutto o in parte, la luce della ragione. Si tratta di un giudizio, come ho detto, che mi vede d’accordo, perché l’antisemitismo è il contrario della ragione. Questa visione potrebbe perfino portare un sottile filo di speranza per il futuro, perché dalle malattie si può guarire. In questo caso, però, apparirebbe davvero difficile immaginare che ciò possa accadere, dal momento che a essere “malata” sarebbe, da millenni, buona parte dell’intera umanità, sia pure con vari livelli di gravità e diverse manifestazioni sintomatiche. Nessun “malato” ha finora chiesto di essere curato, e nessun suo parente ha chiesto un TSO. E se poi portassimo, per esempio, metà dell’umanità in ospedale, o giù di lì, chi la curerebbe? È evidente che almeno metà dei medici sarebbero anch’essi malati, e rimanderebbero a casa i pazienti più antisemiti di prima: “Lei non ha niente, Signore, se crede di essere malato, è solo perché il suo antisemitismo è troppo blando e tentennante. Le consiglio di leggere per un mese, prima di andare a dormire, alcune pagine di testi vari che Le consiglio (Ambrogio, Martin Lutero, Protocolli dei Savi Anziani di Sion, Der Stürmer, La difesa della razza, manuali scolastici siriani o iraniani, alcuni quotidiani italiani…) e starà benissimo”.
Si dice che ogni malato di mente neghi di esserlo, e ritenga folli gli altri. E, per alcuni versi, ha ragione. Michel Foucault, nella sua Storia della follia, spiega con chiarezza che l’origine dell’approccio clinico nei confronti dell’insania mentale nasce con l’età moderna, con l’esigenza delle società borghesi di neutralizzare i soggetti non adatti a rientrare nei nuovi meccanismi collettivi di produzione e organizzazione. Insomma, era una questione di numeri. Ma è del tutto evidente che, nel caso dell’antisemitismo, il ragionamento dei “pazzi” sarebbe convalidato proprio dalla forza dei numeri. Sarebbero loro a dover mettere “dentro” gli altri.
Johnson, dunque, avrà anche ragione, ma, in ogni caso, non si può dire. Non funziona.
Piuttosto, malattia o non malattia, un punto molto importante su cui Calò si sofferma è quello del rapporto tra antisemitismo e razzismo. I due concetti, com’è noto, sono ben distinti, perché quello del razzismo è solo uno dei mille abiti che, nei vari luoghi e tempi, ha assunto e assume l’antisemitismo. Si può benissimo essere antisemita senza credere nell’esistenza delle razze, e anche un ebreo può essere razzista (e, com’è noto, non mancano neanche gli ebrei – soprattutto ex, o sedicenti tali – antisemiti). Ma è anche vero che le due cose sono “naturalmente” collegate: è molto facile per un razzista essere anche antisemita, e viceversa, mentre è difficile che chi difenda i valori dell’ebraismo creda nelle razze, o che un razzista difenda gli ebrei. Accade anche questo, lo so, ma si tratta di eccezioni (alcune illusorie: chi ha creduto, per esempio, nel filo-sionismo dell’ex Presidente degli Stati Uniti ha preso, secondo me, una grossa cantonata). Chi difende le minoranze oppresse o discriminate dovrebbe naturalmente difenderle tutte, ebrei, neri, rom, lgbtq ecc.
Eppure, negli ultimi dieci anni vediamo sempre più spesso movimenti antirazzisti scagliarsi con violenza anche (a volte soprattutto) proprio contro gli ebrei, in base a una visione rudimentale e semplificata della dicotomia bianco/nero. I bianchi sono gli oppressori, gli ebrei sono bianchi (anche quelli con la pelle scura, ovviamente), quindi gli ebrei sono oppressori. Pazienza, si potrebbe dire, al mondo ci saranno almeno quattro miliardi di bianchi, agli ebrei potrebbe anche risultare conveniente “confondersi” in una massa di cattivi così estesa. Se anche arriva, in nome dell’antirazzismo, qualche pietra o qualche pallottola su questa marea di cattivi, difficile che colpisca proprio gli ebrei, che sono una piccolissima minoranza di questo mare magnum (solo tredici milioni e mezzo su quattro miliardi). Eh, no, troppo facile. Perché gli ebrei non sono dei bianchi qualsiasi, ma sono i capi occulti e nascosti di questa massa enorme e confusa, sono coloro che hanno conquistato e indottrinato lo stupido e grezzo popolo dei bianchi, trasformandolo in un bieco oppressore, e insegnandogli svolgere per bene il suo ruolo. E pazienza se, tra i bianchi, c’è stato qualcuno, biondo e con gli occhi azzurri, che se l’è presa anche lui con gli ebrei, sono piccole vicende interne e secondarie della “storia dei bianchi”, piccoli bisticci tra bianchi su cui non vale la pena soffermarsi.
Gli ebrei restano sempre i “bianchi più bianchi”, anzi, i “bianchi neri”.
Di grande interesse e originalità, poi, le pagine dedicate da Calò, all’istituzione dei Ghetti. Un argomento, si potrebbe dire, che appartiene al passato, ma che dimostra invece una bruciante attualità. Sarebbe molto utile riflettere su quanto è accaduto, sulle ragioni per cui è accaduto.
Sarebbe indispensabile, ai fini di una comprensione della realtà odierna – che sia vera, effettiva, e non finta o ingannevole – interrogarsi su questo passato, chiedersi con sincerità se sia davvero passato: quando, come, perché, a seguito di quali cambiamenti. Noi sappiamo perché dopo il giorno viene la notte, sappiamo che è un fenomeno naturale, anche se per milioni di anni i nostri progenitori hanno creduto che si trattasse di un prodigio, di un miracolo. E sappiamo anche come si è passati da una credenza a un’altra. Non è mancanza di rispetto chiedere spiegazione di un cambiamento, solo una risposta franca e sincera potrà aiutare l’interlocutore a fidarsi della propria sincerità e buona fede.
Non voglio entrare nell’accusa che è stata rivolta dall’Assemblea dei Rabbini d’Italia contro alcuni recenti gesti del papa, che hanno suscitato dolore, sconcerto e frustrazione. Si è chiesto, in questo comunicato dell’ARI (ed è rarissimo che l’Assemblea emetta un comunicato ufficiale sui rapporti con le istituzioni di un’altra confessione, le ragioni devono essere state davvero molto gravi), a cosa siano serviti decenni di dialogo ebraico-cristiano, se poi il pontefice assume dei comportamenti che paiono del tutto incompatibili con un rapporto basato su onestà e rispetto reciproco (per non usare la più impegnativa parola “amicizia”). La Santa Sede ha replicato che le accuse erano ingiuste, che la condanna dell’antisemitismo resta ferma e chiara, e che la posizione della Chiesa riguardo all’ebraismo non è cambiata.
Non entro, ripeto, nel merito della questione, la si può pensare come si vuole, si può anche ritenere che i rabbini si siano dimostrati eccessivamente suscettibili, e che abbiano ingiustamente dubitato della buona fede del Pontefice.
Si può chiedere, però, “quale” posizione della Chiesa non è cambiata? Forse che questa posizione è rimasta sempre la stessa? Forse alcuni tra i maggiori Padri della Chiesa (Tertulliano, Ambrogio, Agostino, Giovanni Crisostomo e altri) hanno nutrito verso gli ebrei gli stessi sentimenti di Giovanni XXIII o di Giovanni Paolo II? Forse papa Francesco, nel caso che un bambino ebreo fosse battezzato di nascosto, contro la volontà dei suoi genitori, nella Città del Vaticano, si comporterebbe nello stesso modo in cui si comportò, a fine Ottocento, Pio IX?
Capiamo benissimo che la fede ha a che fare col concetto di eternità, e che i dogmi, una volta dichiarati, debbano figurare come eterni, ci mancherebbe altro. Ma non si può certo negare che, sul piano dell’agire storico, i comportamenti della Chiesa cambino continuamente, in modo anche radicale. Non credo che, riguardo all’Inquisizione, le crociate, lo stato pontificio, l’unità d’Italia, la condanna (o “non condanna”) delle leggi razziali e tante altre cose la Chiesa di oggi la pensi allo stesso modo che negli anni e nei secoli passati.
Prevengo una prevedibile obiezione: non è assolutamente mia intenzione portare avanti un continuo processo contro i comportamenti passati della Chiesa. So bene che sarebbe un’azione sterile e controproducente. E sono anche ben consapevole che la Chiesa, nel cambiare, non può smentire sé stessa. Un papa non può dire che un suo predecessore ha sbagliato.
Ma la questione non è quella di pretendere un mea culpa. Si tratta di chiedere, col massimo rispetto e la massima umiltà, di spiegare come, quando e perché certe posizioni del passato sono state superate – se sono davvero state superate -, anche senza voler condannare chi le ha sostenute a quei tempi. Solo in questo modo si potrà essere ragionevolmente fiduciosi del fatto che le “nuove” posizioni, non ostili all’ebraismo e al popolo ebraico, non siano cambiate. E ci si potrà chiedere se questo o quel comportamento delle istituzioni ecclesiastiche, ai vari livelli, siano con esse coerenti. Altrimenti potrebbe sorgere un legittimo dubbio su cosa significhi l’espressione “le posizioni della Chiesa non sono cambiate”.
Le pagine di Calò sull’istituzione dei Ghetti sono davvero, ripetiamo, di grandissima importanza, proprio perché aiutano a comprendere in profondità un momento cruciale dell’evoluzione del rapporto tra cristianesimo ed ebraismo. E possono aiutarci a capire cosa possa significare, per la Chiesa, “cambiare”, o “non cambiare”.
Torneremo sul punto nella prossima puntata.



