L’adolescenza

Donatella Audia
Donatella Audia
Donatella Audia, si occupa di consulenza in contesti formativi presso i quali dal 2006 svolge attività di progettazione, docenze ed orientamento.

Ciascun individuo ha attraversato questa affascinante ma, allo stesso tempo complessa “stagione” esistenziale caratterizzata da cambiamenti sul piano psico-fisico con cui bisogna imparare a convivere. L’Adulescentia fin dall’epoca medioevale ha interessato i letterati del tempo e, nelle epoche più recenti, gli psicologi dello sviluppo cognitivo che, con le loro indagini, hanno cercato di dare risposta a domande del tipo: quando inizia, come si manifesta e soprattutto quando termina il periodo adolescenziale come se dovessero analizzare una condizione patologica. In effetti alcuni tratti della personalità dei giovani adolescenti sono assimilabili ad una sorta di confusione mentale che si evidenza nei repentini sbalzi di umore.

Quest’altalenanza caratteriale mette a dura prova la sopportazione da parte dei genitori che, di volta in volta, fanno ricadere la colpa dell’umore ballerino sugli ormoni ma ancor di più sulla dopamina:”-ma che cosa avete in testa!-. Infatti, dal punto di vista strettamente scientifico, il cervello degli adolescenti è sottoposto a continui processi di trasformazione neurologica a partire dalla potatura sinaptica, definita Pruning, che consiste nell’eliminazione delle connessioni meno utilizzate, – use or lost it -. Possiamo dunque immaginare un albero o una pianta i cui rami secchi vengono potati per far posto ad una nuova fioritura più forte e vigorosa. Il risultato di questo processo fisiologico è un cervello più efficiente e specializzato che si costruisce nel corso degli anni per giungere ad una piena maturazione intellettiva e comportamentale. Questo processo di selezione è legato non solo a fattori prettamente biologici ma anche alle abitudini di vita, alle esperienze e più in generale agli stimoli esterni a cui si è sottoposti.

La neuropasticità del cervello adolescente è però un’arma a doppio taglio perché in attesa che lo sviluppo si completi, persiste una certa vulnerabilità mentale che espone i ragazzi al rischio di cedere a condizionamenti sociali, dipendenze da sostanze tossiche nonché abitudini di vita scorrette. A questo quadro si aggiunge talvolta l’incapacità della maggior parte di essi, di reagire ai traumi in quanto non sufficientemente corazzati a livello emotivo. Pertanto le figure genitoriali e parentali cosi ’come gli educatori e gli insegnanti preposti a guida degli adolescenti,devono monitorare il processo di crescita senza però manifestare invadenza ma lasciando che la natura, di per sé buona, faccia il suo corso, parafrasando i preziosi insegnamenti che Rousseau ci ha lasciato nell”Emilio”, opera letteraria di alto spessore pedagogico.

Il motto dell’adolescente è come sappiamo “volere tutto e subito”, atteggiamento che pone il genitore in difficoltà tra lo scegliere uno stile educativo incentrato sul proibizionismo oppure assecondare le richieste al fine di non turbare il quieto vivere. Spesso la paura di sembrare insensibili o di perdere l’affetto dei figli porta alcuni genitori a cedere ai capricci senza riuscire a negoziare soluzioni più razionali e non dettate dall’impulsività. Alla base dell’adolescenza sussiste il processo di costruzione dell’identità che comporta un atteggiamento ambivalente: da un lato persiste la volontà di distaccarsi dalla famiglia d’origine per trovare se stessi, dall’altro la tendenza a percepire la famiglia stessa come ancora e rifugio dai turbamenti esistenziali. L’adolescente attraversa uno stadio di confusione che lo porta ad assimilare i comportamenti del gruppo dei pari, ossia

dei coetanei di cui imita il look esteriore, le scelte musicali e le abitudini in attesa di avviarsi verso la costruzione di una propria personalità. Questa fase delicata che i ragazzi attraversano, deve essere attenzionata dalle figure adulte anche in campo scolastico dove occorre, da parte dei docenti ,maneggiare con cura gli strumenti di valutazione evitando di stimmatizzare o etichettare gli studenti. E’ ben noto infatti, come ci insegna la psicologia dello sviluppo, il cosiddetto effetto Pigmaglione o profezia autoavverante. Affermazioni del tipo:<<non sei capace, sei sempre il solito, non sei portato, ecc…>> in questa fase di fragilità emotiva possono generare una sorta di autoconvincimento che paradossalmente può, anziché spronare, portare ad un abbassamento del livello di autostima e fiducia in sé.

Al fine di aiutare i ragazzi a trovare la propria strada è bene invece guidarli alla scoperta dei loro talenti e qualità offrendogli occasioni per metterli a frutto. Affinchè emerga un’ autentica personalità e si completi la costruzione del sè è necessario dunque trovare un equilibrio tra il condizionamento sociale, familiare, i valori trasmessi e la libera espressione del potenziale di un individuo. Uscire dalla fase adolescenziale non basta per acquisire una piena consapevolezza di se stessi in quanto è solo l’inizio di un cammino di realizzazione di una autentica personalità. Il motto impresso sull’oracolo di Delfi “Nosce te Ipsum” risuona molto attuale soprattutto nell’odierna società dell’apparire e non dell’essere. Capire in sostanza chi siamo realmente al di la della maschera esteriore che ci conferisce un’identità sociale non è solo una problematica degli adolescenti ma un cruccio per molti adulti che non si identificano con il ruolo o lo status sociale che rivestono, specialmente se frutto di scelte a monte non sempre coerenti con le inclinazioni personali.

Citando Pirandello,ognuno di noi è costretto ad indossare metaforicamente una maschera per poter essere accettato e per adattarsi al contesto sociale in cui vive. L’idea che l’individuo non sia una persona singola, ma un insieme di “frammenti di personalità” che si modificano continuamente è sapientemente illustrata nella sua celebre opera letteraria “Uno Nessuno e Centomila” in cui il personaggio principale sprofonda in una crisi di identità che lo porta a rifiutare tutti i ruoli che la società gli ha affibbiato e che lui forzatamente ha dovuto interpretare come se stesse recitando su un palcoscenico. Anche l’adolescente è spesso combattuto tra l’essere e l’apparire e, come il protagonista del libro Pirandelliano, avverte il disagio di essere visto in modi diversi da ciascuna persona con cui si relaziona. Fondamentale dunque è l’immagine di sé fortemente connessa con l’autostima e ancor di più con la percezione di autoefficacia di cui tratta lo psicologo Bandura intendendo con essa la convinzione di essere capaci, e di poter superare gli ostacoli.

La costruzione del senso di autoefficacia fa leva sulle esperienze positive e negative, comprese quelle vicarie che altre persone simili a noi hanno vissuto. Nella delicata fase adolescenziale nutrire il senso dell’autoefficacia dei giovani deve rappresentare il perno su cui impostare l’educazione da parte degli adulti. Premi ed incoraggiamenti non devono mancare accanto ad una certa autorevolezza ben lontana dagli stili educativi coercitivi e scioccamente autoritari. Lo psicologo James Marcia ci offre un ulteriore spunto di riflessione passando in rassegna diverse tipologie di situazioni esperienziali che gli adolescenti si possono trovare a fronteggiare nel loro percorso di crescita. I concetti fondamentali alla base

dell’analisi dello studioso sono l’esperienza e l’impegno che necessariamente devono andare di pari passo al fine di garantire una crescita equilibrata che conduca alla piena realizzazione della personalità individuale. L’esplorazione implica il tentativo di fare esperienze diverse e confrontarsi con le molteplici possibilità che la vita offre. L’impegno, invece, rappresenta la capacità di fare una scelta consapevole e dedicarsi seriamente al percorso scelto. Possiamo trovarci di fronte ad una piena realizzazione dell’identità quando l’esplorazione e l’impegno si presentano ai massimi livelli.

Questa condizione ottimale si manifesta se un adolescente ha esplorato diverse opzioni e, dopo averle valutate attentamente, ha operato una scelta consapevole, impegnandosi completamente in essa. Gli adolescenti che raggiungono questa fase sono spesso quelli che, grazie anche al sostegno dell’ambiente familiare e sociale, hanno avuto l’opportunità di sperimentare senza pressioni, sviluppando così una forte base identitaria. In altre situazioni può verificarsi che, per diversi motivi, tra cui la mancanza di opportunità o il timore di prendere decisioni, i giovani possono sentirsi disorientati e privi di prospettive. James Marcia suggerisce che questa condizione, se protratta, può ostacolare lo sviluppo di un’identità stabile, poiché l’assenza di esplorazione e impegno lascia il giovane in uno stato di attesa indefinita, come in un limbo dantesco. Alcuni giovani al contrario possono mettere molto impegno concentrando tutte le energie in quell’unica direzione che ritengono percorribile.

Tipico è il caso di quelle famiglie che esercitano pressione sui figli per indirizzarli verso strade già intraprese dai padri, privandoli così della possibilità di valutare altre alternative. All’opposto, cimentarsi in molteplici esperienze affrontandole con superficialità e scarso impegno in balia dei venti, senza prefissarsi cioè obiettivi concreti, è comunque fuorviante ai fini della costruzione di un’identità ben definita. L’adolescenza pur rappresentando un periodo critico, non è però l’unica fase della vita ad essere contraddistinta da crisi. Lo psicologo Erikson, allievo di Freud, attribuisce per esempio gli stati d’animo frustranti alle contingenze esterne che si possono presentare a qualsiasi età generando di conseguenza crisi esistenziali. Se dal punto di vista oggettivo l’età adolescenziale è contraddistinta da inquitudini ed oscillazioni dell’umore è anche vero che, lavorando sul contesto è possibile garantire a chiunque, non solo ai giovani in crescita, momenti di tranquillità interiore. I ragazzi infatti, come afferma Galimberti, spesso sono inquieti per motivi essenzialmente legati alle scarse prospettive future.

Di questo avviso è anche Miguel Benasayag che, nel suo libro “L’epoca delle passioni tristi” sottolinea come il futuro non sia una promessa ma una minaccia. Quest’affermazione decisamente forte ed intrisa di una visione pessimistica, trae fondamento dall’idea che allo stato attuale, investire in studio e formazione, non rappresenta una garanzia di inserimento occupazionale,- pensiamo alla fuga dei cervelli all’estero-. Prospettiva questa poco incoraggiante da suscitare demotivazione dei giovani anche in campo scolastico in cui emergono atteggiamenti di abulia e disinteresse verso le discipline di studio. Nonostante tutto, citando Proust “Alla ricerca del tempo perduto” <<l’adolescenza rimane pur sempre il tempo in cui abbiamo imparato qualcosa, dei gesti compiuti in quegli anni, quasi non ve n’è uno che più tardi non vorremmo sopprimere, mentre ciò che invece dovremmo rimpiangere è di non possedere più la spontaneità che ce li faceva compiere. Più tardi si vedono le cose in modo più pratico, pienamente conforme a quello del resto della società, ma l’adolescenza è il solo tempo in cui si sia imparato qualcosa.>>

Ma è pur vero che, come ci insegna Alda Merini, ci sono adolescenze che si possono innescare anche a novant’anni.

Donatella Audia
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Donatella Audia, si occupa di consulenza in contesti formativi presso i quali dal 2006 svolge attività di progettazione, docenze ed orientamento.
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