Marco Polo tra ieri e oggi per costruire ponti d’amicizia tra i popoli

Gaetano Di Palma
Gaetano Di Palma
Ordinario di Scienze Bibliche nella Sezione San Tommaso d’Aquino della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, ha pubblicato diversi volumi, oltre ad articoli per varie riviste teologiche.

Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
– Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.
– Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra – risponde Marco,
– ma dalla linea dell’arco che esse formano.
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo.
Poi soggiunge: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che mi importa.
Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco.
(Italo Calvino, Le città invisibili)

Una delle nostre principali preoccupazioni risiede nel cercare quale messaggio possa derivare da eventi e figure del passato. Non sfugge a questa “pretesa” la vicenda del personaggio di cui stiamo parlando stamane, Marco Polo, noto per essere stato un pioniere dell’incontro tra Occidente, luogo della sua provenienza, e l’Oriente. La sua città natale, in verità, aveva ormai una tradizione di rapporto con l’Oriente prossimo, quello del Mediterraneo orientale, per ragioni economico-commerciali. Questo non escludeva l’opportunità di ampliare gli orizzonti culturali. C’era, però, un “oltre” da esplorare, un mondo misterioso che si estendeva sconfinato al di là dei territori governati dai potentati islamici.

1. Venezia all’epoca di Marco Polo

Come ho avuto modo di specificare in un’altra occasione, i popoli che si affacciavano sulle sponde del Mar Mediterraneo erano entrati in contatto con quella che oggi chiamiamo Cina, ma le distanze e altre difficoltà di ogni tipo non avevano conferito una stabilità a tali rapporti. Notevoli in tal senso sono stati i contatti dei romani che hanno battuto le varie diramazioni della “via della seta” per terra e per mare. C’era stato un periodo di scambi sfociati perfino nella diffusione di dottrine religiose “occidentali” come il manicheismo e il nestorianesimo in Cina, delle quali Marco Polo trovò ampie tracce durante i suoi viaggi. In seguito, ci sono stati tanti missionari come Matteo Ricci (Macerata 1552-Pechino 1610) e Michele Ruggeri (Spinazzola 1543-Salerno 1607), conosciuto in Cina come Luo Mingjian.

Marco Polo nacque a Venezia il 15 settembre 1254, durante il dogado di Renier Zen (1253-1268); la sua era una famiglia del patriziato cittadino dedita al commercio. Nel XIII secolo la città lagunare visse un periodo di splendore a causa dei ricchi commerci che la proiezione data dal Mar Adriatico e dal Mar Ionio orientavano verso l’Oriente, quindi l’impero bizantino e quello arabo; nel frattempo, tramite i valichi alpini e la navigazione lungo le coste atlantiche erano fiorenti anche i commerci con l’Europa settentrionale. Le regioni costiere e insulari dell’Adriatico orientale, come tanti territori appartenuti prima all’impero bizantino, erano ormai governati dai dogi e il Mar Nero era stato aperto alle loro navi. Un grande storico francese ha definito quello di Venezia “impero singolare”, differente in tutto dagli imperi allora vigenti, «senza terre, senza sostanza, scarno e immateriale come quella; un impero delle acque e delle vie marittime, un impero d’isole, di capi, d’arcipelaghi, di scali e di banchi». Non si trascuri il fatto che vi era una notevole concorrenza tra le repubbliche marinare di Venezia e di Genova, come dimostra la prigionia di Marco Polo tra il 1299 e il 1300, durante la quale dettò le sue memorie a Rustichello di Pisa, che compose Le divisament dou monde, scritto in lingua d’oil, noto poi come il Milione.

Il padre di Marco, Niccolò, insieme con il fratello Matteo, avevano viaggiato tra il 1264 e il 1270 raggiungendo Kanbaliq, l’odierna Pechino; ricevuti alla corte del Gran Khan, ebbero perfino un messaggio da parte di questi per il papa. Tornati a Venezia nel 1270, ripartirono l’anno seguente portando con loro il giovanissimo Marco. Ad Acri, in Terrasanta, incontrarono l’arcidiacono Teobaldo, che Marco Polo chiama Tedaldo, Visconti (nato a Piacenza nel 1210 e morto ad Arezzo nel 1276). Costui si trovava ancora ad Acri quando ebbe la notizia che a Viterbo era stato eletto papa il 1° settembre del 1271. Impostosi il nome di Gregorio X, ricevette i Polo affidando loro lettere per il Gran Khan. Niccolò, Matteo e Marco partirono alla volta del Catai, arrivando a Kanbaliq seguendo la “via della seta”. Marco narra nel Milione di aver svolto varie missioni per conto del Gran Khan Kubilai, che l’aveva in grande simpatia. Soltanto nel 1295 i tre Polo riuscirono a rientrare a Venezia, durante il dogado di Pietro Gradenigo (1289-1311). I rapporti tra la repubblica lagunare e i Mongoli ebbero una storia non secondaria, intrecciando ragioni commerciali, politiche e religiose.

2. Gettare ponti

Le ragioni accennate al termine del paragrafo precedente, insieme con quelle culturali, sono imprescindibili per creare “ponti”.  Infatti, il titolo di questo articolo contiene il termine “ponte”, evocato di frequente per indicare la necessità di superare barriere e contrapposizioni, quindi ciò che divide, al fine di far prevalere quanto unisce. Il ponte serve a collegare due rive divise da un fossato, da una via d’acqua, comunque da un ostacolo alla comunicazione effettuando un “transito”. Superando le barriere si spalancano gli orizzonti di nuove sfide, si aprono nuovi territori: un ponte è un invito a lasciare la propria confortevole riva per inoltrarsi nel cambiamento, nella trasformazione di sé stessi. È la sfida di affrontare il percorso della crescita anche personale, allo scopo di incontrare gli altri, conoscerli e raggiungere un nuovo equilibrio. Questo transito non dev’essere visto come assimilazione dell’altro a sé o viceversa, bensì come promozione dello scambio, fattore di conoscenza, superamento di pregiudizi, opportunità di relazioni arricchenti. Il ponte è pertanto un’occasione di reciprocità, da cogliere al volo.

Nel nostro caso il ponte non è solo collegamento “spaziale”, ma anche “temporale”, perché vogliamo guardare con gli occhi del nostro tempo al passato, a Marco Polo e a quanti ci hanno preceduti nei rapporti con la Cina. Non è questa un’operazione troppo ingenua? E non è ingenuo voler costruire dei ponti di amicizia nell’attuale contesto di competizione economica, politica e militare? Quanto detto, in realtà, rafforza il bisogno di effettuare un’operazione di tipo ermeneutico, di cui maestro è stato Hans-Georg Gadamer. Quando gli fu conferito il Premio Hegel a Stuttgart nel 1976, Jürgen Habermas tenne un discorso nel quale affermò:

«Il gettare ponti [Brücken schlagen] contraddistingue in generale mentalità e stile di pensiero di questo studioso: “Distinguendum, certo, ma ancor di più: si deve vedere assieme”. Questa massima è uscita dalla bocca di Gadamer ma, sempre con formulazione gadameriana, dovrebbe significare: bisogna superare, superare non solo la distanza tra discipline che si sono allontanate tra loro, ma soprattutto la distanza temporale che separa i postumi dai testi tramandati, poi la distanza tra linguaggi diversi, che sfida l’arte dell’interprete, e infine la distanza prodotta dalla violenza del pensiero radicale. Heidegger è stato un pensatore radicale, che ha aperto un abisso tutto intorno a lui. Ora, a mio avviso, il grande contributo filosofico di Gadamer consiste nell’aver colmato questo abisso. L’immagine del ponte suggerisce sicuramente false connotazioni, suscita l’impressione che qualcuno, tentando di avvicinarsi a un luogo inaccessibile, fornisca un ausilio pedagogico. Ma non la penso così. Direi quindi piuttosto che Gadamer urbanizza la provincia heideggeriana».

È su questa prospettiva di “gettare ponti” che suturino le ferite e le lacerazioni prodotte dall’insorgere e dallo sviluppo non solo della modernità, ma anche dei percorsi diversi che Oriente e Occidente hanno seguito per tanto tempo, che bisogna impegnarsi. I ponti gettati dall’ermeneutica, pertanto, costituiscono perfino una sorta di “tessuto cicatriziale”, un tentativo di riconnettere la vita alle forme nelle quali essa si esprime e si è tradizionalmente espressa, in breve al proprio senso. Quanto a noi, però, non risulta tanto importante un approfondito processo di Horinzontsverschmelzung, cioè di “fusione di orizzonti”, quanto almeno imparare a comprendere l’altro, a non considerarlo più un qualcosa di “esotico”, a rispettarlo e a esserne rispettati, in un’ottica di reciprocità bilanciata.

In un volume in onore di un grande sinologo italiano, Mario Sabattini, troviamo un contributo dal titolo: Tornerà in Cina Marco Polo?, in cui si ricostruisce brevemente il cammino intrapreso dalle riforme pragmatiche di Deng Xiaoping a partire dal 1978 con la Politica della Porta Aperta. In realtà, già prima della morte di Mao Zedong, avvenuta il 9 settembre 1976, Richard Nixon, presidente degli Stati Uniti, aveva effettuato una prima storica visita di Stato in Cina nel 1972, preparata con un progressivo riavvicinamento mediante la regia di Henry Kissinger, dopo l’interruzione delle relazioni diplomatiche nel 1949. Lo scopo per gli americani era duplice: avere un nuovo sbocco per le esportazioni e attirare la Cina verso l’Occidente per isolare l’Unione Sovietica. 

Sembrava allora tutto facile: negli ultimi decenni c’è stato un frenetico correre verso la Cina vista come nuova opportunità economica, a causa di una popolazione di almeno un miliardo di potenziali consumatori, oltre che per gli investimenti, senza considerare purtroppo l’aspetto fondamentale: una civiltà di grande tradizione come quella cinese poteva subire passivamente tale processo? Tuttavia, affinché Marco Polo torni in Cina, riprendendo il titolo dell’articolo citato, occorre comprendere che:

a. Non esiste “una sola Cina”, ma “varie Cine”, perché ci sono etnie diverse, differenze geografiche e culturali tra la zona continentale e quella costiera, tra città e campagna, tra le generazioni più giovani e quelle più anziane, che hanno magari conosciuto l’epoca maoista, per cui cambia totalmente l’approccio all’economia e ai problemi sociali; c’è ancora una Cina che ragiona secondo il modello di sviluppo economico convulso e incontrollato e quella che fa i conti con le esigenze della sostenibilità; inoltre, esiste una Cina ormai inserita a pieno titolo nell’economia di mercato e la classe politica che non procede verso una democratizzazione nella vita sociale.

b. Nonostante il suo sviluppo economico, la Cina resta sostanzialmente fedele al nocciolo del pensiero confuciano, in base al quale si è adeguata anche l’attuale classe politica, avendo fatto propri i concetti di “gerarchia”, “armonia”, “virtù” e “appartenenza”.

3. Una società più armoniosa per dialogare con il mondo

In altre parole, la Cina non ha rinunciato alla sua anima più profonda, pur applicando con spirito pragmatico quanto era funzionale alla sua crescita economica. Benché non siano immuni da influenze occidentali, si va rafforzando parallelamente pure nelle giovani generazioni un sempre più diffuso senso di orgoglio nazionale che rivaluta gusti e tradizioni locali. L’attuale presidente Xi Jinping ha adottato uno slogan con il quale si esalta il “sogno cinese”, ossia la realizzazione di una “società armoniosa”, in evidente contrapposizione con il “sogno americano”, volendo tracciare un’autonoma via cinese allo sviluppo per i prossimi anni, così da amalgamare il pensiero classico confuciano con il marxismo. I pilastri di tale sogno sono: prosperità, democrazia, civiltà, armonia, libertà, uguaglianza, giustizia, stato di diritto, patriottismo, devozione, integrità e amicizia. Naturalmente, queste parole suonano in maniera diversa in una società dove vige il partito unico, tante libertà fondamentali non sono riconosciute e, soprattutto, il valore della collettività viene ritenuto superiore a quello della persona.

A fronte di questo scenario, abbiamo ancora speranze di gettare ponti con la Cina? Ritengo sia possibile, se consideriamo che tale situazione non potrà protrarsi a lungo. Per quanto appaia oggi forte e talvolta minacciosa, la Cina dovrà a breve affrontare sfide tremende non solo sul versante economico, ma anche sociale. Certamente la riduzione degli squilibri economici per realizzare la “società armoniosa” sarà fondamentale, come pure la sostenibilità ambientale, ma non meno rilevanti si riveleranno le domande di libertà di coscienza, libertà religiosa e democrazia. E in questo campo l’Occidente ha ancora tanto da insegnare.

Non è un caso se proprio dall’11 al 13 marzo, presso l’istituto Yuen Yuen, Lo Wai, Tsuen Wan, a Hong Kong, si sta svolgendo il terzo Dialogo cristiano-taoista, sul tema Coltivare una società armoniosa attraverso il dialogo interreligioso, come c’informa L’Osservatore Romano del 9 marzo. 

Gaetano Di Palma
Gaetano Di Palma
Ordinario di Scienze Bibliche nella Sezione San Tommaso d’Aquino della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, ha pubblicato diversi volumi, oltre ad articoli per varie riviste teologiche.
spot_img
spot_img

Ultimi articoli