O arti umane traboccanti di fascino,
statue sinuose, alti portali che bramano
il cielo, tuttavia destinate al suolo terreno.
Le riassorbe la natura e le consumano i giorni,
si sforzano nell’aria mutevole le forme
attorcigliate. La terra riprende tutto, generatrice,
vana la fama degli uomini, vane le tecniche.
Qual è la grandezza di un’opera superba
che possa mai vincere la voracità del tempo?
Quale la bellezza luminosa che non si
oscuri al punto di essere mischiata a ogni
altra cosa? Gli arbusti germogliano vivaci,
ondeggiano gli elicrisi e le ginestre, danzando
sul lento requiem che suona per le
presuntuose umane arti.
Sciagurate, o voi maledette dall’essenza
e prostrate sotto l’etere immane,
accoglici tu, terra rampollante,
prenditi cura della nostra fine.
Fiere si ergono le opere, mentre sempre
rinnovate rifuggono, già logore, l’avvizzire:
mai gradirono la propria finitezza, né
mai sapranno compiacersi dell’aria
mortale.



