Ranieri e Leopardi agli “Incurabili” di Napoli, tra medicina, letteratura e mistificazione

Carlo Di Lieto
Carlo Di Lieto
Carlo Di Lieto, critico letterario. Allievo di Salvatore Battaglia, Francesco Orlando e Nicola Cilento, docente di Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli. Autore di Interessanti Studi di Letteratura Italiana.

<<Ad maniam, vel melancholiam, in summitate capitis incidatur cutis in modum crucis et perforetur craneum, ut materia exhalet ad exteriora. Patiens in vincula teneatur et vulnus curetur …>>. La Scuola Medica Salernitana e la sua chirurgia.

<<L’edizione delle mie Opere è sospesa, e più probabilmente abolita, […] La mia filosofia è dispiaciuta ai preti, i quali e qui ed in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora e potranno eternamente tutto>>. Leopardi a de Sinner, 22 dicembre 1836.

<<Non sai/che smisurato amor, che affanni intensi,/che indicibili moti e che deliri/movesti in me; né verrà tempo alcuno/ che tu l’intenda>>. Leopardi, Aspasia,1834.

Sull’epigrafe sepolcrale di Giacomo Leopardi a Fuorigrotta, Antonio Ranieri scrive:
<<Al conte Giacomo Leopardi recanatese filologo ammirato fuori d’Italia scrittore di filosofia e di poesie altissimo da paragonare solamente coi greci che finì di XXXIX anni la vita per continue malattie miserima fece Antonio Ranieri per sette anni fino all’estrema ora congiunto all’amico adorato MDCCCXXXVII>>. Secondo la versione di Antonio Ranieri, Leopardi viene assistito dal suo amico dilettissimo, negli ultimi momenti della sua vita, che trascorre serenamente, anzi disputando con il Mannella sul suo mal di nervi e della sua certezza di mitigarlo con il cibo, del latte d’asina, de’ miracoli delle gite e del voler levarsi per andare in villa. Il 9 marzo 1837, in una lettera al padre Monaldo, Giacomo si lamenta del suo stato di salute e della scarsezza di mezzi, che non gli consentono di consultare un medico (perché una visita … non poteva costar meno di 15 ducati); la rigidità del clima e la difficoltà di trovare un nuova casa, dovendo lasciare a maggio quella di vico del Pero, delineano una situazione disastrosa venutasi a creare a Napoli a causa dell’epidemia di colera, chiedendo al padre di compatirlo <<un poco dell’esser capitato in un paese pieno di difficoltà e di veri e continui pericoli>>.

Napoli fu scelta per la mitezza del clima, e quando arriva il 5 ottobre del 1833 in questa città, ne tesse le lodi: <<<La dolcezza del clima, la bellezza della città e l’indole amabile e benevola degli abitanti mi riescono assai piacevoli>>. Presto però subentrò la disillusione: <<Il giovamento che mi ha prodotto questo clima è appena sensibile>>, e soprattutto i napoletani sono deprecabili per i loro comportamenti: lo deridono e gli intellettuali lo isolano perché non condividono le sue idee, e da lui sono scherniti gli esponenti dello spiritualismo cattolico napoletano nel poemetto satirico de I nuovi credenti (1835-1836). Nel 1835 scrive al conte Monaldo: <<Ora il mio principale pensiero è il disporre le cose in modo, ch’io possa sradicarmi di qua al più presto […] per il bisogno che ho di fuggire da questi Lazzaroni e Pulcinelli nobili e plebei, tutti ladri e b.f. (baroni fottuti) degnissimi di Spagnoli e di forche>>. Nell’ultima lettera al padre, del 27 maggio 1837, Giacomo scrive: <<Si teme qui che l’esempio di Marsiglia il secondo Cholera sia superiore al primo, il quale anche in Marsiglia cominciò in ottobre, e fatta piccola strage ritornò in aprile. Qui il secondo Cholera dovrebb’essere doppio del primo, perché la malattia avesse da Napoli il contingente proporzionato alla popolazione. […]

Se scamperò dal colera e subito che la mia salute lo permetterà, io farò ogni possibile per rivederla in qualunque stagione, perché ancor io mi do fretta, persuaso ormai dai fatti di quello che sempre ho preveduto che il termine prescritto da Dio alla mia vita non sia molto lontano>>.

<<Scrive Vittorio Capuzza in Inediti e Rari…: <<Una delle dirette testimonianze sulla peste che afflisse diverse regioni italiane tra il 1835 e il 1837 è contenuta nell’epistolario di Giacomo Leopardi: da Napoli e da casa Ferrigni a Torre del Greco scrive sei lettere (quattro al padre Monaldo, una allo zio Carlo Antici di Roma e una a Luigi De Sinner a Parigi) descrivendo la terribile situazione epidemica in città e dintorni: il 25 ottobre 1836 per la prima volta nomina il colera nella missiva spedita da Napoli all’Antici: <<Nella terribile circostanza della peste, che da otto giorni fas stragi lacrimevoli in questa città>>. Rifugiatosi a Villa Ferrigni , alle falde del Vesuvio e distante circa 12 miglia dalla città, cinque giorni dopo, il 30 del mese, scrive al padre il motivo per il quale non è ancora partito per raggiungere Recanati: <<Ma triste necessità, delle quali non potrò mai informarla senza scrivere un volume intero, mi hanno trattenuto di giorno in giorno fino alla più triste di tutte, ch’è il cholèra, scoppiato prima, com’Ella saprà, nelle provincie del Regno, e poi nella capitale>>, precisando di aver saputo solo da poco – non potendo leggere giornali – che la peste s’era diffusa anche ad Ancona (lo riferisce anche il coevo manoscritto romano del quale si dirà a breve e che indica pure Napoli come città colpita dalla peste nell’estate del 1836): i suoi amici glielo avevano tenuto diligentemente celato, ma <<se lo avessi saputo, credo che nessuna forza avrebbe potuto impedirmi di non venire, anche a piedi, a dividere il loro pericolo>>.

Leopardi informa che in quella situazione <<nessuno pensa più all’estero, stante la confusione che produce il cholèra in una città così immensa e popolosa come Napoli>> e che erano smisuratamente accresciuti i prezzi d’ogni cosa, <<ognuno tenendo il suo denaro chiuso, e parendo immanente una stretta, in cui non sia neppur possibile di trarre più sopra l’estero>>; spera di raggiungere Recanati <<se la peste non ci tiene ancora chiusi per lungo tempo>>.

L’11 dicembre in altra lettera a Monaldo parla ancora di confusione causata dalla peste, <<chiamata per la gentilezza del secolo cholèra>< e si dice consolato che abbia causato meno danni nelle Marche; invece, a Napoli dopo più di cinquanta giorni <<la malattia pareva quasi cessata; ma in questi ultimi giorni la mortalità è rialzata di nuovo>>: non può tornare in città da Torre del Greco <<perché chiunque v’arriva dopo una lunga assenza è immancabilmente vittima della peste; la quale del rimanente ha guadagnato anche la campagna, e nelle mie vicinanze ne sono morte più persone>>. Il successivo 22 dicembre scrive al De Sinner che la peste era scoppiata a Napoli il 18 ottobre e ognuno è restato lì dove si trovava (non così invero per lui, il quale il 25 ottobre era ancora a Napoli, come attesta la lettera spedita colà al padre); <<il cholèra è ora a Napoli in declinazione, ma non punto cessato […]. Le precauzioni sanitarie rendono ora difficilissimo a Napoli di ricevere oggetti dall’estero, ma queste finiranno presto>>. Il 9 marzo del 1837, re mesi prima della sua morte, a Monaldo si dice <<salvo dal cholèra, ma a gran costo. Dopo aver passato in campagna più mesi tra incedibili agonie, correndo ciascun giorno sei pericoli di vita ben contati, imminenti, e realizzabili d’ora in ora; la mia povera macchina, con dieci anni di più che a Bologna non potè resistere>>.

Circa l’estero, a marzo ancora <<le comunicazioni con nostro Stato non sono riaperte […]. Ed è cosa naturale; perché il cholèra oltre che è attualmente in vigore in più altre parti del regno, non è mai cessato neppure a Napoli, essendovi ogni giorno, o quasi ogni giorno, de’ casi, che il governo cerca di nascondere>>, (come si vedrà più avanti, anche nel manoscritto romano vien posto in risalto il fatto che il colera a inizio estate del 1837 cominciò a serpeggiare sotto nomi bugiardi per le terre che da Napoli portarono il morbo a Roma). Eppoi, parla di ondate del morbo: <<in questi ultimi giorni tali casi paiono moltiplicati, e più e più medici predicano il ritorno del contagio in primavera o in estate, ritorno che a me pare assai naturale, perché la malattia non ha avuto lo sfogo ordinario, forse a causa della stagione fredda>>. Nell’ultima lettera scritta diciotto giorni prima della morte e destinata al padre Monaldo, il 27 maggio del 1837 indica che la peste è, infatti, ricominciata <<come si era previsto, il 13 aprile, e d’allora in qua cresciuto sempre, benchè il governo si sforzi di tenerlo celato>>. In quegli stessi mesi, anche a Roma le difficoltà non erano minori. Come per i fatti di Napoli l’epistolario leopardiano costituisce una fonte che aiuta a comprendere il dolore scatenato da quel morbo, così una nuova luce su Roma e su quei giorni di peste emerge dalle carte conservate nell’Archivio storico della provincia euro-Mediterranea della Compagnia di Gesù; è un’altra fonte che relaziona l’opera svolta a Roma dai Gesuiti durante quelle stesse ondate di peste sulle quali riferisce Leopardi>>. L’inedito testo è datato <<Roma 15 ottobre 1837>> e destinato <<A Padri e Fratelli della Provincia Romana della Compagnia di Gesù. I Padri e Fratelli del Collegio Romano>> e reca come intitolazione <<Relazione dell’opera svolta durante la peste del 1837 >>. Da una documentata indagine del dott. Ugo Buonocore, si rileva che anche sulla Costa D’Amalfi, nel 1837, il colera miete un centinaio di vittime.

Dopo aver soggiornato nel Palazzo Cammarota, in via Nuova Santa Maria Ognibene n.35, nel cuore dei quartieri spagnoli a via Concezione a Montecalvario, in due abitazioni di questo palazzo, i due sodali ebbero dimora dal dicembre 1833 al maggio 1835, rinnovandovi per la migliorata salute le prove del suo genio poetico, rispettivamente al secondo piano, accanto allo zio materno di Ranieri, sullo stesso pianerottolo, e al quarto piano, godendo della vista di Castel Sant’Elmo, della collina di San Martino e dell’aria salubre della campagna e dintorni, apportando un gran beneficio al suo precario stato di salute. La scelta delle abitazioni per i due amici era sempre condizionata dai malanni del povero Giacomo, che da sempre era afflitto da una salute cagionevole e malferma. La prima dimora fu a Palazzo Berio, al secondo piano, in Via San Mattia n.88, in via Speranzella ai Quartieri Spagnoli. Il padre di Ranieri aveva esplicitamente dichiarato che non desiderava sotto il proprio tetto un empio, per di più povero e tisico, e, dall’ottobre del 1833, Leopardi era quasi cieco. La casa, riferisce l’amico Ranieri, affaccia sulla Loggia di Berio, <<a un oriente e un mezzodì saluberrimi, a pochissimi passi da Toledo, a pochi passi dal Palazzo Reale>>; al sopraggiungere dell’autunno si manifestano gli inequivocabili sintomi della tisi. Il timore di un contagio induce allora la proprietaria a lamentarsi con Ranieri per averle introdotto in casa un malato, invitando entrambi a cambiare alloggio. Riceve la promessa di trasferirsi altrove e si sentirà rassicurata dal parere del celebre dott. Nicola Mannella, noto per rettitudine e scrupolosità e medico di famiglia del Ranieri e di Leopardi.

Questi, che aveva già visitato il Poeta, senza nasconderne lo stato di salute, riesce con un discorso vago e accomodante, a tranquillizzare finalmente la proprietaria. Leopardi, in questa circostanza, si ostina a credere che la padrona di casa abbia tentato nottetempo d’impossessarsi di una sua cassetta, contenente solo pettini e forbici per la pulizia personale. Ranieri assicura il suo prediletto amico di essersi trattato solo di una “strana allucinazione”, ancor più incredibile, data l’onestà e l’agiatezza della proprietaria.
L’ultima dimora, quella di Vico del Pero n.2, dove morirà in circostanze misteriose, anche questa casa, dove si era trasferito il 9 maggio 1835, era quella che “piaceva di più”, in una delle più “elevate e più sane della città, in Capodimonte”, luogo dall’aria salubre, circondato da orti, in piena campagna, adiacente alla via regale che portava alla maestosa Reggia. Non prima dell’aprile del 1836, perché affetto da artrite reumatoide, Leopardi soggiornò per alcuni mesi nella villa dell’avv. Ferrigni, cognato di Antonio Ranieri, tra Torre del Greco e Torre Annunziata, in una “allegra e saluberrima stanza” all’ombra dello “Sterminator Vesevo”, dove compose La Ginestra (1836) e il Tramonto della luna (1837). Pochi mesi prima di morire, <<il colosso della nostra immaginazione>> viene invitato da Basilio Puoti a visitare la sua scuola. Francesco De Sanctis lo ricorda così ne La giovinezza (1869): <<In quella faccia emaciata e senza espressione tutta la vita s’era concentrata nella dolcezza del suo sorriso>>, e, quando venne a conoscenza della sua morte, scrisse: <<Come, quando, dove non si sapeva. Pareva che un’ombra oscura lo avvolgesse e ce lo rubasse alla vista >>.

In quest’ombra oscura che avrebbe avvolto gli ultimi istanti di vita del Poeta e l’ultima dimora del Leopardi, nel triangolo di tre angusti vicoli (vico del Pero, vico Noce a Fonseca e vico Cimitile, quartiere Stella) è custodita la memoria storica dell’ultimo soggiorno di Leopardi a Napoli e il mistero della sua tomba, ancora al centro di un vibrante dibattito tra studiosi e ricercatori. Quale fosse la causa del decesso e dove fossero i resti mortali del povero Giacomo, nessuno realmente lo sa. Il certificato di morte è custodito nella chiesa di Santa Maria Annunziata (SS.Annuntiatae ad Fonsecam) e il mistero della sua fine è nel perimetro che va dalla casa di Vico del Pero n.2 alla Chiesa della Santa Maria Annunziata, il cui parroco nel 1837 era Pascalis Riccardi. Il certificato medico diagnostica una idropericardite, ma non è da escludere l’ipotesi del colera, associata ad altre comorbilità, di cui il Leopardi aveva sofferto da sempre. La pericardite è un’infiammazione acuta o cronica del pericardio, per lo più, conseguente ad affezioni di organi come la pleura, il cuore o a malattie come la tubercolosi e i reumatismi articolari.

Il corpo fu abbandonato probabilmente dal Ranieri, nella fossa comune del Cimitero delle Fontanelle (Sec. XVIII – XIX), che, proprio nel 1836, fu inaugurato a causa della lue asiatica e, in tale funesta circostanza, registrò un numero esorbitante di decessi o nell’enorme fossa comune del sottosuolo degli Incurabili, letteralmente ingoiata dalla terra. Nel quartiere Stella, si registrarono cinque decessi al giorno per colera; fu chiuso nel 1900, per mancanza di spazio e nel 2006 è stato riaperto per le visite al pubblico. Va ricordato che anche il cuoco Pasquale Ignarra, che conviveva con Leopardi e Ranieri al Vico del Pero (Quartiere Stella), fu contagiato dal colera e morì di lue asiatica come tanti uomini illustri, tra questi l’incisore medagliere Achille Arnaud, il pittore olandese Anton Sminck van Pitloo, il musicista napoletano Nicola Zingarelli, seppelliti tutti nel cimitero dei colerosi a Poggioreale o in quello delle Fontanelle, com’era stato stabilito da un primo provvedimento preso personalmente dal re Ferdinando II: il divieto assoluto di seppellire i morti nelle chiese o in qualsiasi altro punto della città, anche se deceduti per qualsiasi altra malattia: <<Morti di colera e tutti nelle fosse comuni, nudi e nella calce viva>> . Forse Leopardi, trasportato su un carrettone con altri colerosi fu abbandonato nel cimitero delle 366 Fosse,ai piedi della collina di Poggioreale, ma in nessuno dei tanti cimiteri, da me visitati, appare il nome di Leopardi negli Atti cimiteriali del 14 giugno 1837, se non il riferimento esplicito al certificato di morte del cimitero dei colerici di Santa Maria del Pianto, custodito nella chiesa della SS.Annunziata a Fonseca, come imponeva l’editto di Sant Cloud del 1804. Appare chiaro, dalle ricognizioni del 21 luglio del 1900, che la bara era stata manomessa, inoltre, era troppo piccola per contenere lo scheletro di un uomo con doppia gobba; fu sepolto, essendo parroco Francesco Sorbino (1824-1855), per oltre un secolo, nella Chiesa vecchia di S.Vitale martire a Furigrotta dal 1837 al 1939. L’ubicazione di questa ciesa non è quella attuale; la Chiesa di S.Vitale martire, dove fu sepolto il Leopardi, era dove successivamente sarà eretta la chiesa del Buon Pastore, in Via dei legionari nei pressi del Largo Alessandro Lala a Furigrotta.

Era nota la passione del Ranieri per la medicina e la sua frequentazione all’ospedale di Santa Maria del Popolo degli Incurabili per gli studi di anatomia e la vivisezione dei cadaveri. La salma era stata forse trafugata e sottoposta a studi frenologici lombrosiani nello stesso ospedale degli Incurabili, uno dei primi in Europa per questo tipo di indagine sperimentale sul cranio dei defunti. Per esercitare la professione medica e in special modo quella del chirurgo, non era necessaria, in quegli anni, una laurea o una particolare specializzazione, ma una pratica costante presso “gli Incurabili” di dissezione anatomica, eseguita a scopo di osservazione e studio del funzionamento dell’intero organismo o delle sue parti. Questo celebre ospedale, tra i più antichi d’Italia e d’Europa, “per l’eccellenze delle cure” e la “capacità di formare giovani medici specialisti”, non poteva non attirare la passione necrofilica del Ranieri e la sua non trascurabile passione per l’anatomia chirurgica.

<<L’Ospedale degli Incurabili di Napoli>>, scrive Pierluigi Marini, <<è un esempio di simbiosi tra antiche corsie ospedaliere attive da cinquecento anni ed un museo delle Arti sanitarie e storia della Medicina, che ha recuperato nella rete artistica due antichi chiostri, con orto medico ed una elegante spezieria settecentesca. Presso il museo esiste una biblioteca ed un centro di documenti, soprattutto sulle reti ospedaliere del sud del paese che avevano nella Napoli capitale gli Ospedali capofila: la Real Santa Casa della SS. Annunziata ed il Protospedale del reame Santa Maria del Popolo degli Incurabili>> . <<L’ospedale degli Incurabili precipitava i suoi morti in una buca della piscina, situata al centro del suo cortile e che comunicava con antiche cave>>, scriveva nel 1892 il giornalista francese Eugène Marcellin Pellet. La “piscina” degli Incurabili è oggi scavata nelle viscere della collina di Caponapoli. Le vittime dell’epidemia di peste del 1656 furono seppellite in questa cavità fino all’orlo, venendo meno alle più elementari norme igieniche e con grave danno ambientale per l’intera collina, che pure un tempo era famosa per la salubrità dell’aria. Nel 1762, Ferdinando IV di Borbone commissionò all’architetto Ferdinando Fuga l’incarico di costruire il cimitero delle 366 Fosse, che anticipò l’editto di Napoleone di Saint Cloud (1804), con il quale fu stabilito che le sepolture fossero al di fuori delle mura cittadine, in luoghi aperti e soleggiati e che fossero tutte uguali, per evitare discriminazioni, anche con le tombe.

La “piscina” degli Incurabili fu abbandonata, e, nonostante le ricerche, nessuno è stato in grado finora di individuarla. L’esatta ubicazione è ancora ignota, forse seppellita dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, secondo Gennaro Rispoli, custode tenace delle memorie degli Incurabili. È l’ultima missione di un gruppo di speleologici napoletani, che, eredi di Gugliemo Melisurgo, nel 1884 si addentrarono nelle viscere della città, per conoscere i segreti del sottosuolo e i misteri della “città capovolta”. Anche questa grande cavità situata nel ventre nero della collina, la fossa comune, <<ove si gittavano i cadaveri di coloro che muojono nello spitale degli Incurabili>>, come scrive Filippo Ammirati nel 1793, non si lascia trovare…

Nell’Ospedale degli Incurabili, l’équipe di Ferdinando Palasciano, noto chirurgo e promotore della Croce Rossa, amico del Ranieri e del Leopardi, ospiti più volte nella sua torre, al Moiariello, nel 1858, effettuerà prima l’anestesia eterea e poi la cloroformica, per realizzare la litotomia perineale, aprendo così nuovi orizzonti alla chirurgia delle ostruzioni urinarie. Questo Ospedale con la sua storica farmacia degli Incurabili, indicato come “il complesso degli Incurabili”, è situato nel centro storico della città di Napoli, non lontano dal decumano superiore, ora via dell’Anticaglia e non lontano dal Quartiere Stella, dove risiedeva Leopardi e Ranieri. In stile barocco-rococò, anticamente era un laboratorio del farmaco e punto di ritrovo dell’élite dell’Illuminismo napoletano. Fu costruito tra il 1520 e il 1522, per volontà della nobildonna catalana Maria Longo, la quale, dopo essere guarita da una forma grave di artrite reumatoide, la stessa patologia da cui era affetto Leopardi, la nobildonna volle tenere fede a un voto, fondando un ospedale, per la cura di ammalati di sifilide, rifiutati dagli altri nosocomi. In poco tempo, il nosocomio diventò uno dei più importanti di tutto il Regno di Napoli.

La Longo divenne monaca di clausura, fondando l’ordine delle Trentatré (gli anni di Cristo). Le prime consorelle furono alcune prostitute convertite, che, ammalate di sifilide, erano in cura presso questo Ospedale, per questo motivo erano chiamate “l’Ordine delle Convertite”. La frequentazione di Ranieri all’Ospedale di Santa Maria del Popolo degli Incurabili era assidua per i suoi studi di anatomia e per la pratica degli esperimenti chirurgici, volendo, in un primo momento, svolgere la professione di medico.
<<Risolvere una volta e per sempre il mistero, individuare l’esatta ubicazione della “piscina” degli Incurabili è l’ultima missione dello straordinario gruppo di speleologi napoletani guidato da Clemente Esposito, ingegnere chimico, presidente del Centro Speleologico Meridionale>>, scrive sapientemente Vittorio del Tufo . <<L’ospedale degli Incurabili precipitava i suoi morti in una buca della piscina, situata al centro del suo cortile e che cominciava con antiche cave>>, scriveva nel 1892 il giornalista francese Eugéne Marcellin Pellet. La “piscina” degli Incurabili è oggi ai vertici dell’elenco delle grandi cavità napoletane misteriosamente smarrite, assieme alla Grotta degli Spartigliani, tra Poggioreale e Capodichino, ed altri ambienti sotterranei un tempo comunicanti tra loro sotto la collina di Caponapoli, nel cuore della città. Non c’è traccia di questa “piscina”, scomparsa nel nulla: il ventre degli Incurabili continua a custodire il segreto; l’ospedale di Caponapoli, l’antica acropoli della città, nasconde la città dei morti tra detriti e fango accumulati nei secoli.
Nella “città capovolta”, una necropoli immensa utilizzata come fossa comune, nella zona di Caponapoli, tutto si confonde: mito, storia, archeologia, speleologia, riti pagani, culti misterici, cunicoli segreti, storie maledette. Il complesso sanitario degli Incurabili, inoltre è un luogo speciale dove si interfacciano mito e leggenda, archeologia, alchimia e scienza medica, il cui sottosuolo è anche il teatro di uno dei più grandi misteri napoletani. Gli indigenti che non potevano permettersi né un funerale né una degna sepoltura venivano gettati in una fossa, situata in una grande cisterna tufacea, scavata nelle viscere della collina di Caponapoli.

Anche le vittime dell’epidemia di peste che flagellò la citta nel 1656 colmarono la cavità fino all’orlo, senza tener conto delle norme igieniche, contaminando l’ambiente dell’intera collina, che pure un tempo era famosa per la sua solubilità. Antonio Emanuele Piedimonte, ne I segreti della Napoli sotterranea (2017) in questo documentatissimo studio, dimostra che il complesso ospedaliero era molto più ampio di quello attuale e che la morfologia di questo territorio è stata notevolmente modificata nel corso del ‘900. Nel cortile degli Incurabili si riunivano i sette cavalieri della Misericordia per dar vita all’iniziativa benefica del Pio Monte. Tra le Sette Opere di Misericordia, dipinte dal Caravaggio per il Pio Monte della Misericordia, c’è la sepoltura dei morti, che avveniva in questa enorme cava di tufo, utilizzata come fossa comune. La “piscina” degli Incurabili fu abbandonata, in seguito alla costruzione del cimitero del 266 Fosse; nel 1762 Ferdinando IV di Borbone la commissionò all’architetto Ferdinando Fuga, anticipando di 42 anni l’editto napoleonico di Sant.Cloud (1804). Essa era collegata ad altre cavita, forse anche il mitico pozzo dei Pazzi, nel cortile dell’ospedale, dove Giorgio Cattaneo, medico dei pazzi, curava i malati di mente, calandoli nella buca.

Nel marzo 2019, dopo il crollo dell’obside, avvenuto nella chiesa di Santa Maria del Popolo, il pavimento è sprofondato e ha seppellito oltre due milioni di morti in questi ipogei, che, con ogni probabilità si collegano alla “piscina”. Clemente Esposito, erede di Melisurgo, non ha timore di affermare che <<la piscina degli Incurabili è diventata un incubo, la stiamo cercando ovunque sotto l’acropoli>>, perché potrebbe rivleare molti misteri della città sepolta.

La messinscena del racconto del Ranieri dei Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi (1880) non convince più nessuno, perché non possiamo dire con certezza dove siano i resti mortali di Leopardi; con la complicità dei medici dell’Ospedale degli Incurabili, Ranieri ha fatto forse del cranio dell’amico un’analisi accurata, per la definizione della localizzazione cerebrale di alcuni caratteri psichici della personalità del Poeta e della particolarità del teschio, volendo individuare alcune caratteristiche intellettive. È questa un’ipotesi molto verosimile in quegli anni per la ricerca del Lombroso (1835-1909) per l’ “uomo di genio” e per lo studio della devianza, nel settore dell’antropologia criminale, della psichiatria e della medicina . Probabilmente Ranieri, assiduo frequentatore degli Incurabili e attento studioso di anatomia, si esercitava nella vivisezione dei cadaveri e nella pratica chirurgica; frequentava la Farmacia più antica d’Europa e, anche in questo ospedale, si procurava medicinali per il suo sodale, che aveva costantemente bisogno di medicine e cure mediche. Da questo luogo a lui molto noto, oggi “Museo dell’Anatomia” agli Incurabili, trafugò probabilmente le ossa di qualche sconosciuto, per deporle nella presunta tomba del povero Leopardi. Bisogna considerare che, per le persone nobili e per i ricchi, erano previste sepolture nelle cappelle delle chiese, mentre i poveri venivano sepolti nelle fosse comuni, come accadeva nel Cimitero delle Fontanelle o nella nota cavità della “Piscina” dell’Ospedale degli Incurabili. La lettura psico-antropologica di fine secolo segnò anche il consolidarsi nella critica leopardiana di un filone psico-antropologico che indagò sulle ragioni del pessimismo leopardiano, per lo più interrelandole alle infermità psico-fisiche del povero Giacomo. Tale interpretazione, accolta fra gli altri dal Tommaseo, ebbe un certo seguito negli anni successivi, con la formula “della vita strozzata”, divulgata, prima dal Tommaseo e confermata, poi, dal Croce. La malattia del Leopardi e dei suoi malanni psico-fisici sono correlati alla sua vita ed è da essa imprescindibile; occorre perciò riflettere, paradossalmente, che è necessario “guarire dalla slaute”, per raggiungere nello stato patologico un eccezionale momento di compensazione. Svevo, in una lapidaria lettera a Valerio Jahier del 27 dicembre 1927, scrive: <<Perché voler curare la nostra malattia? Davvero dobbiamo togliere all’umanità quello ch’essa ha di meglio ?>>.

L’affinità elettiva tra i disagi psico-fisici e la finzione letteraria in Leopardi sono legate alla malattia, che, nel metodo delle libere associazioni del lavoro analitico, viene riscontrato il suo fantasma poetico e il percorso emozionale della sua visionarietà creativa. L’insostituibile chiave d’accesso, per comprendere la personalità leopardiana, è data dall’ampia raccolta epistolare, che parte dagli anni giovanili fino alla morte. La trasparente sincerità, dai toni confidenziali, diventa confessione dei propri pensieri, con considerazioni amare sulla vita; in una lettera del 1828, scrive: <<Non ho bisogno di stima, né di gloria, né d’altre cose simili; ma ho bisogno d’amore>>; in un’altra del 1830: <<Son risoluto … di pormi in viaggio per cercar salute o morire, e a Recanati non ritornare mai più>>. In molte lettere si può riscontrare il suo malessere psico-fisico, soprattutto in quelle indirizzate all’amico-sodale Antonio Ranieri, celebrato nei Pensieri come compagno della mia vita.

Sarebbe molto riduttivo leggere e interpretare la poesia e il pensiero leopardiano come una compensazione o addirittura uno sfogo di una diretta conseguenza dei suoi mali fisici e psichici personali. Egli stesso replicava nel 1832 a simili insinuazioni, negando che si dovessero intendere le sue <<opinioni filosofiche come il risultato delle sofferenze particolari>> e confuta, in tal modo, queste malignità da parte di qualche suo detrattore: <<Io protesto contro tali invenzioni della debolezza e della volgarità, e prego i miei lettori di distruggere piuttosto le mie osservazioni ed i miei ragionamenti che di accusare le mie malattie>>. È “un tronco che sente e pena”, i cui occhi obnubilati vengono sostituiti dall’amico amanuense degli anni fiorentini per i Canti dell’Edizione Piatti (1930), fino al Tramonto della luna (1937).

Nel settembre del 1830 Leopardi è in via del Fosso a Firenze, incontra Ranieri: “malatissimo ed inconsolabile”: <<La sua immedicabile tristezza cresceva di dì in dì; ed una sera, che mi parve giunta al suo colmo, non seppi astenermi, con vellutate parole, insino alla viva preghiera di palesarmene la cagione>>. <<Cessa, egli mi disse, dalla vana impresa di consolare “disperato”. Io, appunto da quella disperata parola, tolsi il destro di non me ne disperare. E tanto feci e tanto dissi, che, finalmente, il suo cuore ne intenerì, e proruppe, quasi lacrimando, nelle seguenti parole: <<Recanati e morte sono per me tutt’uno: e fra qualche dì andrò a morire a Recanati>>. Prima di arrivare a Napoli, Leopardi scrive al padre che era sua intenzione di trascorrere l’inverno a Recanati, ma temeva l’aria della città natale, sempre funesta alla sua salute; del resto i suoi mali agli occhi erano troppo seri per affidarsi ai medici e ai farmacisti del paese. <<Egli andava dunque per restare alcuni mesi a Napoli; appena starebbe meglio avrebbe il piacere incredibile di venire ad abbracciarlo>>. Nell’aprile de ’31 escono i Canti e Leopardi rivela il suo male agli occhi: <<Ben sapete che queste medesime carte io non ho potuto leggere, e per emendarle m’è convenuto servirmi degli occhi e della mano d’altri>>.

Gravi disturbi oculari, tali da definire la sua vita “una vita da gufo”, per la sua nictalopia, quest’ultima era associata ad altri disturbi visivi di ipermetropia, che peggioreranno nel tempo in tracoma e poi in glaucoma fino a portarlo alla cecità. La capacità visiva notturna era superiore a quella diurna per l’enorme fastidio che gli dava la luce del giorno. I suoi occhi erano sempre cisposi, ma “cilestri e languidi” e degni di ammirazione. Le allucinazioni e la visionarietà notturna erano frequenti, cagionate da sindrome ossessiva di tipo paranoico. La sindrome restrittiva polmonare si accentuerà a Firenze nelle umide e buie stanzette di via del Fosso, ribattezzata poi via Verdi quando il <<bello, biondo, alto e formoso giovane, di maniere gentilissime>>, come ce lo descriverà Francesco Ridella, si prenderà cura di lui, in modo oblativo, fino alla morte. <<Un cuore bellissimo e grande>>, dice di lui lo stesso Leopardi, in una lettera di presentazione ad un suo amico: <<Ti raccomando il mio amicissimo Antonio Ranieri Cavaliere Napoletano, qui mores hominum multorum vidit et urbes, giovane d’ingegno raro, di ottime lettere italiane latine e greche>>. <<Non ci separeremo mai più>> era questo in votis il loro desiderio profondo, al di là di ogni supposizione o malevola insinuazione di rapporto omofilico tra i due: <<Ranieri mio, […] Non puoi credere quanto mi dispiaccia questa brevità che sono costretto ad usar teco; ma se tu potessi comprendere lo stato de’ miei poveri occhi, conosceresti che estrema necessità mi sforzi malgrado mio. Intanto io t’amo come tu solo puoi intendere, e darei anche i miei occhi per consolarti, se valesser. Ti abbraccio come mia unica causa vivendi. Addio, addio>>. La cronica sofferenza agli occhi è anche in quest’altra lettera dell’8 dicembre 1832: <<Ranieri mio. Oggi non ho tue nuove. […] Ti ripeto ch’io t’amo quanto si può amare in questa vita, e che ogni giorno, ogni ora ti sospiro. I miei occhi sono sempre in uno stato infelicissimo, cosa che mi travaglia molto. Addio, anima mia. Ti abbraccio senza fine. Non lasciar mai di scrivermi>>.

Da un’attenta lettura dell’Epistolario leopardiano, si rileva un quadro clinico “severo” e preoccupante, anche per altre patologie, ma le condizioni della sua vista, soprattutto durante il soggiorno napoletano si erano aggravate: <<Io sono minacciato di perder la vista e non posso scrivere…>> . Per le prescrizioni mediche e le visite domiciliari non potevano mancare al capezzale del povero Giacomo le presenze più autorevoli della medicina, il dott. Mannella e il dott. Mollica, <<perché una visita … non poteva costar meno di 15 ducati>> ed era un onorario esoso per le difficili condizioni economiche dei due amici. “L’incomoda oftalmia” lo prostra e lo costringe a trascorrere intere giornate al buio o a letto con le tendine tirate, minando così progressivamente la sua psiche, già duramente provata: si riacutizzano con “la fiera e ostinatissima oftalmia” tutti i suoi mali. Il suo “umor misantropico” si accentuerà, quando la folla stracciona di “pulcinelli” e “lazzaroni”, dopo l’iniziale simpatia che gli riserva, toccandogli la gobba e chiedendogli i numeri da giocare al lotto, cominciava a farsi beffa di lui e della deformità di quel “corpicciuolo”, soprattutto per quella strana deambulazione a cui viene riservato l’epiteto di “ranocchio”, quando si incamminava per le sue frequenti passeggiate solitarie attraverso i vicoli e le piazze della città.

La difficoltà di deambulazione era data anche dalla malattia cronica, che lo accompagnerà per tutta la vita, quella spondilite anchilopoietica che è una malattia infiammatoria cronica sistemica che avrà nel suo caso complicanze cardiache e polmonari (pericardite), forse la causa determinante della sua morte, con alterazioni posturali progressive e invalidanti. La sindrome restrittiva polmonare si accentuerà a Firenze, ma diventerà un fatto non più episodico a Napoli: <<l’asma mi impedisce il camminare, il giacere e il dormire, soffoco …>>. Da qui i frequenti spostamenti a Villa Ferrigni, a Torre del Greco, sulle pendici del Vesuvio. I due amici vi trascorrono un periodo molto sereno tra piacevoli escursioni fino a Ercolano e Pompei. Durante la buona stagione, con la mitezza del clima e l’aria di campagna mitigherà i dolori di quella che oggi viene diagnosticata come artrite reumatoide e i disturbi neurovegetativi di tipo allergico, che poteva mitigare solamente con la dolcezza del clima, essendo un metereopatico, con il cibo e una dieta equilibrata, alimentandosi del latte d’asina e soprattutto con <<il miracolo delle gite>> e <<del voler levarsi per andare in villa>>.

La sua spondilite anchilopoietica o morbo di Bechterew, nota oggi come spondilite anchilosante, era legata a una rara patologia genetica e a fattori ambientali, a causa del clima umido e freddo di Recanati . Al Ranieri non mancava come curare il prediletto amico, data la sua frequentazione agli “Incurabili”, ospedale non lontano dal Quartiere Stella e facilmente raggiungibile a piedi, dall’abitazione di Vico del Pero. Questo Ospedale rinascimentale aveva una spezieria alchemica già dalla metà del Cinquecento. Accanto è sorto il Museo delle Arti Sanitarie, con un’area espositiva di storia del farmaco, ove sono ricostruite anche le farmacie ottocentesche di frà Nicola del quartiere Stella dove abitualmente Paolina Ranieri si recava per rifornirsi di medicinali per la salute malferma di Giacomo. <<L’intero percorso, del laboratorio alchemico alla chimica farmaceutica, è arrichito da manufatti, vasi d’epoca e strumenti del mestiere. Presso la spezieria degli Incurabili era attivo un corso di formazione, tenuto dal collegio degli speziali.

I manufatti qui presenti, di elevato valore scientifico, raccontano la storia dei rimedio-farmaco senza discontinuità dal ‘500 al ‘900. Grazie al ritrovamento dei Notiziari annuali portatili del commercio di Giovanni Robbio del 1831 e del1842, rispettivamente presso l’Istituto di Storia Patria e la Biblioteca Nazionale di Napoli, è stato possibile disegnare una toponomastica dei luoghi leopardiani, per poter individuare le ubicazioni dei negozi e degli altri luoghi legati alla frequentazione del Leopardi a Napoli: dalla scuola di Basilio Puoti a palazzo Bagnara, dal Caffè delle due Sicilie ai Coloniali del Barone Vito Pinto in via Toledo, alla bottega dell’editore Starita, che pubblicò le ultime versioni dei Canti e le Operette Morali, sequestrate dopo il secondo volume, essendo Leopardi ancora in vita. Nella strada di via della Quercia è stata individuata la bottega del tipografo e incisore Lorenzo Bianchi, cui si dovette il protesto di una cambiale che dette non poche preoccupazioni al Leopardi e all’amico Ranieri e ne incrinò i rapporti. Questi Notiziari ci consentono di sapere dov’è ubicata la “panetteria genovese” di via Santa Teresa, i cui bastoni di pane, come li chiama Ranieri, erano preferiti da Leopardi al di sopra di ogni cosa.

L’Ospedale degli Incurabili era ritenuto l’ospedale ideale per curare le malattie ritenute “inguaribili” e si conferma nel tempo per “l’eccellenza delle cure” e di formare giovani medici e specialisti, ad opera di maestri, quali Domenico Cotugno e Domenico Cirillo e maestri della clinica come Murri, Antonio Cardarelli e Giuseppe Moscati. Questo ospedale aveva un incredibile primato di eccellenza, soprattutto per la chirurgia, l’anestesia e per la vaccinazione. Il giovane Ranieri e la sorella Paolina (suora della carità) erano assidui frequentatori di questo celebre Ospedale, noto, nel Regno borbonico, per rigore scientifico e per il grande impegno nella formazione dei giovani, tanto da meritare il nome di Scuola Ospedaliera Napoletana, avendo nel suo interno sale anatomiche e Sale Operatorie e una spezieria settecentesca.

La sorella Paolina e soprattutto Ranieri conoscevano bene, in qualità di abituali visitatori, anche L’Ospedale della SS.Annunziata, per la cura dell’infanzia abbandonata e per l’istituzione assistenziale della celebre Ruota. Alla sua amica Adelaide Maestri, Leopardi aveva scritto fin dalla primavera del 5 aprile 1834, poco dopo il suo arrivo a Napoli: <<L’aria di Napoli mi è di qualche utilità; ma nelle altre cose questo soggiorno non mi conviene molto … spero che partiremo di qua in breve, il mio amico e io. Non so ancora per qual luogo>> . Sperava di <<venire a terminare i miei giorni a Parigi>>, così scriveva il 20 marzo 1834 al filologo svizzero Louis de Sinner, al quale chiedeva di proporre a un editore di affidargli la direzione di una collana di classici italiani con l’aiuto del suo amicissimo Ranieri, <<il quale ha congiunto coi miei i suoi destini>>.

(continua)

Carlo Di Lieto
Carlo Di Lieto
Carlo Di Lieto, critico letterario. Allievo di Salvatore Battaglia, Francesco Orlando e Nicola Cilento, docente di Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli. Autore di Interessanti Studi di Letteratura Italiana.
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