Quando Dante parla di benignità ha sicuramente letto il Sermone per la vigilia della Natività in cui si guarda alla liberalità di Maria non soltanto con fede, cioè con affidamento alla dottrina, ma come pratica concreta del generoso dono che ella fa di sé stessa al mondo. È in questi versi che Dante Le riconosce –in termini poetici – la funzione mediatrice della grazia di Dio.
Oggi la dignità della donna comune che vive la propria fede come testimonianza di amore per la Sapienza nel suo impegno sociale, politico e domestico, non è sempre tenuta in gran considerazione e, a mio parere, questo avviene sia da parte del mondo maschile che da parte di quello femminile. Certamente la donna che vive la fede è guardata con ammirazione e stima, ma la sua figura è ancora legata a quell’iconografia storica e a quella concezione che la vede portatrice più di peccato che di salvezza. Basta pensare ai diversi pregiudizi per i quali la società la considera, spesso, o bigotta o suora o madre o ammaliatrice. Contrariamente a ciò, in quell’epoca, erroneamente definita oscura, ella è associata ad un angelo, “benignamente d’umiltà vestuta”. Dante lo aveva già capito nel Medioevo!
La letteratura al femminile si è evoluta nel corso dei tempi, assumendo caratteristiche diverse, che sono sicuramente lo specchio introspettivo della realtà sociale e culturale vissuta da qualsiasi scrittore o poeta. Ma le donne, si sa, hanno una piccola marcia in più e riescono a farlo con una sensibilità propria, universale che si rivolge, in modo particolare, alla Sapienza. Amore e donna sono in rapporto da sempre nella storia dell’umanità, di conseguenza, anche nella letteratura. È un rapporto ambivalente e contraddittorio espresso anche nel più noto Odi et amo catulliano, ma che nella cultura occidentale e nella conoscenza dell’altro è stato spesso inquietato da tragedie emblematiche quali quella di Didone, Andromaca, Arianna, Nausica. La metafora nel mito ha una sua emblematicità, pertanto, è soprattutto nella poesia che si realizza il progetto di una letteratura al femminile, che ha in sé sia il sentimento della nostalgia sia il nostos. È indubbio, infatti, che i grandi dibattiti dottrinali determinarono un nuovo assetto della società cristiana, costruito sulle eredità del mondo pagano, profondamente rinnovato alle origini della diffusione del cristianesimo medievale in Occidente.
La condizione femminile nel mondo antico e nel Medioevo si è collocata tra il mito e la filosofia, “condizionando” anche le successive prove di scrittura. Infatti, nella cultura medievale e cristiana lo stesso pensiero platonico si è intrecciato con le dottrine dell’Agape e della Caritas, escludendo soltanto in parte l’Eros che nasce dall’egocentrismo umano. Nel corso dei secoli, l’amore è si è trasformato in una forza capace di colmare le carenze dell’essere umano, dal momento che nasce – essenzialmente – come aspirazione al divino, che stimola – sia nell’uomo sia nella donna – la capacità di superare i propri limiti, elevando il proprio essere a una conoscenza più completa di quanto la sua stessa natura di genere potrebbe consentirle. La donna medioevale ha trasmesso quel potente mito dicotomico di amore e morte, fino alla più nota sublimazione stilnovistica, che l’ha resa donna-angelo e tramite di salvezza, conclusasi, poi, nella fenomenologia realistica dell’amore di Giovanni Boccaccio.
L’origine e la fortuna che aveva avuto il ciclo letterario ispirato a Re Artù e a Ginevra, a Lancillotto e ai Cavalieri della tavola rotonda nella ricerca del Santo Graal, sono l’esempio dell’allegoria della ricerca di Dio, in grado di contrastare il male dell’umanità. Le donne iniziano già nel Medioevo poetico, provenzale e italiano, a divenire protagoniste di nuove vicende amorose, rivolte sempre alla cristianità e alla necessità di perfezionare la propria crescita spirituale. Il mondo fantastico che circonda l’eroe determina anche la nuova identità della donna amata, collocata essenzialmente nell’atto di vassallaggio, proveniente, appunto, dall’omaggio feudale.
Tanti sono gli esempi che potremmo riportare sulla poesia amorosa che diviene definitivamente poesia di “lode”, passando attraverso la memoria e la beatificazione.
Pertanto, alla luce della nostra cultura letteraria, che non è MAI avulsa dal tempo, come sarebbe possibile denigrare o giudicare la figura della donna?
Ebbene, seguendo cronologicamente l’itinerario storico-letterario fin qui tracciato, il cosiddetto principio d’imitazione rinascimentale della lirica italiana, sicuramente d’essenza petrarchesca, che anima anche la ricerca filologica e il genere storiografico di circa due secoli, mentre l’Italia e l’Europa vivono anni di conflitti e contrasti religiosi che porteranno ai Concili della Controriforma; nel corso di tutto il XVI secolo, infatti, la Roma dei Papi mecenati diverrà uno dei centri più importanti dell’arte figurativa rinascimentale (si pensi, ad esempio, a Raffaello, Michelangelo o ad architetti come Bramante), nella ricerca inquieta di equilibrio e di armonia, in grado di affermare una nuova concezione dell’uomo, uomo “libero”, che attraverso la ragione, l’intelletto e l’anima possa giungere fino a Dio.
È altresì noto, ahimè, che il codice di comportamento seicentesco poteva giungere perfino alla condanna a morte per “stregoneria” delle donne, che apparivano strane o diverse: in questo periodo, ad esempio, è ambientato il romanzo di Dacia Maraini, La lunga vita di Marianna Ucria, in cui si racconta la storia di questa donna siciliana che diviene muta in seguito al trauma di una violenza subita da bambina, e che inevitabilmente continua a vivere in una condizione di sottomissione e nascondimento nella società di quegli anni. Nel corso del Settecento la figura femminile diviene il ritratto mondano che si concentra, in particolare, sui dettagli fisici e sensuali che la caratterizzano (un riferimento opportuno può essere Parini, che celebra la grazia e l’avvenenza della cortigiana, al di là di altre figure umili descritte altrove; oppure quell’ode riformista intitolata La Laurea e dedicata a Maria Pellegrini Amoretti, che consegue, appunto, la Laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Pavia).
Nello stesso periodo, attraverso il teatro, la donna riconquisterà una certa attenzione, incarnando tutte le contraddizioni dell’epoca: si pensi alla Mirandolina di Goldoni o alle figure femminili di Vittorio Alfieri, che diventano protagoniste dell’eterno femmineo in eventi tragici o eroici, sempre divise fra il coraggio e l’amore quali, per esempio, Antigone, Ottavia, Elettra, che rappresentano gli stessi valori della pietas di cui si fanno portavoce i personaggi maschili nel mondo classico. La prima di questi personaggi femminili, ovvero Antigone, è sicuramente un personaggio famoso del mito greco, la quale, per il suo amore verso il padre cieco e ramingo, per la pietà verso il fratello ucciso, fu largamente preso a soggetto di numerose opere di poesia ispirate dal ciclo tebano.
La ricerca della modernità all’inizio del secolo scorso è stata caratterizzata dalla trasformazione del ruolo dell’artista e dalla mercificazione dello stesso prodotto artistico: per riassumere il tutto in una citazione di Baudelaire, tratta dai suoi Scritti sull’arte, “la modernità è il transitorio, il fuggitivo, il contigente”. La lezione che deriva dal simbolismo italiano e d’oltralpe trasforma e sintetizza le immagini poetiche in nuovi significati, che dispongono l’animo femminile al racconto della realtà, alla denuncia e all’affermazione del sé.
In quegli anni Il ventre di Napoli, Il paese di cuccagna e il Terno secco caratterizzano la città d’adozione di una giornalista /donna come Matilde Serao, che è un emblema storico della narrativa partenopea. L’impegno politico e sociale, volto a non sfociare nel qualunquismo becero a lei contemporaneo, fa sì che la scrittura femminile operi una vera e propria rivoluzione letteraria, non solo nel mondo giornalistico.
Tra il primo e il secondo dopoguerra, la scrittura di un’altra donna, Anna Maria Ortese, è fortemente influenzata dal realismo magico di Massimo Bontempelli, che contrappone un ideale che si sintetizza nella formula “raccontare il sogno come se fosse realtà e la realtà come se fosse sogno”. La Ortese esordisce con i racconti Angelici dolori, del 1927, interpreta e denuncia le ingiustizie della realtà sociale del Meridione. Il mare non bagna Napoli né un esempio, grazie al quale la scrittrice vince il prestigioso Premio Viareggio, collocandosi fra le maggiori autrici dell’epoca.
Le donne, poetesse o scrittrici che siano, nel corso dei secoli hanno dato prova di saper elaborare una poetica propria e mai avulsa dalle tendenze letterarie del proprio tempo.
A questo punto, sorge spontanea una riflessione. Qual è oggi il segno dei tempi della testimonianza? Lancio una provocazione: vivere la fede a modo proprio o come testimonianza di amore e affidamento alla vita? Cosa significa FARE testimonianza della fede oggi? Le donne comuni pensano, soffrono e gioiscono al pari della Madonna, in un mondo diverso che le richiama alle responsabilità originarie della propria scelta.
Non possono essere sempre giovani come Lei, se credono e hanno fede, eppure sono chiamate a testimoniare la fede DEL PASSATO, con la devozione che appartiene al passato, ma che sa adeguarsi al tempo presente. Non possono essere nè bigotte, né sante, né suore, né stolte, specie se custodiscono la fede e la praticano, anche attraverso le ritualità di un passato che potremmo oggi definire A LUNGA CONSERVAZIONE. Possono farlo, a mio parere, senza dubbi o riserve, perché sono innanzitutto PERSONE che rappresentano il segno dei tempi del nostro secolo e dei secoli passati, cioè PERSONE dotate della propria identità sociale e culturale, appassionate alla vita e alla liberalità.



