Nella lunga schiera degli gli uomini di cultura che hanno illuminato la storia di Napoli nei secoli sicuramente Giambattista Vico occupa il posto più alto. Non è un caso infatti che all’inizio del settecento, mentre dilagava in tutta Europa la filosofia cartesiana ed illuministica, proprio da Napoli sia partita la più completa critica alle gravi insufficienze espresse dal pensiero di Cartesio e naturalmente dalla filosofia sensistica che dominò per secoli e continua ancora ad influenzare gran parte del pensiero contemporaneo. Già nella sua prima opera rivoluzionaria, il De antiquissima Italorum sapientia ed ancor meglio nella Scienza nuova, Vico seppe cogliere le incertezze razionali poi i limiti della filosofia di Cartesio e naturalmente di tutti i suoi numerosi seguaci.
Fu Rocco Montano il pensatore che magistralmente seppe individuare nell’opera del filosofo napoletano la raffinata critica contro gli eccessi di un sistema troppo schematico e al tempo stesso di una conoscenza puramente intellettuale che ignora del tutto il senso morale e il vero sapere umano. Infatti già nel 1708 Giambattista Vico pronunciò una vibrante orazione dal titolo De nostri temporis studiorum ratione, nella quale chiarì per la prima volta che la filosofia razionalistica che cercava a tutti i costi un sapere geometrico e del tutto definito non solo avrebbe determinato una lenta ma progressiva decadenza dell’educazione dei giovani ma avrebbe cancellato per sempre la capacità del singolo individuo di orientarsi nel mondo facendo delle scelte di ordine morale e civile. Cartesio pensa solo a distruggere qualsiasi concetto della formazione umanistica. Inoltre mette definitivamente da parte lo studio della sensibilità dei poeti e pertanto impedisce nella formazione delle coscienze la presenza della fantasia determinante per tutto il futuro dell’uomo di ogni tempo. Era un’intuizione che ancor oggi possiede singolare importanza: proprio il nostro mondo infatti ritiene che il giudizio scientifico possa essere trasferito anche alla valutazione di ciò che appartiene ai sentimenti individuali.
Se volessimo proprio cercare il punto più debole di tutto il sistema cartesiano avremmo a disposizione la forte e determinata riflessione vichiana che ritiene del tutto arbitraria infondata la concezione razionalistica della scienza. Proprio a questo proposito Andrea Battistini, letterato finissimo erede della grande tradizione culturale felsinea, in un saggio di singolare pienezza culturale, coglieva in pieno il significato della indagine di Montano, addirittura ponendo un paragone anche di esperienza di vita con il filosofo napoletano. Entrambi infatti sia pure per motivi diversi hanno dovuto subire l’ostracismo delle correnti letterarie e filosofiche prevalenti ma non hanno mai smesso di proseguire nella ricerca di una verità inoppugnabile, evitando di lasciarsi soffocare dal conformismo che purtroppo da sempre accompagna la vita dei chierici, come sapeva bene Benda.
Infatti il vero punto di riferimento di Vico è sicuramente Galileo, la cui concezione epistemologica sa ben valutare i limiti della conoscenza nella consapevolezza che le ragioni interne della natura e delle cause che la determinano sfuggono alla nostra lettura. Per la prima volta il carattere provvisorio della scienza e pur sempre ipotetico- dice Battistini-viene da Vico salvato dalla facile chimera dello scetticismo e del sensismo come Galilei in maniera rivoluzionaria aveva scelto la fenomenologia al posto dell’ontologia ormai impossibile da difendere. Infatti è proprio seguendo il metodo galileiano che si fonda sulla matematica e sull’osservazione dei fatti che è possibile conoscere la scienza, mettendo quindi da parte il sistema puramente astratto di Cartesio.
In verità la vera conoscenza non può mai prescindere da una complessa integrazione capace di mettere insieme tutte le forze infinite che dipendono da un’unica ragione essenziale. Brilla a questo punto la certezza vichiana che l’uomo può conoscere solo tutto ciò di cui riesce a ricostruire la genesi. Non a caso infatti l’antico latino usava la stessa parola per indicare ciò che era vero e ciò che si era verificato:verum et factum convertuntur , il vero e il fatto sono la stessa cosa. Noi possiamo conoscere solo gli eventi di cui abbiamo certezza. Il mondo naturale sfugge alla conoscenza umana vera perché non è stato costruito dall’uomo nè è possibile ricostruirlo. E proprio a questo punto-Montano spiega con chiarezza-che Cartesio crea un sistema razionale autonomo ma non veritiero della realtà. La prima verità assoluta del filosofo francese è la certezza del suo pensiero e quindi della sua esistenza.
Ma si tratta di una semplice constatazione perché noi non possiamo affermare di conoscere con perfezione una cosa solo perché ne avvertiamo l’esistenza. Il particolare-dice con sicurezza Battistini-non possiede alcuna sicurezza di conoscenza: occorre prima conoscere la ragione universale da cui dipende il particolare. Ritorna allora poderosa la forza della metafisica che è la fonte di ogni verità, da cui anche le altre scienze traggono le loro certezze. Proprio in questa direzione la filosofia di Vico accetta della scienza solo la dimensione empirica, limitata ad alcuni aspetti. Ciononostante la scienza non viene rinnegata. Anzi Galileo gli sembra una figura di assoluto rilievo. Bisogna però avvertire i limiti della fisica e cercare per altra strada in senso metafisico del reale.
La necessità della nuova scienza
Nel 1720 Giovanbattista Vico pubblicò in latino un’opera dal titolo Del principio e del fine unico del diritto universale che si fondava essenzialmente su un concetto del tutto nuovo: lo studio delle parole…ci permette di conoscere la storia. Per la prima volta la filologia diventava così la scoperta della coscienza umana nelle epoche passate, riconquista della storia dello Spirito dell’uomo nel corso dei secoli. Il diritto diventava così l’aspetto più importante della evoluzione della società umana. L’uomo possiede innata una aspirazione al vero che combatte e vince le passioni diventando così virtù; se invece cerca di dare una regola sicura alla ricerca della utilità individuale essa diventa giustizia e permette di raggiungere un livello sociale sempre migliore. Pertanto Vico iniziò allora una feroce battaglia contro tutti i pensatori di matrice epicurea che egli chiama i giusnaturalisti materialisti atei, da Epicuro a Machiavelli, da Hobbes a Spinoza. Non fu l’utilità a creare il diritto nella società umana.
Il Vero è il principio di ogni diritto naturale mentre l’utile fu solo l’occasione che spinse gli uomini a fondare o meglio celebrare la loro natura sociale. Risulta evidente così che l’opposizione a tutta la filosofia giusnaturalistica che ha finito col diventare dominante in tutto il mondo occidentale diventa per Vico la ragione stessa della sua indagine. Naturalmente la scelta del filosofo napoletano è fortemente influenzata dalla sua decisa appartenenza al mondo cattolico. In un periodo nel quale più forte e decisiva si mostrava la volontà delle nazioni più importanti d’Europa, eccetto la Spagna, ad imporre un nuovo sistema di pensiero che si fondava da un lato sul materialismo e dall’altro trovava facile sponda nella visione protestante e calvinista, il discorso intorno all’origine della società impostato da Vico appariva quantomai lontano dal nuovo corso della filosofia ormai votata all’accettazione del meccanicismo e dell’utilitarismo nella ricostruzione non solo della storia del diritto ma anche di tutta la società umana.
Chiaramente con questa impostazione Gianbattista Vico entrava in deciso contrasto con il giusnaturalismo allora dominante da Grozio ad Hobbes fino a Puffendorf. Per questi pensatori infatti il genere umano è naturalmente disposto verso l’associazione pacifica e la risoluzione dei conflitti sociali attraverso norme precise. In altri termini esiste una base naturale del diritto che si identifica con la ragione ma sono poi le leggi positive, protette dall’autorità, ad imporre il vero diritto. Tale lettura della evoluzione del diritto appariva assolutamente insufficiente alla riflessione vichiana. Infatti l’ autorità delle leggi stesse non potrebbe avere alcuna forza se non avesse solide fondamenta sui principi della equità e dell’onestà che sono alla base della società.
Esiste quindi un diritto che nessuna legge potrà mai mutare: la giustizia, che è il fondamento di ogni società sulla quale si fonda l’unico principio e l’unico fine del diritto. Grozio invece era convinto che il diritto naturale esiste anche fuori del cristianesimo e coincide con la innata dote dell’uomo di dare importanza a ciò che è conveniente. Riprendendo Sant’Agostino il filosofo napoletano afferma che il vero è alla fonte di ogni diritto naturale e che solo la religione cristiana può offrirlo. Non a caso infatti proprio il libro sul diritto universale si conclude con un capitolo con il quale viene definitivamente sancita la origine cristiana del diritto stesso. Ma è utile a questo punto ricordare come la grande intuizione di Vico superi anzi metta completamente da parte la concezione della storia universale del teologo francese Bossuet per il quale la storia è stata mossa in ogni tempo dalla Provvidenza divina.
Al contrario invece bisogna tenere sempre presente le forze in campo che danno vita alle istituzioni, alle leggi. Bisogna studiare le cause interne che spingono ai cambiamenti, che offrono singolare slancio ad un’epoca, che preludono alla decadenza. Pertanto conclude Vico le istituzioni e le leggi manifestano chiaramente le diverse fasi dello sviluppo storico. Così facendo è possibile finalmente spiegare in forma chiara e soprattutto esauriente, in tutto il corso della storia umana, il susseguirsi delle nazioni nella egemonia di grandi aree del mondo. Appare così evidente che esiste una legge che domina la storia per così dire ideale ed eterna del genere umano, indipendentemente dai fatti contingenti di nuovo e di tempo. È singolare come in questa sua intuizione, che naturalmente riesce a ricostruire in maniera rigorosa i processi giuridici che sono stati alla base dei mutamenti politici, il nostro filosofo anticipa perfettamente l’opera di Montesquieu, Lo spirito delle leggi del 1748, caposaldo assoluto della moderna interpretazione dei rapporti giuridici all’interno delle nazioni.
Le conclusioni del pensatore francese coincidono perfettamente con le anticipazioni di Giambattista Vico. Non dobbiamo però dimenticare che esiste una profonda divergenza sulla spiegazione meccanicistica utilitaristica del diritto della società. Esisteva a questo punto una difficile e complessa operazione da svolgere. Bisognava infatti unificare l’accertamento dei fatti, il certum, che solo la filologia può raggiungere con una visione filosofica capace di dimostrare razionalmente la necessità umana di ciò che accade, il verum. Sin dalle sue prime opere Vico aveva capito che era mancata completamente nella storia della cultura occidentale la capacità di costruire una scienza che fosse contemporaneamente storia e filosofia dell’umanità. E questo il più straordinario contributo offerto al mondo moderno! Bisognava costruire una nuova scienza nella quale la filosofia e la filologia diventassero capaci di coincidere e al tempo stesso di comprendere tutte le vicende conosciute.
Combattere contro l’illuminismo significava innanzitutto mettere da parte qualsiasi interpretazione per così dire ottimistica e razionalistica della realtà. Occorreva però anche evitare di cadere nella tentazione di identificare la realtà e di esaurirla nel nostro pensiero, cadendo così nell’idealismo. Bisogna invece conoscere i fatti; le verità che la mente si propone non hanno valore finché non sono convalidate dalla certezza del fatto. Non si può conoscere nulla del passato senza accettare l’idea che gli uomini in ogni momento attraverso errori debolezze ma anche atti eroici hanno finito sempre per riconoscere la forza assoluta di un disegno superiore che travalicava ogni possibile tentativo pur razionale. Appare evidente come questa concezione della storia sia agli antipodi delle risoluzioni che da oltre due secoli da una parte gli idealisti e dall’altra i marxisti e nell’ultima ora gli pseudomarxisti e gli antistoricisti propongono.
Per tutti questi studiosi la storia è l’unica manifestazione o dello Spirito o della Dialettica sempre immanenti nel processo storico. Tutto viene giustificato, tutto può essere accettato e soprattutto ogni azione viene non solo giustificata ma addirittura esaltata. Mai come nel nostro tempo così lacerato dal modernismo esasperato che cerca di sostituire la macchina, l’azione tecnologica, il meccanicismo totale in ogni momento alle scelte dell’uomo, la parola di Vico sembra essere utilissima.
La storia dei popoli pur presentando singolari analogie ha sempre avuto una evoluzione completamente diversa a seconda del tempo e della cultura di fondo delle nazioni. Mentre i pensatori moderni fanno continuamente profezie o preparano scenari sempre più avveniristici, il suo discorso sembra necessario per frenare gli impulsi più violenti che sembrano fatalmente sfociare nei conflitti, anticipando addirittura un esito fatale per tutto il pianeta. Rileggere così la lunga affettuosa consuetudine critica di Rocco Montano nella ricostruzione più aderente alle vere intenzioni di Giambattista Vico e ritrovarne le idee fondamentali nel saggio di Andrea Battistini mentre vengono proposte interpretazioni di tipo vagamente idealistico o addirittura illuministico da più interpreti mi sembra il più onesto contributo al tentativo di offrire finalmente una lettura meno ideologizzata del più importante filosofo napoletano di ogni tempo!



