Social vietati agli under 16? L’Europa accelera, tra allarmi, diritti e nuove regole

Dalla “coalizione dei volenterosi digitali” guidata dalla Spagna alle accuse della Commissione Ue contro TikTok: proteggere gli adolescenti significa spegnerli dai social o ripensare l’ecosistema digitale?

Lello La Pietra
Lello La Pietra
Giornalista professionista, autore e conduttore televisivo.

Negli ultimi mesi il dibattito europeo su social network e minori ha cambiato passo. Non si tratta più soltanto di raccomandazioni o campagne di sensibilizzazione, ma di proposte concrete di divieto. Dopo Francia, Danimarca, Grecia, Austria e Portogallo, anche la Spagna ha annunciato l’intenzione di vietare l’accesso ai social media ai minori di 16 anni. Il primo ministro Pedro Sánchez ha parlato apertamente di una “coalizione dei volenterosi digitali”, un fronte comune per rafforzare la tutela dei più giovani nello spazio online.

Parallelamente, la Commissione Europea ha mosso gravi accuse contro TikTok, ritenendo che alcuni elementi del suo design possano creare dipendenza e danneggiare la salute fisica e mentale dei giovani utenti. È un passaggio cruciale: per la prima volta l’attenzione non si concentra solo sui contenuti, ma sull’architettura stessa delle piattaforme (algoritmi, notifiche, scroll infinito) accusata di incentivare un uso compulsivo.

La questione, però, è più complessa di quanto sembri. Vietare l’accesso ai social agli under 16 è una risposta efficace o una scorciatoia politica? È una misura di protezione necessaria o rischia di essere simbolica, difficile da applicare e potenzialmente controproducente?
Negli ultimi anni l’Unione Europea ha adottato strumenti normativi ambiziosi per disciplinare il mondo digitale. Il GDPR (General Data Protection Regulation) ha introdotto tutele stringenti sulla protezione dei dati personali, compresi quelli dei minori. Il Digital Services Act (DSA) ha imposto obblighi di trasparenza e responsabilità alle grandi piattaforme, in particolare rispetto ai rischi sistemici, tra cui quelli per la salute mentale e la protezione dei minori.

Eppure, nonostante questo impianto regolatorio, molti governi ritengono che non sia sufficiente. Da qui l’idea di intervenire direttamente sull’età minima di accesso ai social, alzandola a 16 anni e rendendo il divieto effettivo.

La Francia è stata tra i primi Paesi a muoversi in questa direzione, prevedendo restrizioni più severe per gli under 15. Ora la Spagna rilancia, collocandosi in una dinamica europea più ampia: non un’iniziativa isolata, ma una strategia coordinata tra governi che condividono la stessa preoccupazione.
Il messaggio politico è chiaro: la tutela dei minori nello spazio digitale non può essere lasciata alla sola autoregolamentazione delle piattaforme.

Se guardiamo oltre i confini europei bisogna evidenziare che l’Australia ha fatto da apripista a dicembre 2025 come primo Paese al mondo a vietare i social ai minori di 16 anni e poi è stata la volta della Nuova Zelanda.

Ma se l’Europa accelera cosa accade in Italia? Una proposta di legge sul divieto generale di fruizione di social network online per i minori di 15 anni è stata depositata in Parlamento dalla Lega, ma non è nuova perché da oltre un anno e mezzo è bloccata un’altra proposta di legge bipartisan di analogo contenuto.
Nei giorni scorsi è intervenuto sul tema il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara. “Social e cellulari stimolano aggressività, disinteresse, bullismo, scarsa empatia, fragilità- ha dichiarato – nei giovani che non sono “più abituati a sentire il ‘no’ considerato per anni repressivo, castrante; tutto questo è anche all’origine del disagio giovanile. Una delle rivoluzioni più importanti che abbiamo avviato, è un uovo di Colombo, è aver ripristinato il valore del buon senso partendo dall’utilizzo di carta e penna. senza libri si diventa abulici, sonnolenti, ormai si è persa la manualità e la fatica.

Non passa in secondo piano la mossa della Commissione Europea contro TikTok che segna un cambio di paradigma. L’attenzione si sposta dal “cosa” al “come”. Non solo contenuti inappropriati o disinformazione, ma il funzionamento stesso della piattaforma. Secondo le accuse, alcuni meccanismi — raccomandazioni personalizzate, notifiche costanti, ricompense intermittenti, feed infinito — sarebbero progettati per massimizzare il tempo di permanenza, stimolando dinamiche di dipendenza, soprattutto tra i più giovani. Un’accusa pesante, che tocca il cuore del modello economico dei social: l’economia dell’attenzione.

Il punto non è solo il numero di ore trascorse online, ma l’impatto che questo può avere su: qualità del sonno, concentrazione, autostima, percezione del corpo, relazioni sociali offline

Numerosi studi scientifici hanno evidenziato correlazioni tra uso intensivo dei social e aumento di ansia, depressione e disturbi dell’immagine corporea negli adolescenti. Tuttavia, la comunità scientifica resta divisa sulla direzione causale: i social causano disagio o attraggono giovani già vulnerabili?

Uno dei principali interrogativi riguarda l’effettiva applicabilità del divieto attraverso la verifica dell’età di un utente, ma alcuni esperti sostengono che il vero nodo non sia l’età di accesso, ma la struttura delle piattaforme. In questa prospettiva, le misure più efficaci potrebbero includere: disattivazione automatica delle notifiche push per i minori, limitazioni di tempo integrate, feed non personalizzati per default, divieto di pubblicità mirata ai minori e maggiore trasparenza sugli algoritmi. In altre parole: non spegnere i social, ma renderli meno invasivi.
Oppure “i social a pagamento potrebbe essere la strada maestra” come ha dichiarato su Italia Oggi il professor Mauro Masi, delegato italiano alla proprietà intellettuale.
“Quando Elon Musk decise di far pagare agli utenti di Twitter la cosiddetta spunta blu   ha spiegato Masi – sottolineammo che presto sarebbe stato seguito da altri gestori. Così è stato. Mark Zuckerberg ha annunciato un provvedimento simile per Facebook e Instagram. Forse si apre per Internet l’era dei social a pagamento ed è, a suo modo, un passaggio rivoluzionario che, tra l’altro, dovrebbe poter scoraggiare chi accede ai social in maniera patologica e, soprattutto, allontanare i minori.

In questa epoca non è affatto facile il ruolo delle famiglie e della scuola.
Le famiglie, spesso, si trovano sole di fronte a un mondo digitale che evolve più rapidamente delle norme e delle competenze educative. Anche la scuola fatica a integrare in modo sistematico un’educazione ai media che non sia episodica. Un divieto potrebbe alleggerire 

La domanda finale resta aperta: è più efficace vietare o trasformare?
Un divieto potrebbe ridurre l’esposizione precoce e guadagnare tempo prezioso nello sviluppo adolescenziale. Ma rischia di essere aggirato, di spostare il problema altrove o di ignorare le radici strutturali del disagio. Ripensare il design delle piattaforme, invece, affronta il problema alla fonte, ma richiede un confronto complesso con modelli economici consolidati.
Gli adolescenti di oggi sono la prima generazione cresciuta integralmente nell’ecosistema algoritmico. La loro identità si costruisce anche attraverso schermi, feed e notifiche. Ignorare questo dato sarebbe miope; demonizzarlo, altrettanto.

La sfida per l’Europa non è soltanto decidere se un quindicenne possa o meno aprire un account su un social network. È stabilire quale tipo di spazio digitale vogliamo costruire: uno che massimizza il tempo di permanenza o uno che tutela il benessere? Uno che considera i minori come target pubblicitari o come soggetti vulnerabili da proteggere?

Lello La Pietra
Lello La Pietra
Giornalista professionista, autore e conduttore televisivo.
Articolo precedente
Articolo successivo
spot_img
spot_img

Ultimi articoli

Cieli

Le promesse

Vacanze

Zio Vania

Umori

Le opere fiorentine

Selezione

Il poema “sacro”