Transizione Energetica e Geopolitica

Angelo Mario Taraborrelli
Angelo Mario Taraborrelli
Già dirigente dell’Eni, insegna oggi alla Luiss.

La transizione energetica, che consiste da un lato nella progressiva, pressoché totale riduzione dei consumi di fonti fossili (carbone, petrolio e gas naturale) e, dall’altro, in un significativo aumento dell’efficienza nella produzione e nei consumi di energia, avrà – e per alcuni aspetti ha già avuto – non trascurabili riflessi sul piano geopolitico.

Analisti di diversa estrazione hanno generalmente concentrato la loro attenzione sugli aspetti geopolitici legati ai flussi di importazione/esportazione del petrolio e del gas naturale con particolare riguardo alla stabilità e alla sicurezza di questi flussi.

La transizione energetica apre la prospettiva della geopolitica a nuovi scenari che riguardano in particolare l’evoluzione sul piano socio-politico ed economico dei paesi che oggi sono produttori ed esportatori di fonti fossili che, a seguito della crescita dei consumi di energia prodotta da fonti rinnovabili, vedranno progressivamente ridursi le rispettive esportazioni e, di conseguenza, dei loro redditi. Le implicazioni di tale tendenza sono rilevanti, tali da determinare gravi fenomeni di instabilità sociale e politica che potranno essere evitati solo nella misura in cui i paesi la cui economia è largamente dipendente dalla produzione/esportazione di fonti fossili sapranno avviare un processo di diversificazione delle loro economie.

Altri paesi hanno indirizzato le loro esportazioni verso nuovi mercati per compensare la prevista riduzione dei consumi di fonti fossili nei loro tradizionali mercati di sbocco verso nuovi mercati in grado di garantire nel tempo una significativa, stabile domanda, con non trascurabili riflessi sul piano geopolitico.

A questo riguardo va ricordato il caso della Russia che, di fronte alla transizione energetica promossa con forza dall’Unione Europea, ha ricercato e avviato, già molto prima della guerra in Ucraina, nuovi flussi di esportazione verso la Cina con il gasdotto Power of Siberia, superando antiche e profonde divergenze.

La transizione energetica apre anche altri e nuovi scenari sul piano geopolitico, legati strettamente allo sviluppo delle fonti fossili e che attengono alla disponibilità di risorse naturali, come alcuni metalli e terre rare, per la produzione dei componenti dei componenti dei sistemi fotovoltaici ed eolici per la produzione di energia da fonti rinnovabili, per le batterie necessarie per lo stoccaggio dell’energia elettrica e per le batterie delle auto elettriche.

In altri termini, di fronte alla prospettiva della transizione energetica, emerge la necessità di analizzare i potenziali flussi di esportazione/importazione di materie critiche per la transizione stessa, per valutarne in prospettiva i rischi eventuali per la loro disponibilità nel tempo. Sotto questo profilo, non vi è dubbio che la relazione tra geopolitica e settore energetico, storicamente focalizzata sulla sicurezza degli approvvigionamenti di petrolio e gas naturale dei paesi industrializzati, dovrà ampliarsi per tenere conto di problemi nuovi e sino ad oggi mai emersi nella realtà.

Lo studio e l’analisi dei nuovi ambiti della geopolitica appaiono tanto più urgenti quanto più rapida sarà l’evoluzione del sistema energetico nel senso della transizione.

Ad oggi, nonostante gli impegni assunti da molti paesi dalla Conferenza di Parigi del nov.-dic. 2015 in poi, la transizione energetica non sembra avanzare alla velocità che la lotta al cambiamento climatico richiederebbe.

La progressione della transizione energetica inferiore a quanto necessario e la percezione di una condizione di sicurezza implicita nella disponibilità di risorse naturali quali il sole e il vento, potrebbe indurre a trascurare l’analisi di potenziali criticità sul piano geopolitico. Tali criticità possono riguardare in primo luogo la stabilità politica di alcuni paesi fornitori dei metalli e delle terre rare essenziali per la produzione dei componenti dei sistemi fotovoltaici ed eolici, delle batterie per lo stoccaggio dell’energia elettrica e delle batterie per le auto elettriche. In secondo luogo vanno considerati i rischi connessi alla stabilità e alla sicurezza di eventuali flussi di import/export di energia elettrica che potrebbero essere attivati nel caso non improbabile di uno sviluppo delle fonti rinnovabili in termini non omogenei tra paesi confinanti. Infine, non possono essere trascurati i rischi per gli investimenti esteri in paesi in via di sviluppo con potenziale instabilità politica e la necessità di predisporre adeguati meccanismi di protezione.

Tuttavia, non può escludersi, che la transizione energetica veda uno sviluppo accelerato rispetto al passato nel caso tutti i paesi, o almeno quelli di maggior peso in relazione ai consumi di energia e alle emissioni di CO2, terranno fede agli impegni assunti   nell’ambito delle annuali Conferences of the Parties (COP) delle Nazioni Unite, come si può evincere dallo scenario APS (Announced  Pledges Scenario) nel grafico precedente o, a maggior ragione, punteranno a un sistema energetico a “emissioni zero” entro il 2050 (NZE nel grafico precedente).

In questi ultimi casi, il fabbisogno di materie prime critiche per lo sviluppo dei settori fotovoltaico, eolico e delle batterie inevitabilmente inizierà ad aumentare già nel breve-medio termine. A fronte di tale eventuale nuova situazione, risulterà essenziale avere una visione sufficientemente chiara del complesso quadro geopolitico, al fine di garantire la stabilità e la sicurezza degli approvvigionamenti di quelle materie prime critiche.

La sicurezza della disponibilità delle materie prime critiche assume una maggiore e vitale importanza nel caso dei paesi che intendono sviluppare al proprio interno l’attività di produzione dei componenti e dei sistemi di generazione di energia da fonti rinnovabili, attività che i paesi europei fino a oggi hanno lasciato sostanzialmente all’industria cinese. I paesi membri dell’Unione dispongono complessivamente di una capacità produttiva di moduli solari pari a 6 GW che, peraltro, è parzialmente utilizzata a causa della competitività delle importazioni dalla Cina.

Pertanto, l’Unione Europea ha preso concretamente atto della mancanza di una capacità produttiva adeguata e coerente con gli ambiziosi programmi di sviluppo delle fonti rinnovabili e il 6 febbraio 2024 ha annunciato il Net Zero Industry Act (NZIA) che si pone l’obiettivo di incentivare gli investimenti nell’ambito dell’Unione in nuova capacità produttiva per arrivare a coprire il 40% del fabbisogno di sistemi connessi alla transizione energetica entro il 2030.

È evidente che la nuova politica dell’Unione Europea determinerà un crescente fabbisogno di importanti flussi di importazione di materie prime critiche la cui attivazione, sulla base dell’art. 194 del Trattato di Lisbona sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) dipenderà dall’iniziativa dei singoli paesi membri.

Pertanto, la ricognizione delle fonti di approvvigionamento delle materie prime critiche rappresenta un passaggio fondamentale per poter individuare quelle situazioni che in prospettiva potrebbero incidere negativamente sulla sicurezza degli approvvigionamenti.

In altri termini, la prospettiva della geopolitica dovrà ampliarsi progressivamente dalla sicurezza degli approvvigionamenti di petrolio e gas naturale a quella delle materie prime critiche per la transizione energetica.

Nel seguito verranno analizzate le riserve e le produzioni di alcune materie prime critiche (cobalto, litio, terre rare) sotto il profilo delle quantità e della localizzazione geografica per individuare potenziali criticità relativamente alla sicurezza degli approvvigionamenti.

L’offerta di cobalto è particolarmente diversificata in quanto molti paesi dispongono di riserve rilevanti, ma alcuni di questi paesi, in particolare la Repubblica Democratica del Congo (Zaire), il più importante quanto a riserve presentano rischi di potenziale instabilità.

I due grafici consento alcune considerazioni importanti di ordine generale circa la sicurezza degli approvvigionamenti.

Le riserve totali di Cobalto sono di dimensioni rilevanti rispetto al livello attuale della produzione con un indice di vita (R/P) superiore a 50 anni.

Il paese di gran lunga dominante nel settore è senza alcun dubbio lo Zaire che conta per il 56% delle riserve e per oltre il 70% della produzione mondiale.

Nel complesso alcuni dei paesi indicati nei due grafici (Zaire, Zambia, Madagascar) possono essere esposti a potenziali fenomeni di instabilità o di corruzione con il conseguente rischio di improvvisi cambiamenti nella politica di sfruttamento della risorsa. Altri paesi (Cina, Russia, Cuba) risultano nello scenario internazionale in contrapposizione a quelli dell’Occidente industrializzato il quale, pertanto, può contare soltanto sulla stabile, sicura e non condizionabile disponibilità delle risorse di Australia e Canada.

Per il Litio il quadro delle riserve (si veda il grafico seguente) appare profondamente diverso da quello del Cobalto sia per quanto riguarda sia la localizzazione geografica, sia la consistenza che, rispetto agli attuali livelli di produzione, si traduce in un indice di vita di 131 anni. Tale elevato indice di vita indica evidentemente uno sfruttamento moderato delle risorse accertate che è stato comunque adeguato per soddisfare la domanda che negli ultimi anni è risultata in forte e rapida crescita.

Le riserve e la produzione di Litio sono concentrate per il 77% in quattro paesi (Australia, Cile, Argentina, USA), per cui è ragionevole prevedere una disponibilità sul mercato stabile e in grado fare fronte al prevedibile aumento della domanda in linea con lo sviluppo della transizione energetica. La Cina rappresenta il 15% delle riserve che vengono attualmente sfruttate con una produzione relativamente modesta.

Va notata, in particolare, la situazione degli USA, nella quale, considerando il rapporto tra il modesto livello della produzione rispetto alla consistenza delle riserve, sembra emergere una politica conservativa della risorsa.

Per quanto riguarda le Terre Rare (si veda il grafico seguente), emerge in primo luogo la posizione della Cina le cui riserve sono pari al 38% del totale, mentre la sua produzione rappresenta il 68% del totale mondiale. Altri paesi che occupano una posizione rilevante nell’ambito delle riserve sono il Brasile (18,2%), la Russia (8,7%)e l’India (6,0%). I quattro paesi sopra citati rappresentano congiuntamente il 68% delle riserve mondiali, mentre USA (1,6%) e Australia (4,9%) si collocano su livelli molto modesti.

Come si evince chiaramente dal grafico, il settore delle Terre Rare risulta largamente dominato dalla Cina sia per le riserve di cui dispone, sia per la quota della produzione sul totale mondiale.

È importante porre in evidenza che, se congiuntamente alla posizione della Cina, si considerano quelle di Brasile, Russia e India, si profila una situazione nella quale non si può escludere la formazione di un cartello in grado di governare livelli produttivi, flussi di esportazione sulla base di considerazioni di carattere politico/strategico, e prezzi.

Pertanto, mentre per il Cobalto e il Litio il quadro delle riserve non presenta al momento situazioni di particolare gravità per l’Occidente industrializzato relativamente alla sicurezza degli approvvigionamenti, per le Terre Rare la situazione appare decisamente preoccupante e potrà essere superata solo con un incisiva attività diplomatica, un forte sviluppo tecnologico e ingenti investimenti.  

In altri termini l’Occidente industrializzato, e l’Europa in particolare, rischiano di passare dalla tradizionale dipendenza dalle importazioni di petrolio dai paesi membri dell’OPEC e di gas naturale dalla Russia, a una nuova dipendenza da paesi che attualmente si collocano su posizioni di aperta contrapposizione all’Occidente (Cina e Russia) o, comunque, di “non vicinanza” (India e Brasile).

Va sottolineato che tale nuova dipendenza potrebbe rallentare il processo della transizione energetica o, comunque, renderlo più oneroso sul piano economico attraverso politiche dei prezzi opportunamente concordate.

Questo problema, di indubbia rilevanza sul piano geopolitico e delle relazioni internazionali sembra essere stato largamente trascurato dall’Unione Europea che, a fronte di una politica energetica e ambientale caratterizzata da una crescente ambizione relativamente agli obiettivi da raggiungere, ha trascurato l’importanza della sicurezza degli approvvigionamenti e della realizzazione di sistema produttivo di componenti e sistemi all’interno dell’Unione (su quest’ultimo punto, l’Unione sembra aver preso atto del problema solo nel febbraio 2024, come ricordato in precedenza).

Altra questione collegata alla sicura disponibilità delle materie prime critiche è quella degli impianti di trattamento dei minerali e della loro localizzazione. Tali impianti sono attualmente largamente presenti in Cina tanto che in molti casi i minerali prodotti in diversi paesi vengono inviati in Cina per essere trattati e successivamente esportati verso i paesi di origine.

Oltre a quelli connessi alla disponibilità delle materie prime critiche, la transizione energetica determina ulteriori rischi sul piano geopolitico che riguardano la sicurezza degli eventuali flussi di import/export dell’energia elettrica, la possibilità di attacchi informatici e la protezione degli investimenti all’estero.

La transizione energetica, attraverso il crescente utilizzo delle fonti rinnovabili, comporterà il progressivo spostamento degli usi finali dell’energia verso il settore elettrico. Tale tendenza avrà come conseguenza la progressiva sostituzione dei tradizionali flussi di import/export di petrolio, prodotti petroliferi e gas naturale all’interno dell’area dell’Unione Europea e dall’estero verso l’Unione, con scambi di energia elettrica.

Nel caso di importazione di energia elettrica prodotta da grandi impianti di fonti rinnovabili localizzati in paesi potenzialmente instabili i paesi europei sarebbero esposti a possibili interruzioni del flusso o a pressioni di natura politica che potrebbero essere superata solo in presenza di una elevata interconnessioni delle reti.

Inoltre, la crescita delle fonti rinnovabili determinerà un sistema di generazione frammentato in un elevato numero di impianti, che richiederà ingenti investimenti per la realizzazione di un sistema di gestione digitalizzata dell’intero settore elettrico, dalla produzione al consumatore finale. In tale nuova situazione, il settore elettrico sarà esposto molto più che in passato al rischio di attacchi informatici di natura estorsiva o, nel peggiore dei casi, finalizzati a obiettivi politici.

Infine, va posta attenzione al problema della protezione degli investimenti volti a realizzare la transizione energetica nei paesi in via di sviluppo. La instabilità politica di molti di questi paesi rappresenta un serio ostacolo alla realizzazione di investimenti da parte di operatori esteri a causa del possibile cambiamento del quadro politico e normativo relativo alle condizioni operative e di mercato, fino ad arrivare a una possibile nazionalizzazione. L’esposizione a rischi rilevanti di norma comporta un aumento del costo medio del capitale che si traduce in una penalizzazione della redditività dei progetti fino a pregiudicarne la realizzazione.

La realizzazione di un sistema di protezione degli investimenti è imprescindibile e può essere realizzato nell’ambito di eventuali programmi di aiuti finanziari ai paesi in via di sviluppo, senza i quali la transizione energetica in quei paesi non potrà mai decollare. In tal modo, con la copertura dei rischi connessi agli investimenti si creerebbe un rapporto di collaborazione che agevolerebbe anche il trasferimento di tecnologie.

In conclusione, la transizione energetica pone i paesi industrializzati di fronte a nuove sfide sul piano geopolitico per realizzare condizioni di stabilità e sicurezza per l’approvvigionamento delle materie prime critiche, per la sicurezza del sistema elettrico, per gli investimenti realizzabili nei paesi in via di sviluppo.

Il superamento di questi rischi richiede una intensa e adeguata attività diplomatica volta a stabilire relazioni costruttive e di mutuo interesse con i paesi produttori di materie prime critiche e per la realizzazione del sistema di protezione degli investimenti. Tale attività diplomatica va avviata in tempi brevi, prima che i rischi si manifestino concretamente relegando i paesi industrializzati, e in particolare l’Unione Europea, in una posizione debole e subalterna.  

Angelo Mario Taraborrelli
Angelo Mario Taraborrelli
Già dirigente dell’Eni, insegna oggi alla Luiss.
spot_img
spot_img

Ultimi articoli