Da decenni amo una canzone popolare siciliana, conosciuta nel mondo pure per la
straordinaria interpretazione di Domenico Modugno. Alcuni suoi versi, di autore sconosciuto, spesso mi sono tornati in mente il giorno del mio settantanovesimo compleanno e mi hanno posto più di un problema.
“Si nni eru si nni eru li me anni, / si nni eru si nni eru un sacciu unni. / Ora ca
sugnu vecchio di ottantanni, / chiamu la morti i idda m’ arrispunni.” (Se ne sono andati, se ne sono andati i miei anni. / Se ne sono andati, se ne sono andati non so dove. / Ora che sono vecchio di ottant’anni, / chiamo la morte e lei mi risponde).
Mi ritrovo negli anni, ma non mi riconosco né nella condizione esistenziale né nel dialogo della seconda strofa perché la morte mi appare sempre più nitidamente come il suggello della piena attuazione della vita. Certo la conclude, ma soprattutto la compie. In questo senso gli ultimi sono anni decisivi per me, per i miei cari, per le persone con cui sono e/o entro in relazione. Probabile corollario di una visione cristiana ed ottimistica dell’esistenza, in me prevale una speranza attiva ed il rifiuto di una fatalistica attesa.
Di fatto oggi, a differenza del passato anche recente, non è solo il tempo a marcare il
percorso verso la fase più avanzata del ciclo biologico, quella in cui si manifestano vistosi fenomeni di decadimento psico-fisico e un generale, definitivo indebolimento dell’organismo.
Essenziale, invece, è come si vive la condizione anziana. D’altronde il modello d’uomo giovane, sano, bello, … il tipo umano ideale elaborato da varie culture non può essere assunto a rappresentare l’intera vita, ma si riferisce solo a una sua fase, probabilmente quella più funzionale alla continuità della specie, ma non necessariamente la più valida. Uno sguardo attento e culturalmente attrezzato sa distinguere i pochi idealtipi storicamente elaborati e i molti tipi reali.

Io rifiuto ogni ageismo proprio di altri tempi, meno avvertiti sui temi dell’invecchiamento e della longevità, quando il timore dello svilimento e la consapevolezza di pregiudizi ai danni di una persona in ragione della sua età potevano indurre un genitore perfino a trascurare il bisogno di aiuto dei figli con famiglie in formazione. Il loro scopo era premunirsi dalle incertezze esistenziali mantenendo fino all’ultimo la disponibilità di un patrimonio che, una volta ereditato, per il figlio mai avrebbe potuto avere un valore come nel momento della necessità.
Così facendo si finiva per alimentare risentimenti familiari, pregiudizi generalizzati,
svalorizzazione delle persone anziane. Oggi molte cose sono cambiate.
In Italia, ad esempio, generalmente gli anziani non solo godono di beni accumulati negli anni, ma dispongono pure di un reddito medio stabile e soprattutto costituiscono uno specifico, e prezioso, ammortizzatore familiare assicurando un flusso continuo di risorse e servizi a figli e nipoti. Forse per questo sono anche più amati, più curati, più sollecitati a rimanere in vita.
Perciò, ferma la constatazione ciceroniana del De senectute 20,74 “Moriendum enim
certe et incertum an hoc ipso die” (Che si debba morire, infatti, è certo, non è certo
se proprio oggi), io non mi sento vecchio nel senso di passato, obsoleto, … pensionato dalla vita. Rifiuto il sottinteso di fragilità, debolezza o irrilevanza e preferisco sentirmi protagonista di “anni d’argento”: un anziano che rivendica sia una vitalità vera, anche se declinante e caratterizzata da limiti progressivi, accettati spesso con fatica, sia la specifica saggezza che possono dare unicamente l’esperienza e un ritmo esistenziale meno istintivo.

Un anziano non è privo di motivazioni profonde: l’ultima fase della vita, sebbene possa portare con sé sfide severe in termini di salute e di benessere, è anche ricca di potenziale per la crescita, l’apprendimento e il contributo alla società.
Mi sembra veramente azzeccato un recente slogan pubblicitario: Non contare gli
anni, falli contare! In fondo l’età è un numero, certamente non definisce la capacità,
il valore o il potenziale di una persona. Ora che sono entrato nell’ottantesimo anno, mi sento ancora attivo, impegnato e vitale, partecipando a pieno alla vita familiare e contribuendo a quella sociale in molti
modi.
Non mi nascondo che, realisticamente, il trascorrere del tempo da un lato potrebbe
comportare il bisogno di supporto e di cura per affrontare le sfide legate alla salute e
al benessere che accompagnano l’invecchiamento, dall’altro sicuramente richiede lo sforzo per completare il progetto di uomo perseguito durante le precedenti età della vita.
Sono convinto, come Foscolo del carme Dei sepolcri, 41-42, che “Sol chi non lascia
eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna; […]” e ritengo necessario uno sforzo per definire compiutamente la propria umanità come dono per le persone care e, per chi ha la grazia della fede, come base del giudizio finale.
La morte si può dignitosamente vivere non come annientamento ma come misterioso
addio. Un Addio, che nello stesso tempo è una forma prolungata di saluto e, per chi crede, un’interiezione che dal XIII secolo sintetizza la locuzione “Ti raccomando a
Dio”.
Non so se quanto scritto indurrà obiezioni nei lettori che io mi auguro siano numerose. Senza dubbio, però, le convinzioni esposte mi aiutano a vivere serenamente.



