Il deficit preciso

Come The Social Network costruisce un protagonista che non riusciamo ad amare, ma nemmeno a smettere di guardare

Alessandro Bellucci Sessa
Alessandro Bellucci Sessa
Giovane scrittore di fine intuito narrativo

La conoscevo a memoria, quella scena d’apertura. La sapevo battuta per battuta. Non riuscivo a smettere di guardarla lo stesso.

Dura quattro minuti. Mark Zuckerberg parla al bar con Erica Albright. Parla velocissimo, cambia argomento ogni trenta secondi, fa associazioni brillanti, cita le ammissioni di Harvard, spiega la differenza tra i club del campus. Erica prova a seguirlo, a rispondergli, a stare nella conversazione. Non ci riesce. Alla fine lo lascia.

Nel momento in cui si alza e va via, proprio in quel momento, lui non si accorge di ciò che sta perdendo. Elabora le informazioni a una velocità che pochi riescono a seguire, ma non riesce a leggere le emozioni della persona seduta davanti a lui.

In quattro minuti Aaron Sorkin ha fatto qualcosa di preciso: costruire un personaggio che già dall’inizio non ci piace, e renderlo nello stesso tempo impossibile da abbandonare.

Il problema, quando si scrive un personaggio difficile da amare, è quasi sempre questo: il pubblico lo rifiuta. Si distacca, smette di investire, abbandona. The Social Networkdura due ore e tredici minuti. Il personaggio costruito da David Fincher e Sorkin è in scena quasi sempre. E non riusciamo a smettere di guardarlo.

Come hanno fatto?

Non è un biopic e non è una storia di successo: è una storia su un uomo che ha costruito qualcosa di straordinario e non riesce a usarlo per sé. Il Mark che vediamo sullo schermo è una costruzione: il film non sembra interessato alla fedeltà cronachistica dei fatti, ma alla costruzione emotiva di un tipo umano.

Il primo meccanismo è il più tecnico e il più sottile. Sorkin non costruisce il suo protagonista come genericamente antipatico. Gli dà un deficit preciso.

Il personaggio di Mark non è freddo, non è calcolatore, non è cattivo nel senso ordinario. Non riesce a leggere le emozioni degli altri. Specificamente. Coerentemente. Sempre.

Non è una metafora: è una caratteristica funzionale che si manifesta in ogni scena nello stesso modo. Nell’apertura non vede Erica allontanarsi mentre succede. Quando Eduardo lo affronta per il tradimento delle quote societarie (urla, è fuori controllo, è distrutto), il Mark del film rimane quasi immobile. Non per fredda strategia, non per arroganza calcolata. Genuinamente non capisce perché Eduardo sia così devastato. Per lui la diluizione delle quote era il passo logico successivo per far crescere l’azienda. La connessione tra quella decisione e il tradimento dell’amicizia non entra nel suo sistema di elaborazione.

Qui sta la differenza tra un difetto generico e un deficit preciso: un personaggio «arrogante» produce scene diverse ogni volta. Un personaggio con un deficit preciso produce conseguenze specifiche in ogni scena.

Sorkin sa esattamente cosa succede quando mette il personaggio in una situazione emotivamente carica: non capisce cosa sta succedendo intorno a lui. Quella prevedibilità non è noia: è motore. Ogni scena diventa la dimostrazione sistematica della stessa cecità applicata a circostanze diverse.

Il deficit produce anche un altro effetto: ci impedisce di odiarlo completamente. Un personaggio che fa del male consapevolmente, che sceglie di ferire, è un antagonista. Il personaggio di Mark non sceglie di ferire: non riesce a vedere che sta ferendo. Quella distinzione è la fessura attraverso cui entra la nostra ambivalenza. Non possiamo odiarlo del tutto perché vediamo che non capisce. Non possiamo simpatizzare del tutto perché vediamo i danni che causa. Restiamo sospesi. E la sospensione ci tiene dentro il film.

Il secondo meccanismo è strutturale. Sorkin non ci consegna una versione unica della storia. Ce ne consegna tre, e ci costringe a lavorare.

Il film si muove su tre piani temporali: il passato con la nascita di Facebook tra il 2003 e il 2005, il presente delle deposizioni legali, e il montaggio che li tiene in tensione continua. Ogni testimone, che sia Mark, Eduardo o i Winklevoss, racconta la propria versione. Nessuna è completamente falsa. Nessuna è completamente vera. Ognuna è colorata da quello che chi racconta ha perso o guadagnato, da quello che vuole credere di sé.

La scelta formale fondamentale è che Sorkin non aspetta. Dichiara la molteplicità dall’inizio: quando vediamo il passato interrotto dalle deposizioni nel presente, sappiamo già che quello che guardiamo è una versione, non laversione. La forma narrativa si allinea con il tema: un uomo moralmente ambiguo raccontato attraverso una struttura che non produce certezze morali.

Questa struttura fa una cosa molto specifica al personaggio: lo protegge dal giudizio definitivo. Non possiamo condannarlo completamente perché non siamo mai certi di stare guardando cosa è successo davvero. Non possiamo assolverlo per la stessa ragione.

The Social Network è uno dei pochi film da cui si esce senza sapere davvero da che parte stare. È una scelta formale precisa. Il film non finisce quando iniziano i titoli di coda: continua nello spettatore, costringendolo a prendere una posizione che la storia si è rifiutata di suggerire.

Il terzo meccanismo è il finale. Trenta secondi, nessun dialogo.

Dopo l’ultima deposizione, una giovane avvocatessa del suo team gli dice qualcosa di inaspettato prima di andarsene: non è cattivo, vuole solo sembrarlo. È la diagnosi più precisa che qualcuno gli abbia fatto in tutto il film: non un’accusa, non un’assoluzione. Una lettura. Il personaggio non sa cosa farsene. Lei se ne va.

Poi apre il laptop. Trova Erica Albright su Facebook. Le manda una richiesta di amicizia. Fa refresh, aspettando una risposta.

Il film è iniziato con il personaggio che non capisce perché Erica lo lasci. Finisce con lui che aspetta, attraverso il social network che ha costruito, che quella stessa persona lo accetti. Ha creato uno strumento destinato a connettere milioni, poi miliardi di persone. Lo usa in modo formale, mediato dalla tecnologia, per cercare la connessione che non è mai riuscito a costruire direttamente.

L’arco del personaggio non è un arco di crescita: è un arco di conferma. La cecità iniziale è ancora lì, intatta, alla fine come all’inizio.

Questo tipo di finale è più difficile da costruire di uno con redenzione, perché richiede coerenza assoluta lungo tutto il film. Ogni scena deve tenere quel deficit attivo: non può cedere, non può ammorbidirsi, non può dare segnali che contraddicano la chiusura. Sorkin lo regge per due ore e tredici minuti. E quella tenuta è la ragione per cui il finale funziona: non ci lascia con una risposta, ci lascia con la stessa domanda con cui siamo entrati, adesso più pesante.

Resta una cosa da dire, e riguarda meno il film che noi. La più grande macchina di connessione mai costruita nasce, in questo racconto, da un uomo che non riesce a connettersi. Non è un paradosso: è una genealogia. Fincher e Sorkin non la spiegano mai: la costruiscono, scena dopo scena, e lasciano che sia lo spettatore ad accorgersene mentre aggiorna la pagina insieme a lui.

The Social Network, Stati Uniti 2010. Regia di David Fincher, sceneggiatura di Aaron Sorkin, dal libro The Accidental Billionaires di Ben Mezrich.

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