Esco dal Conad di San Basilio. Mattina lucente di un mite settembre. Sono irritato con il Supermarket. Mai andarci di lunedì. Devono infatti ancora scaricare dai barconi la nuova merce. Insomma, faccio pochi metri delle fondamenta, e davanti all’imbarcadero scorgo un piccolo gruppo in attesa. Tutti anziani, alcuni molto. Una persino in carrozzella. Dietro di lei, non si nota però alcuna badante. Non vedevo una simile ressa di capelli bianchi dall’ultimo controllo al colon in ospedale, gratuito per chi ha l’anagrafe alta. Che strano, mi dico. Passano vaporetti e motoscafi, ma quelli ignorano i battelli. Come mai? Poi riconosco tra quella gente, non mi è chiaro se annoiata o eccitata, Lorenzo, un collega di quando insegnavo al liceo, prima di approdare a Ca’ Foscari. Una vita fa, per intenderci. Lo guardo e gli chiedo cosa stiano aspettando. “Vengono a prenderci fra poco.
E ci portano tutti alla Giudecca. Vedremo questo nuovo Centro famoso. Ne parlano tutti”. Lorenzo anche nei tempi lontani, quando eravamo giovani entrambi, voleva sempre apparire informato e aggiornato su ogni cosa, magari dove trovare la carne buona in campagna. Di fronte ai miei occhi perplessi, una delle vecchie sorride sconsolata: “Non sa niente. Sto qua non sa niente. Chiaro”. Cosa dovrei sapere? Allora lo stesso Lorenzo, a nome forse della strana combriccola, si incarica di spiegarmi l’arcano. Fra poco passeranno a prelevarli, in una bella lancia diretta al nuovo Centro. Tre giorni di delizie, là, cibo raffinato e vini rigorosamente tedeschi. Niente più Prosecco. Poi una piccola iniezione e via, stop. Una cicciona, e mi accorgo che dietro a quel peso ingombrante si cela una grintosa sindacalista della CISL, combattiva e fumantina quando la incontravo nelle assemblee di scuola, mi apostrofa: “E com’è che te non ti hanno convocato? Devi avere la nostra età e abiti a Dorsoduro, credo. Te non sei per caso il prof cafoscarino?”.
Mi sembra assurdo tutto ciò. Anche l’odio che la donna esibisce nei miei confronti. Chiedo loro perché non protestano, perché non scappano, perché lasciano fare a questi qua. Ma intanto questi qua chi sarebbero? Mi accorgo in effetti che negli ultimi tempi ho trascurato le pagine politiche di «Repubblica» e saltato accuratamente i tg. E tutti quei vecchi in disarmo si affrettano di conseguenza a riempirmi di notizie per frammenti, interrompendosi l’un l’altro per aggiungere vari dettagli. L’AFD dopo aver stravinto in Sassonia ha creato una propria succursale in diverse città italiane, dove al governo locale c’è una giunta di destra. E anche a Roma sono state avviate trattative con il Generale Vannacci, entusiasta della linea proveniente da una terra da lui amata. Da molti scranni in Parlamento si levano inoltre inni di giubilo e di ammirazione per Ulrich Siegmund, così giovane ma destinato certo a un futuro radioso. Uno dei primi provvedimenti è stato l’imposizione nelle scuole pubbliche dell’insegnamento della lingua tedesca, trascurata purtroppo negli ultimi anni da noi. Quindi, la remigrazione immediata di tutte le persone di colore, ovvero i bengalesi dalle edicole, i cinesi dai caffè e dai negozi di mercanzia generica, i nigeriani dagli angoli di strada dove conducono un aggressivo accattonaggio. Ulteriormente, sanzionate penali costosissime per famiglie bianche senza figli, visto che il fondo pensioni di Stato non è risultato efficace.
Poi, la cessazione immediata di qualsiasi fondo di ricerca per la transizione climatica, “sciocchezza estrema”, citando parole di un loro manifesto apposito. Galera per chi propaganda diversità sessuale e scioglimento di acronimi penosi come LGBT. “A mi, sta roba no me dispiasze”, confessa ghignando un mandolone alto, con la schiena ricurva, e calvo. Un cattivo odore emana dal suo corpo. Tanto verranno ben lavati e ripuliti, mi assicurano, per i tre giorni della vacanza gratuita. Infine, questa iniziativa sanitaria per tutti coloro che hanno superato una certa età e aggravano in tal modo la spesa pubblica, specie in rapporto alle nuove generazioni. Quelli che si presentano spontaneamente nei punti di raccolta, vedi San Basilio (ce n’è uno per ogni sestiere), potranno usufruire di un trattamento da favola per tre giorni, camera singola con bagno, e autentici banchetti con almeno dieci portate. Alla fine di questa vacanza da sogno, l’addio alla vita, in una forma dolce e protetta. Chi viceversa non ubbidisce al richiamo e cerca di scappare verrà inesorabilmente arrestato e passato per le armi, seduta stante, con il ricorso alle antiche urla udite tante volte nei film e nelle serie sulla Shoah. Putin farà lo stesso con gli ucraini nelle terre occupate, e Netanyahu idem con i palestinesi della Cisgiordania.
Qui, sono esploso, chiedendo a quei vecchi accomodanti o rassegnati se non colgono la contraddizione di russi e israeliani concilianti con i nazisti, dopo le infinite stragi e gli infiniti lutti alle spalle. Lorenzo mi sorride mesto. Il nostro sindaco, da poco eletto, è incerto sul da farsi. Vorrebbe fare resilienza contro simili scelte da lui giudicate “estreme e drammatiche”. Qui, la più parte degli anziani prorompe dichiarando simpatie umane per il giovane Sindaco, sempre in mezzo alla gente. Il fatto è che molti tra i suoi elettori, quelli almeno credenti e devoti, paiono preoccupati per questa benedetta Moschea che incombe sulle loro notti, e dunque gli stanno forzando la mano. Una vecchia, dai capelli gialli mal ridipinti, e un viso esageratamente rugoso, mi tocca la spalla e mi confida che una sua amica lavora al Centro. Da lei avrebbe saputo che a nessun famigliare è consentito l’accesso al Centro, per congedarsi secondo normali rituali dal parente cui è stato assegnato l’ultimo viaggio. Lorenzo poi mi rivela che stanno già demolendo i bazar ingombranti che hanno ormai sostituito le edicole. Tanto per i giornali, pare, in futuro non ci sarà più spazio. Nemmeno per quelli web. Basta col caos e il sovraccarico delle informazioni, che servono solo a fare confusione e a demolire l’idea dell’appartenenza alla Nazione.
E del resto, per tornare ai bengalesi, che avevano allestito ingombranti scenografie, come nel “nostro”, Lorenzo sottolinea fissandomi, nel nostro campo di San Barnaba, costoro sono stati già rimpatriati con fermezza. E niente aerei per loro, ovvio, ma treni merce, per il risparmio. Se vogliono tornarsene prima, che se lo paghino loro il biglietto low cost. Qualcuno sorride. Provo a metterli in crisi. E non è facile, dato il momento, perché ogni tanto girano la testa verso il canale da dove sbucheranno presto gli “accompagnatori”. “Scusate, ma questo è in pratica un piccolo genocidio”. La sindacalista, tutta sudata, ribatte sfrontata: “Chiameranno anche te, prof, tranquillo”. E io giù a insistere. “Ma se in Sassonia a votarli sono stati proprio i vecchi pensionati, mal messi in generale e là in condizioni quasi di miseria, loro li ripagano eliminandoli?”. La stessa sindacalista, la più sveglia e fumantina del branco, scuote offesa la testa: “Qualcuno dell’opposizione ha promesso di studiare bene questa legge. Per cogliere magari sintonie eventuali con il Fine vita che si è affermata in alcune regioni. Farebbero esami capillari a noi, e se si trovano malattie incurabili, capisci bene che così si fa prima e si evita dolore inutile”. E subito dopo rincara perentoria: “A volte mi tocca vedere negli ospedali certi spettacoli, ma sì, un vero accanimento. Una lettiga l’altro giorno che facevo dei controlli al mio diabete, è passata con uno zombie disteso sopra, terribile.
No, no, meglio così. Tre giorni in hotel di lusso, in fondo, e ciao. Ma sì, basta. Quello che sarà dopo, non so niente io”. Mi verrebbe voglia, ma sì, di infilarmi tra loro, per solidarietà, ma non sono stato precettato (ma verranno, verranno anche da me, questione di giorni) e pertanto farò da spettatore. Sistemo la spesa a terra e mi appoggio al muro che apre alla Calle del Vento, sempre in ombra, dove quelli che aspettano il battello sostano abitualmente per ripararsi dalla canicola. Lorenzo, affaticato dalla conversazione a più voci, riferisce che qualcuno sta provandosi ad organizzare una manifestazione di protesta contro questi provvedimenti. “Tanto è tutto inutile, a questo punto. Quattro gatti. Saranno quattro gatti. Troppo tardi. E non vorrei essere loro, per quello che sarà riservato a chi sgarra. Che neanche in Argentina, durante il colpo di Stato”, sospira pallido. La moglie non è con lui.
Glielo chiedo turbato, e lui rapido, come a scusarli, mi riferisce che la regola riguarda appunto i parenti tenuti fuori. La consorte ha già ricevuto la chiamata, ma per una scadenza immediatamente successiva. “I fa tuto puito”, sentenzia la signora seduta sulla carrozzella, e sembra chiudere con questa battuta ogni discussione. Anche perché all’improvviso si scorge il profilo di una strana imbarcazione che si avvicina all’approdo. Sulla prua, giovani marinai in una rutilante divisa militare. In alto, sul loro capo, sventola una bandiera con colori rossi e bruni. I miei vecchietti raccolgono lesti zaini e piccoli bagagli e agitano le mani in segno festoso di saluto mentre, come in coro, lanciano gridolini nervosi: “Siamo qui. Noi siamo qui”.



